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mercoledì 15 aprile 2020

Igne Natura Renovatur Integra: il segreto dei Philosophi per ignem?

di Michele Leone



La cattività forzata mi tiene lontano da buona parte della mia biblioteca, dai libri che mi servirebbero per le ricerche che debbo concludere, ma, questa lontananza è una opportunità per portare le indagini verso nuove direzioni e riflette.

Così è accaduto oggi, avevo in animo di pubblicare un post, i materiali irraggiungibili, perché il cibo dell’anima in questo nostro mondo non è considerato un bene primario e necessario, così ho iniziato di buon mattino a scartabellare i miei archivi. Dopo svariati caffè ho ricordato che oggi è Pasqua per Cattolici. Giovedì scorso, forse, i Rosa+Croce si sono incontrati per la loro mistica cena annuale e condiviso il frutto delle loro ricerche. Oggi sulla Croce vuota spiccano quattro lettere I.N.R.I., oltre al significato che chiunque abbia fatto catechismo conosce, a queste quattro lettere, a questo acronimo nel corso dei secoli sono state date diverse interpretazioni, la più conosciuta è: Igne Natura Renovatur Integra.

Oggi più che mai deve essere festa se è vero che Igne Natura Renovatur Integra (la Natura è rinnovata integralmente nel Fuoco). Non solo quel fuoco che è entrato a fecondare l’umida e oscura terra nel giorno del Solstizio di Inverno e che ritroveremo nel Leone in estate, ma soprattutto il fuoco della conoscenza, della purificazione e dell’evoluzione.

A questo fuoco guardavano i Magi, a questo fuoco nei millenni hanno dato credito i ricercatori della conoscenza ed ancora oggi per molti iniziati non vi è che la Via del Fuoco.

Tra il finire dell’età di mezzo ed il principiare dell’età moderna sembra essersi sviluppata e diffusa in quasi tutte le terre del continente europeo la setta dei Philosophi per ignem. Per alcuni, questi filosofi di/del fuoco erano gli alchimisti, per altri erano dei seguaci di Paracelso.

Questi Philosophi per ignem se erano alchimisti erano probabilmente gli eredi della filosofia presocratica di Eraclito, i figli di Ermete Trismegisto, i genitori dei mitici Rosa+Croce e progenitori di tutti i moderni iniziati che nel fuoco, – sia esso della carità, sia esso della purificazione, sia esso quello della speranza (guai a chi spegne questa fiamma) – ardono e danzano da secoli.

Di Philosophi per ignem oggi ve ne sono sempre meno, in un circo di arroganti pagliacci, in una terra dove Ignoranza, Fanatismo e bieca Ambizione sembrano dominare incontrastate, la Fiamma del Sacro Fuoco si sta spegnendo ed i Philosophi per ignem sono quasi estinti.

Agrippa che per certo era filosofo naturale e forse membro della setta dei: Philosophi per ignem, ci dice: Le proprietà del fuoco superno sono il calore che feconda tutte le cose e la luce che a tutto da vita.

Più avanti avrò modo di approfondire le varie possibili interpretazioni di I.N.R.I e del simbolismo del fuoco.

Oggi, mi occorre la necessità di essere imperativo: non lasciate spegnere la Fiamma del Mondo, non spegnete la scintilla che è in ogni essere umano, non lasciatevi spegnere.

Cantate e danzate giaculatorie, ma, soprattutto pregate per voi stessi e che la vostra preghiera non sia un asservimento che sia tuono prorompente come il vagito di un neonato, sia figlia di Volontà e non paura.

Nel fuoco sono state forgiate le armi, gli strumenti da costruzione e le anime, fate sì che la vostra anima sia radiosa e porti luce nelle tenebre di questo evo oscuro.

Ardete senza bruciare, rinnovatevi nella natura

       Amore – Coraggio – Scienza.

mercoledì 8 aprile 2020

Nessun esilio è permanente. Considerazioni su Pesach

di Luca Delli Santi



Questa settimana sospendiamo il nostro cammino di esplorazione dei 32 sentieri della Sapienza, e le loro corrispondenze nel simbolismo massonico, per svolgere alcune sintetiche riflessioni sulle festività che ricorrono per buona parte del mondo cristiano e per il mondo ebraico, che celebreranno i riti di Pesach e Pasqua.
La settimana in corso è un vero e proprio portale energetico, agli iniziati viene data la possibilità di connettersi con questa vibrazione e trarne beneficio, soprattutto quest’anno in cui tanto è diffusa l’angoscia e la preoccupazione per la pandemia.
Pesach si celebrerà dalla sera di mercoledì 8 a giovedì 16 aprile, la parola viene tradotta letteralmente come passaggio e sta ad indicare l’uscita degli ebrei dall’Egitto, viene dalla radice  פסח che in ebraico in ebraico indica il balzo.
Il concetto di balzo in cabala è connesso con i processi evolutivi, la Creazione stessa è avvenuta in quattro balzi, in questo caso ci si riferisce al percorso che gli israeliti compirono passando dallo stato di cattività alla liberazione.
La prima condizione per acquisire la libertà fu prendere piena coscienza di averla perduta, da questo punto di vista il ruolo di Mosè, punto di riferimento e guida in tutto il percorso fino al raggiungimento della Terra Promessa, fu determinante. Quindi il messaggio che ci trasmette la cabala, in relazione al balzo di Pesach, è che si può essere schiavi senza averne contezza, è una condizione molto diffusa, presi dalle ansie e dalle angosce della vita profana siamo proiettati in una dimensione di coazione a ripetere di gesti, comportamenti che talvolta soffocano le nostre attitudini, il vortice di tutto ciò ci fa perdere di vista la necessità di incontrare la  nostra autentica essenza, l’essere spirituale che ciascuno di noi custodisce.
L’Egitto, in ebraico Misraim, non è un luogo fisico si tratta di uno stato dell’essere, la radice Misraim è connessa con il concetto di ristrettezza, una ristrettezza spirituale che consiste nel piegare la propria vita al materialismo, in qualsiasi forma questo si esprima. La schiavitù da cui tutti siamo chiamati a uscire con un balzo e ad evolverci è l’assenza di discernimento, l’incapacità di essere liberi dai condizionamenti del mondo esterno, fattori che ci privano della forza e della capacità di esplorare la nostra dimensione interiore e di evocare i “ricordi” della ancestrale memoria perduta, quella che conduce allo stato adamico. Pesach è un simbolo della necessità di intraprendere il cammino verso quella dimensione che la cabala lurianica chiama reintegrazione.
Ebbi il privilegio di conversare con una rabbina ed ella osservò che la mia visione della “Terra Promessa “ biblica era sovrapponibile al Gan Eden, il perduto paradiso terrestre, le risposi che in certo senso aveva colto il mio punto di vista,  rimarcai tuttavia  una sfumatura, la Terra Promessa è lo stato dell’essere in cui si è in  condizione di rievocare lo stato adamitico che, se  raggiunto, si manifesta nel Gan Eden. Pesach è il balzo ciò che ne consegue, incluse le gravi difficoltà incontrate dagli israeliti, è il cammino iniziatico; a Pesach c’è molto da festeggiare, viene conquistata la liberazione dal torpore in cui la vita profana ci immerge che impedisce di vedere le catene che vincolano agli stati più bassi dell’essere.
La Pasqua Cristiana è il superamento di ogni caducità, la morte è vinta, cadono le vesti di pelle che Adamo e la madre dei viventi avevano indossato, la dimensione della materia in cui siamo precipitati,  ci si riveste del corpo di luce, questo è l’insegnamento trasmesso  dal  Vangelo con la vicenda della nascita della morte e della resurrezione del Verbo incarnato, ci viene  indicata la via. Gli antichi padri della Chiesa parlavano della deificazione dell’essere umano, quella Theosis che il Cristo, l’unto, il Messia rappresenta.
Il balzo, la trasformazione, il superamento della condizione caduca e la riscoperta della dimensione eterna dell’essere umano, questo il dono degli antichi insegnamenti che il mondo giudaico-cristiano si accinge a celebrare, ciascuno secondo le proprie tradizioni.
Non mi resta che congedarmi augurando a tutti di vivere al meglio questi giorni con la consapevolezza degli iniziati che consente di superare la paura collettiva in cui l’umanità è precipitata, sapendo dare alle persone che ci sono vicine il dono della speranza, essendo coscienti che nessun esilio è permanente. 

lunedì 6 aprile 2020

I misteri di Eleusi

di Michele Leone



Le mani pure, così come molti altri temi delle iniziazioni antiche si riscontrano a volte senza significative variazioni nelle moderne società segrete o scuole iniziatiche. Vedremo a breve l’importanza del modello di Eleusi per tutta la tradizione esoterica occidentale e soprattutto il suo lascito per quanto riguarda il segreto.

Anche Erodoto tace sui Misteri: E per quel che concerne il rito iniziatico di Demetra, che i greci chiamano Tesmoforie, su di esso mi sia consentito restare in religioso silenzio, tranne per ciò che è consentito dire. Il silenzio sui misteri e l’impossibilità di parlarne ritorna sovente nella letteratura.

Eliade ci racconta parte della cerimonia:

Il primo giorno la festa si svolgeva nell’Eleusinion di Atene, ove il giorno prima erano stati solennemente trasportati da Eleusi gli oggetti sacri (hiera). Il secondo giorno la processione si dirigeva verso il mare. Ogni aspirante all’iniziazione, accompagnato da un tutore, portava con sé un porcellino che lavava nelle onde e sacrificava al ritorno ad Atene. Il giorno successivo, alla presenza dei rappresentanti del popolo ateniese e delle altre città, l’arconte basileus e la sua sposa eseguivano il grande sacrificio. Il quinto giorno segnava il momento culminante delle cerimonie pubbliche. Un’enorme processione partiva all’alba da Atene. I neofiti, i loro tutori e numerosi Ateniesi accompagnavano le sacerdotesse che riportavano ad Eleusi gli hiera. Verso la fine del pomeriggio la processione attraversava un ponte sul Kephisios e là uomini mascherati lanciavano insulti contro i cittadini più importanti. Al calare della sera, con torce accese, i pellegrini entravano nel cortile esterno del santuario. Una parte della notte era dedicata alle danze e ai canti in onore delle dee. Il giorno successivo gli aspiranti all’iniziazione digiunavano ed offrivano sacrifici; circa i riti segreti (le teletes) possiamo, però, soltanto avanzare alcune ipotesi. Le cerimonie che si svolgevano all’esterno e all’interno del telesterion si riferivano probabilmente al mito delle due dee. Si sa che gli iniziandi, con le torce in mano, imitavano Demetra vagante con fiaccole alla ricerca di Persefone. (Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Vol. I, Bur, Milano 20133, pp.321-322).

In un frammento di Porfirio troviamo una interessante descrizione: Nei misteri di Eleusi lo ierofante si veste a immagine del demiurgo, il daduco a immagine del sole e il sacerdote dell’altare a immagine della luna. L’araldo sacro a immagine di Ermes.

I misteri di Eleusi erano depositari di un messaggio segreto o una prospettiva escatologica?

Coniugata con Atene, ma a questa esterna, in ragione anche della ξενία mitologica degli Eumolpidi, Eleusi rappresentava per Atene l’<<alterità>> dove si annullavano le differenze tra cittadini e nello stesso tempo tra gli uomini e gli dèi e dove la città periodicamente si rifondava. Essa era lo spazio <<altro>> e simbolicamente esterno dove si rinnovava la vicenda mitica che aveva portato ad addomesticare la morte rendendola uno strumento di rifondazione periodica della presenza, un modo per conferire senso all’<<essere-nel-mondo>> dell’uomo – non dunque un messaggio segreto come vorrebbe Burkert: <<A noi pare che debba esserci stato un particolare messaggio eleusino, un segreto ma preciso annuncio del superamento della morte>>. Nella prospettiva etnocentrica ateniese il culto eleusino, con il suo messaggio escatologico implicato dall’addomesticamento della morte, assumeva i connotati di un privilegio di cui godeva Atene, dalla quale però era generosamente diffuso tra tutti gli uomini. Ma proprio perché conferiscono senso alla morte i misteri si rivelano una grande metafora della vita, là dove evocano nel mito le nozze e nel rito la gravidanza e il parto, all’interno dell’ottica di un sistema che considera la famiglia elementare il perno attorno a cui ruotano la cultura e la vita associata. (Paolo Scarpi, op. cit. pp.9-10).

Eliade ci ricorda che gli iniziati ai Misteri di Eleusi non formavano una “Chiesa” né un’associazione segreta comparabile ai Misteri dell’età ellenistica (Mircea Eliade, op. cit. p.326). Ma conclude con una riflessione che è importante per viaggio nella storia delle società segrete ed iniziatiche che affrontiamo in queste pagine: In fin dei conti, i Misteri di Eleusi – oltre alla loro parte centrale nella storia della religiosità greca -, hanno dato indirettamente un contributo significativo alla storia della cultura europea: in particolare le interpretazioni del segreto iniziatico. Il prestigio unico di tale segreto finì per fare di Eleusi un simbolo della religiosità pagana. L’incendio del santuario e la soppressione dei Misteri segnano la fine “ufficiale” del paganesimo. Cosa che, d’altronde, non implica la scomparsa del paganesimo, ma il suo occultamento. Il “segreto” di Eleusi continua ad assillare l’immaginazione dei ricercatori. (Mircea Eliade, op. cit. p.328).

Alcune società segrete o scuole iniziatiche in qualche modo sono ancora oggi portatrici di segreti e forse in una qualche maniera anche del segreto di Eleusi. È necessario però, come sempre, separare il grano dal loglio. Per farlo bisogna affrontare la storia delle idee e del genere umano senza pregiudizi, armarsi di una molteplicità di strumenti ed avere pazienza, dedizione e ferrea volontà.

FONTE

mercoledì 11 marzo 2020

Pensare a ritroso. Riflessioni da «L'uomo eterno» di Gilbert K. Chesterton



Gilbert K. Chesterton propose un rovesciamento hegeliano a proposito del rapporto tra uomo e animali. Ce ne parla Slavoj Zizek, nel suo recente Meno di niente: invece di chiederci cosa sono gli animali per gli uomini, dovremmo chiederci cosa è l'uomo per gli animali. Nel suo L'uomo eterno, Chesterton effettua un esperimento mentale, immaginando il mostro che l'uomo primitivo potrebbe essere sembrato, a prima vista, agli animali puramente naturali che lo circondavano:

«La più semplice verità sull'uomo, è che egli è un essere veramente strano; strano, quasi, nel senso che è straniero a questa terra. In breve, egli ha più l'aspetto esterno d'uno che venga con altre abitudini da un altro mondo che di uno cresciuto su questo. Ha vantaggi e svantaggi sproporzionati. Non può dormire nella sua pelle; non può affidarsi ai propri istinti. È, insieme, un creatore miracoloso che muove mani e dita, e una specie di mutilato. È avvolto in bende artificiali che si chiamano vestiti; si appoggia a sostegni artificiali che si chiamano mobili. Il suo spirito ha le stesse malcerte libertà e le stesse bizzarre limitazioni. Solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi egli avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell'universo e lo volesse celare all'universo stesso. Solo tra gli animali sente il bisogno di staccare i suoi pensieri dalle profonde realtà del suo essere corporeo; di nasconderli talora come in presenza di più alte possibilità che gli creano il mistero del pudore. Sia che esaltiamo queste cose come naturali all'uomo, sia che le disprezziamo come artificiali e contro natura, esse rimangono nondimeno uniche».

«Chesterton», scrive Zizek, «definisce questo modo di procedere "pensare a ritroso": dobbiamo riportarci al passato, prima che fossero prese le decisioni fatali o prima che gli accidenti accaduti generassero lo stato di cose che ora ci sembra normale, e il modo migliore per farlo, per rendere palpabile questo momento aperto di decisione, è immaginare come, a quel punto, la storia avrebbe potuto prendere una direzione diversa. Riguardo alla Cristianità, invece di perdere tempo a indagare le sue relazioni con il giudaismo - come essa abbia frainteso il Vecchio Testamento ravvisando in esso l'annuncio dell'arrivo di Cristo cercando poi di ricostruire come erano gli ebrei prima della Cristianità, non toccati dalla prospettiva retroattiva cristiana, si dovrebbe piuttosto capovolgere la visuale ed 'estraniare' la stessa Cristianità, trattarla come Cristianità in di-venire, focalizzando l'attenzione su quale strana bestia, quale scandalosa mostruosità, Cristo deve essere apparso agli occhi dell'establishment ideologico-ebraico.

giovedì 13 febbraio 2020

Massoneria e Cabala. La lettera aleph

di Luca Delli Santi


«Scesi di nascosto, rotolai per la scala vietata, caddi. Quando aprii gli occhi, vidi l’Aleph.
L’Aleph? Ripetei.
Sì, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi…»




Jorge Luis Borges descrive così l’Aleph nel suo racconto breve che ha per titolo questa lettera e dà il nome alla sua raccolta del 1952, descrizione quanto mai pertinente del concetto sottostante la lettera Aleph, connessa con l’Uno, con il Principio. Nel Sefer Ha Zohar è scritto: «In Principio vi è Aleph l’inizio e la fine di tutte le cose, tramite il quale tutto è stato fatto e che è sempre detta uno, anche se il divino contiene molte forme rimane unico. È la lettera su cui riposano sia le entità superiori che quelle inferiori».
L’Aleph ci ricorda che la molteplicità della cose, il mondo duale provengono da unica fonte tutto è connesso: mondi spirituali, mondi materiali, entità superiori, entità inferiori, tutto è prodotto dalla medesima unità e ad essa torna. L’unità alla quale ci invita a riflettere l’Aleph è naturalmente anche quella fra umano e divino, è il partzufim di Adam Qadmon, l’Uomo Universale, lo stato dell’essere intermedio fra il manifesto e l’inconoscibile. Un percorso di scoperta della natura divina che è Amore, la parola Ahavah inizia con questa lettera come Ehad unico, Dio è unico ed è amore.
Non di meno ci rammenta anche l’interrelazione fra esseri umani, in ebraico me si dice “ani”, te “atha”, parole che iniziando con la Aleph ci indicano che io e l’altro siamo accumunati dallo stesso principio originario, è questo il senso dei due elementi del trinomio massico Fraternità ed Uguaglianza, siamo fratelli ed uguali in quanto siamo connessi al Principio.
È affascinante come la lettera che rappresenta il tutto sia afona, non ha infatti un proprio suono, si pronuncia sempre associata ad una vocale, assume, quindi, il suono della vocale cui è associata.
La forma della Aleph è composta dall’integrazione di tre lettere: due Yod ed una Vav posta in diagonale che le attraversa. La Yod posta nella parte alta rappresenta le acque superiori, ricordiamo che simbolicamente la Torah è acqua, quando in cabala si indicano le “acque superiori" si fa riferimento alla conoscenze più elevate, ai mondi spirituali, la Yod bassa in questo caso è la manifestazione, la Vav simbolicamente è il firmamento inteso come confine fra la manifestazione e i mondi dello Spirito, come si rammenterà nella visione di Ezechiele il firmamento si apre per consentire al profeta la visone del Trono di Gloria.
La Ghematria della Aleph è 1 il numero che esprime i concetti che abbiamo esposto in precedenza, l’unità, il principio, uno è anche l’individuo. Ogni essere umano è un individuo con caratteristiche fisiche, intellettuali e spirituali uniche, così ciascun individuo è chiamato a vivere il paradosso della Aleph, l’essere unico ed irripetibile ma in unità con tutti gli esseri umani ed insieme ad essi con il tutto; come nella descrizione di Borges è il luogo dove tutti i luoghi si trovano senza confondersi, ma non solo è il luogo in cui tutti gli individui sono un individuo senza confondersi.

martedì 11 febbraio 2020

L'essenza di Dio: corpo o sostanza?

di Niccolò Magrin



Sono tante le questioni che una persona si pone nel momento in cui inizia a riflettere sulla religione. Inevitabilmente tra queste spiccano quelle riguardanti l’essenza e l’esistenza di Dio. Chi è Dio? Che cos’è Dio? Dov’è Dio? Parecchi sono gli interrogativi, poche sono le risposte.

Analizzando la formulazione delle domande si nota che esse puntano ad esplorare il tema dell’essenza, aspetto da cui l’uomo è più attratto, trascurando così la visione d’insieme delle cose che antepone l’esistenza all’essenza. Il soggetto perciò non riesce a trovare una soluzione alle domande in quanto la logica del suo ragionamento è errata: essendo l’esistenza causa dell’essenza, dato che un qualsiasi ente prima è e poi può essere delineato con attributi, non si può parlare della seconda senza aver dimostrato la prima. Tutti coloro i quali cadono in questo errore, quindi, assumono per certa e verificata l’essenza senza argomentarla...

Continua a leggere qui (da La Gazzetta filosofica)

giovedì 23 gennaio 2020

Massoneria e Cabala. La lettera Tav, il sigillo del santo

di Luca Delli Santi



La Tav o Taw è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, il suo valore ghematrico è 400 rappresenta il segno lasciato da un sigillo. E’ formata dalla lettera Dalet e dalla lettera Nun, forma la parola Dan giudizio, giudicare: la vibrazione della Tav è quindi a stretto contatto con le Potenze della restrizione, del caos, gli aspetti più reconditi del Creato. E’ la lettera dell’Olam ha Tohu, il mondo del caos, il mondo delle forze primordiali.
Nella concezione cabalistica lo sviluppo del cosmo si articola in tre fasi: il Mondo del Confusione dove le energie e le potenze creatrici si dibattono nel disordine e nella disarmonia, il Mondo della Rettificazione, quello in cui viviamo noi: la Rettificazione è infatti una potenzialità, un obiettivo che può essere perseguito e raggiunto in quanto le Potenze della Severità e del Giudizio possono essere poste in equilibrio. L’ultima fase è il Mondo dell’Avvenire, quello in cui si compie il telos messianico: l’Essere Umano, il Creato ed il Creatore sono riunificati.
La Tav è il sigillo che l’Eterno pose sulla fronte di Caino, si intuisce quindi come il Giudizio sia parte integrante del percorso verso la Rettificazione, Caino deve essere punito per il suo orribile crimine ma parte di lui, un gradino della sua anima, è rimasta immune dalla corruzione e nella sua stirpe sarà infusa una scienza preziosa, Tubal-Cain, “l’artefice di ogni sorta di strumenti di bronzo e di ferro” Genesi 4:22. La superba abilità di questo personaggio a lavorare con il fuoco i metalli è intesa come un riferimento alle conoscenze alchemiche.
L’ambivalenza della Tav è narrata nel mito del Golem, la Tav è l’ultima lettera sia della parola ebraica Emet ( Verità ), sia della parola Met ( Morte ), come è noto attraverso la pronuncia della parola Emet il Golem  prende vita, pronunciando la parola Met il Golem ritorna una statua inanimata di argilla.
La preparazione descritta nei testi di cabala per l’animazione del Golem è estremamente complessa, si tratta di digiuni, esercizi fisici fondati sulla respirazione, complesse permutazioni dei nomi divini, è il lavoro dell’iniziato di ogni tradizione. L’operazione consiste nel creare un veicolo che consenta di superare i limiti della percezione ordinaria, oltre i vincoli della materia proiettati verso le dimensioni spirituali, una pratica analoga a quella delle scuole buddiste del Veicolo del Diamante.
“ Il Sigillo del Santo “ presente nella parole verità e morte ci rammenta la dimensione dell’eternità, la caducità è trasformazione non fine, è il ricongiungimento con l’Emanante da cui il Tutto proviene.
In ambito cristiano la Tav è rappresentata con il simbolo del Tau, richiama l’ Alpha e l’Omega ( Apocalisse 13:1) il Principio e la Fine, la molteplicità e l’Uno, tutto è interconnesso.
Nell’ambito della Massoneria Azzurra richiama la Squadra a doppio angolo retto, rappresenta il potere della trasmissione iniziatica, chi lo esercita deve, o dovrebbe, ben conoscere la potenza simbolica della Tav ed i legami fra “mondi” che essa ci indica.
Il simbolo del Capitolo dell’Arco Reale con la sua tripla Tau ci rammenta la potenza simbolica del numero e dell’elemento trinitario, attraverso i simboli e i rituali del Capitolo l’iniziato acquisisce strumenti sapienziali, è chiamato a vivere in prima persona ed a rappresentare insegnamenti cabalistici, parole, segni sono le chiavi che aprono gli scrigni di un potenziale insegnamento operativo, fino a giungere alla conoscenza della Parola.
Gli Ordini Cavallereschi cristiani hanno sempre riconosciuto la potenza simbolica del Tau, i Templari l’adottarono come loro simbolo in quanto compimento del Creato e punto di partenza per l’iniziato del cammino da intraprendere per tronare al Principio.
Questo il deposito iniziatico del Rito di York, attraverso i gradi delle tre camere conseguiamo la consapevolezza di quale sia la mancanza, l’assenza che grava in ogni esistenza umana, la necessità di colmare la distanza fra il logos umano e quello cosmico, l’autentico “Tesoro “ bramato dai Cavalieri del Tempio.

martedì 12 novembre 2019

Le religioni dei misteri

di Michele Leone



Le religioni dei Misteri del mondo antico sono le progenitrici delle moderne scuole iniziatiche? In questo post proverò a dare una risposta su le religioni dei Misteri nel mondo antico per scoprire se ci possono essere dei punti di contatto con le così dette Società segrete moderne, confraternite e scuole iniziatiche. Soprattutto questo post ha lo scopo principale di provare a raccontare aspetti storici spesso poco noti o difficilmente rintracciabili da quanti si avvicinano spesso troppo incautamente al mondo delle scienze ermetiche e delle religioni.

La religione greca, in quanto religione della pólis, è in misura estrema una religione pubblica: processioni sacrificali e banchetti comunitari, preghiere recitate ad alta voce e voti, templi visibili da lontano con preziosi doni votivi danno un quadro della eusébeia; tramite questa il singolo si integra nella comunità, mentre chi si isola cade solo nella asébeia. Eppure queste forme di religione <<pubblica>> sono da sempre affiancate da vari culti segreti, cui si accede solo in forza di una particolare iniziazione individuale: i <<misteri>>. <<Iniziare>> si dice myeîn o anche teleîn, l’iniziato mystes, il complesso della cerimonia mystéria, mentre telestérion è il particolare edificio adibito all’iniziazione; il rito può chiamarsi anche teleté, ma questa parola è nel contempo usata per indicare in genere le feste religiose. Anche orgia designa il <<rituale>> in assoluto, ma il termine è impiegato con particolare riferimento ai misteri; il verbo che definisce la cerimonia dell’iniziazione è infatti orgiazein. Celebri e ovunque noti erano i misteri di Eleusi, per gli Ateniesi tà mystéria semplicemente; ma, a quanto pare, essi non erano che la componente più significativa di un gruppo di manifestazioni dello stesso tipo.

La segretezza era assoluta, il solo dubbio era se <<il sacro>> fosse in questi casi <<proibito>>, apórrheton, o semplicemente <indicibile>>, árrheton. Simbolo dei misteri è la cesta chiusa da un coperchio, la cista mystica; solo l’iniziato ne conosce il contenuto; il serpente, che si attorciglia attorno ad essa o ne esce, è segno di <<indicibile>> terrore. Gli scrittori pagani non andarono altre le allusioni e quelli cristiani, intenzionati a svelare il segreto, non riuscirono ad andare oltre vaghe supposizioni. Solo per un caso fortunato uno gnostico fu in rado di fornire alcuni dettagli fondamentali su Eleusi. (Walter Burkert, la religione greca, Jaca Book, Milano 20103, pp. 497-498).

Le parole di Burkert ci aiutano ad entrare nel labirinto delle religioni dei misteri, che per dirla con un facile gioco di parole sono un mistero (nel senso moderno del termine) ancora in buona parte da decifrare e svelare.

Si potrebbe definire elemento fondante delle religioni dei misteri l’iniziazione, questa è un elemento in comune a tutti i culti misterici. Quando parliamo di mistero, in questo contesto, dobbiamo sempre riferirci al senso originario della radice my che sta a significare chiudere gli occhi o chiudere la bocca. Nel suo lessico, Suda fa chiaramente riferimento a questa radice in riferimento alla parola mysteria: vengono chiamati misteri perché quelli che li ricevono chiudono la bocca e non spiegano queste cose a nessuno. La parola myêin significa chiudere la bocca. Era praticata una iniziazione o le iniziazioni erano molteplici? La domanda potrebbe essere anche formulata chiedendosi se vi erano diversi gradi o livelli di iniziazione.

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lunedì 23 settembre 2019

L'arte della bellezza. L'allocuzione del Gran Maestro Stefano Bisi

La lettura dell'allocuzione

Carissimi fratelli, Gentilissimi Amici del Grande Oriente d’Italia che ci onorate con la vostra presenza al Vascello in questo giorno in cui celebriamo l’annuale festa del libero pensiero. Siete i benvenuti nella Villa della Libertà e della cultura. Insieme a me vi salutano i membri della giunta. Li chiamo sul palco: il gran maestro aggiunto Antonio Seminario, il gran maestro aggiunto Claudio Bonvecchio, il primo gran sorvegliante Sergio Monticone, il secondo gran sorvegliante Marco Vignoni, il grande oratore Michele Pietrangeli, il gran tesoriere Giuseppe Trumbatore, il gran segretario Francesco Borgognoni, il presidente degli architetti revisori Emanuele Melani. I consiglieri dell’ordine in giunta Fabrizio Celani, Raffaele Sechi.

Desideriamo porgervi un caro saluto e il ringraziamento per aver voluto trascorrere insieme a noi questa ricorrenza così importante, piena di significati e straordinariamente bella, che anche quest’anno abbiamo arricchito dalla presenza di mostre, dibattiti ed eventi ai quali hanno preso parte personaggi di spicco della vita culturale, politica e dello spettacolo del nostro Paese. Abbiamo parlato con tante persone. A tutte queste personalità va il mio grazie e quello della Giunta dell’Ordine per aver accettato il confronto con un’Istituzione che punta alla diffusione del pensiero e alla tutela dei diritti di tutti senza preconcetti e senza esclusioni. Il Grande Oriente d’Italia sventola la bandiera della laicità, che vuol dire prima di tutto rispetto delle diversità. Noi liberi muratori, non abbiamo fatto roghi nella nostra storia, ascoltiamo tutti, parliamo con tutti, permettiamo a tutti di esprimersi, di vivere la propria dimensione spirituale e non. Le porte del Grande Oriente d’Italia sono e saranno sempre aperte al dialogo costruttivo con chi vuole conoscerci per capire prima di giudicare. In troppi non vogliono fare fatica: è più facile giudicare che pensare. Noi, comunque, anche a chi ha pregiudizi nei nostri confronti le nostre porte non le chiudiamo mai. Non le chiudiamo mai a nessuno: non fa parte del nostro Dna, della nostra storia e dei nobili principi a cui ci ispiriamo.

A chi ci vuole vedere come dei bei pezzi d’antiquariato del passato, a chi ci vuole marchiare oggi come se fossimo dei pericolosi individui che nel segreto chissà cosa combinano ai danni della collettività, a chi ci vuole strumentalizzare per fini e consensi politici, a chi pensa che la libera muratoria sia solo un club di uomini che indossano bei grembiuli colorati e guanti, a tutti questi noi rispondiamo con il sorriso della Tolleranza. Pronti ad ascoltare, a difendere il diritto degli altri a esprimere le loro opinioni e pronti a dire la nostra. È questa la vera unica Democrazia, è questa la grande differenza che ci rende belli e forti a distanza di secoli e ci rende più che mai attuali. La Massoneria è nata e si è sviluppata nei secoli come una vera e propria Arte, ’Arte del tutto speciale, unica, dove si impara a modellare ogni cosa facendo ampio e fecondo uso della Bellezza oltre che della Tolleranza.

L’Arte della Bellezza, ecco una definizione che per la Libera Muratoria è di una valenza profonda. Perché nel  suo molteplice simbolismo racchiude in se’ quello che è il reale percorso massonico di ogni iniziato alla ricerca del Bene, del Bello, del Giusto e del Vero.

Perché non c’è niente come la Bellezza in grado di attraversare i secoli, smuovere le coscienze, parlare un linguaggio universale nel tempo e nello spazio.  Lo scrisse usando queste parole Oscar Wilde: “La Bellezza è una forma del Genio, anzi, è più alta del Genio perché non necessita di spiegazioni. Essa è uno dei grandi fatti del mondo, come la luce solare, la primavera, il riflesso nell’acqua scura di quella conchiglia d’argento che chiamiamo luna”.

La Libera Muratoria è da oltre tre secoli Arte e Bellezza insieme, interiore ed esteriore, anzi la Libera Muratoria è proprio l’Arte della Bellezza. Attraverso di essa, l’uomo che lo desidera, spicca il volo verso altezze dello spirito e valori condivisi che sono contenuti nei principi di Libertà, Fratellanza ed Uguaglianza. La Bellezza è non è nel viso, non è solo nei tratti, la Bellezza è nel cuore, la Bellezza è nella dignità, nello spirito, nell’eleganza.

Durante i nostri lavori rituali viene evocata la Bellezza insieme alla Sapienza e alla Forza; è una delle tre candele che accendiamo nel Tempio, che fanno tanta luce e guidano il lavoro dei fratelli massoni in ogni angolo del Mondo, in ogni angolo della nostra, e da sempre, amata patria.

“Che la Bellezza lo irradi e lo compia” viene perentoriamente affermato in relazione al lavoro che i liberi muratori si accingono a svolgere all’inizio delle tornate rituali. E in questa frase esortativa che viene pronunciata in Loggia, e anche in quella finale che recita “Che la luce della Bellezza resti nei nostri cuori”, è racchiuso tutto l’impegno e lo spirito con cui i massoni lavorano,  fin dalla notte dei tempi, al proprio miglioramento e a quello dell’Umanità.  Con qualche errore. Strada facendo qualche errore lo abbiamo fatto. Altri ne faremo. Pronti, come sempre, a pagare i nostri sbagli. A noi non viene risparmiato nulla in questo mondo dove tutti si sentono perfetti. Noi no.  Noi rivendichiamo la nostra imperfezione, il diritto di essere imperfetti. La perfezione la lasciamo ai presuntuosi. A chi ha una risposta per tutto e pensa che sia sempre quella giusta. La perfezione lasciamola ai punti esclamativi, come Luciano De Crescenzo chiamava i paladini delle grandi certezze, i puri della fede incrollabile. I punti esclamativi fanno paura. Abbiate paura dei punti esclamativi. Spesso le loro certezze si trasformano in violenza. Meglio i punti interrogativi, i sacerdoti del dubbio positivo. Quasi sempre sono brave persone, democratiche e tolleranti.

Noi liberi muratori siamo punti interrogativi che cercano la Bellezza con il lavoro comune, che poi unita alla Sapienza e alla Forza può produrre effetti meravigliosi e aiutare un mondo tormentato e diviso. E i massoni in questo hanno sempre fatto prevalere l’interesse del Bello e del Giusto per arrivare al Vero in un cammino impegnativo, senza scorciatoie, alla ricerca della conoscenza di se stessi e al miglioramento della Società dove noi tentiamo di interrare e coltivare i piccoli, grandi semi che portano alla Fratellanza degli uomini. Seminare è un lavoro duro. Ma è bello, è Bellezza.

Questa Bellezza è innanzitutto dentro di noi, dev’essere sempre in noi e dobbiamo alimentarla continuamente per riceverla e dare un po’ di luce, con generosità, agli altri. È una candela accesa che va riparata dal vento del pregiudizio, della rabbia, della violenza. Noi massoni, possiamo gridarlo in ogni momento ad alta voce,  siamo cercatori della luce e tedofori della Luce della Bellezza.  Più che mai lo siamo oggi, in una fase in cui anche la Bellezza viene messa in discussione da urla e strepiti di chi deve nascondere la debolezza dei propri argomenti.

Il Gran Maestro Stefano Bisi con i rappresentanti del Rito di York: Bilotta, Agostini e Pusceddu

Carissimi fratelli, carissimi amici non siamo e non saremo mai fra quelli che si arrendono di fronte all’invasione della Bruttezza che pervade gli animi, offusca le menti e rende l’Uomo retaggio delle forze più oscure che lo spingono a compiere atti barbarici ed a sottomettere ed umiliare i suoi simili. Non lo saremo mai. Noi siamo quelli che ripetono: “ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della cosa una”. E “la cosa una” è l’uomo che, ben formato, con i piedi che calcano la terra e il pensiero rivolto al cielo stellato fa il miracolo della Bellezza.

L’Uomo, essere imperfetto ma perfettibile, ha in sé tutti gli elementi per porre rimedio ai suoi errori e raggiungere grandi traguardi nell’elevazione spirituale, nell’Arte, nella Cultura e nella Scienza. È questa la via massonica, è questa la strada che i liberi muratori cercano di percorrere senza accontentarsi di verità parziali, relative o di comodo.

Quanta forza e quanta bellezza ci furono Cinquant’anni fa, era il 20 luglio del 1969, quando sfidando la paura dell’ignoto, l’uomo mise per la prima volta il piede sulla luna. Un evento che è stato ricordato la scorsa estate attraverso le voci Rai dell’epoca. Oltre alle parole di Tito Stagno in tv, a quel dialogo vivace con Ruggero Orlando, ci fu anche l’emozionante radiocronaca di Enrico Ameri, quella che poi divenne una voce amica dei nostri pomeriggi calcistici. Disse: “È un tempo da segnare questo. Sono le 4,55 del 20 luglio 1969. Quell’astronauta sembra una farfalla che esce dalla sua crisalide e che scopre una nuova vita. Armstrong cammina piuttosto bene sulla superficie lunare, quindi vengono un po’ a cadere tutte quelle paure, quelle preoccupazioni che esistevano per la passeggiata dell’Uomo sulla luna”.

Le parole di Enrico Ameri che ancora oggi ci fanno rivivere quello che fu un momento di grande Bellezza per l’Umanità. Ebbene l’Uomo da allora ha conquistato più volte la luna, è progredito oltrepassando i confini della ricerca, della Scienza e della Tecnica. Ma ha fatto qualche passo indietro notevoli nella difesa della Bellezza sulla Terra, nella salvaguardia della natura, diventando persino il peggior nemico dell’ambiente e mettendo a rischio intere aree del globo. Abbiamo dimenticato che noi apparteniamo alla Terra, non è la Terra che appartiene all’uomo.

Ce lo ha ricordato l’astronauta Paolo Nespoli, che è venuto a trovarci in Gran Loggia ad aprile. Ci ha fatto sognare raccontandoci la Bellezza della Terra vista dal cielo e invitando tutti a preservare il nostro comune e straordinario habitat.

Anche Luca Parmitano, in missione nello spazio, da lassù magari stasera ci guarda, ha lanciato un inequivocabile messaggio d’allarme: “I deserti avanzano e i ghiacciai si sciolgono: sono passati appena sei anni dalla mia prima missione, ma è bastato affacciarmi alla Cupola per constatare profondi e drammatici cambiamenti. Ho trovato punti di riferimento e zone in cui gli effetti terribili del riscaldamento globale sono evidenti. Spero che le parole di noi astronauti, privilegiati testimoni della bellezza e della fragilità della Terra, possano allarmare davvero”.

Come ha  allarmato ad agosto vedere nelle immagini televisive lo scempio dell’Amazzonia in fiamme, una dolorosa e profonda ferita per il Pianeta, per tutti noi. È bella l’idea di piantare un albero per ogni cittadino. Sessanta milioni di nuovi alberi in Italia.

Una più responsabile tutela del Pianeta oggi è la base da cui ripartire per salvaguardare l’armoniosa Bellezza del Creato e la nostra stessa sopravvivenza. Dobbiamo guardare al Cielo rendendo ancora più forti le radici del terreno di cui ci nutriamo e dell’aria che respiriamo. E a questa terra, alla Grande Dea, dobbiamo pensare di più. Come si conciliano il progresso, il lavoro, con il diritto alla salute, alla conservazione dell’ambiente? Un bell’interrogativo. Va trovato un equilibrio, significa avere coscienza che ogni nostra azione, anche la più piccola, influenza l’umanità. L’equilibrio, una parola difficile. Pensate al dramma che vivono i cittadini che risiedono a Taranto, nel quartiere Tamburi, lì, accanto all’ex Ilva. Lavorano per vivere ma rischiano di morire avvelenati dall’inquinamento. E noi da qui inviamo ai cittadini di Taranto un messaggio di solidarietà e vicinanza. Come inviamo un messaggio di solidarietà e vicinanza a tutti i fratelli che lì vivono. La domanda che ci poniamo è semplice: come mai nel terzo millennio non si riesce a utilizzare la tecnologia per superare questo dilemma terribile: lavoro o conservazione dell’ambiente. Come si fa a trovare un equilibrio? Dobbiamo utilizzare la tecnologia. Ci aiuta a vivere meglio, può facilitare gli incontri tra le persone, a diffondere condivisione e solidarietà, cultura e bellezza. Quella Bellezza che ci è stata tramandata dai sapienti filosofi del passato.

La filosofia greca antica proprio alla Bellezza, all’armonia delle forme, attribuiva il compito di educare i giovani ad una vita virtuosa e buona, perché fossero spinti a «contemplare la Bellezza nelle attività umane e nelle leggi, e a vedere come essa è dappertutto affine a se stessa». E anche i Pitagorici attribuivano al Bello i caratteri della simmetria e della proporzione.

Torniamo a parlare di quella Bellezza cui si affida l’importante compito di condurre l’uomo alla ricerca della conoscenza dell’Essere, in cui risiede la vera sapienza. Torniamoci, fratelli e amici. Facciamo di tutto per rimettere l’Uomo sulla strada della Bellezza. Con forza e ottimismo.

Noi sappiamo bene che il compito della Bellezza è ancora quello di educare l’uomo all’ascesa verso il Bene, che potrà manifestarsi nell’azione buona e meritevole al servizio della collettività. La Bellezza di un gesto generoso. La Bellezza di aiutare una persona che ci chiede aiuto. La Bellezza di un bacio sulla guancia di un anziano. La Bellezza di una stretta di mano. La Bellezza di un abbraccio, magari inaspettato. La Bellezza di dire “ti voglio bene”.

Ma torniamo anche a guardare con ammirazione e stupore alla Bellezza dell’Arte in tutte le sue forme. Partendo da quella che ci hanno tramandato geni come Leonardo da Vinci. Senza i suoi codici, senza i suoi studi, senza il suo grande lavoro di scienziato, inventore, pittore, l’Umanità non avrebbe compiuto il percorso che ha fatto.

C’è quindi più che mai bisogno di Bellezza, di Cultura, di Sapere, di Conoscenza. Abbiamo urgentemente bisogno di vedere che siano costruite nuove scuole e nuovi musei, abbiamo bisogno che i libri invadano anche le case dei poveri, affinché tutti i bambini abbiano la possibilità di istruirsi.

Mi ha colpito, mi ha fatto riflettere, a luglio, l’immagine di un bambino di 11 anni, Rayane, che durante lo sgombero di un casa occupata a Primavalle teneva sottobraccio i suoi libri come la cosa più preziosa, mentre i poliziotti lo guardavano. Nessuno va lasciato indietro, nessuno va lasciato solo. Né Rayane né altri bambini.

La priorità che ogni governo, di ogni classe dirigente, dovrebbe darsi, è quella di sostenere la più grande ricchezza che l’uomo possa avere: la Cultura. Non ci possiamo più permettere che venga quasi accantonata con programmi scolastici che risentono sempre più dei budget ridotti. È lì, a scuola, che si preparano le generazioni del futuro. È lì che si creano le comunità, è lì che si impara a conoscere l’altro. Sui banchi di scuola.

Piero Calamandrei, in un suo discorso a difesa della scuola nel 1950, pronunciò queste sagge parole: «Quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, che invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue. La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia». Oggi ci vorrebbero tanti Piero Calamandrei per illuminare la strada.

Ma non facciamoci prendere dallo sconforto e dalla rassegnazione. La ruota della vita non si ferma. Non si è mai fermata. Il pessimismo non ci deve accompagnare. Facciamo un gioco. Un indovinello. Ditemi chi ha pronunciato queste frasi.

«La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, si burla dell’autorità e non ha nessun rispetto per gli anziani. I bambini di oggi sono dei tiranni, non si alzano quando un vecchio entra in una stanza, rispondono male ai genitori, in una parola sono cattivi». La frase è di Socrate, 470 a.C.

La seconda: «Non c’è più una speranza per l’avvenire del nostro paese, se la gioventù di oggi prenderà il potere domani, perché questa gioventù è insopportabile, senza ritegno, terribile». Appartiene ad Esiodo, 720 a.C.

La terza: «Il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico. I nostri ragazzi non ascoltano più i loro genitori. La fine del mondo non può essere lontana». Attribuita ad un Sacerdote dell’Antico Egitto 2000 anni prima di Cristo.

Infine, ecco la quarta: «Questa gioventù è marcia nel profondo del cuore. I giovani sono maligni e pigri. Non saranno mai come la gioventù di una volta. Quelli di oggi non saranno capaci di mantenere la nostra Cultura». Quest’ultimo giudizio è inciso su un vaso d’argilla dell’Antica Babilonia nel 3000 a.C.

Siamo di fronte a degli esempi che vengono da un passato lontano da cui noi discendiamo e che devono farci scuotere le coscienze ma farci sentire fiduciosi, ottimisti. Perché sono riflessioni molto attuali. Ma vuol dire che la ruota della vita gira. La ruota ci ha fatto andare avanti. Ci manda avanti. Nonostante tutto. E allora? Allora, impegniamoci. Per dare entusiasmo, per dare lavoro, non più precario e poco retribuito. Troppi non hanno lavoro, troppi lo perdono. Mai perdersi d’animo. Le partite che affrontiamo ogni giorno a volte si vincono, in tutte le altre non si perde ma si impara qualcosa. Mai sentirsi sconfitti. La vita è lunga. Si cade e ci si rialza. I contadini toscani, le sere d’inverno, a veglia, di fronte al fuoco, raccontavano le storie ai più giovani e, soprattutto, raccontavano tanti proverbi. Una mi è rimasta impressa: «Nella vita ci sono più giorni che salsicce»… Vuol dire che c’è tempo per far tutto, per vincere e per imparare dalle sconfitte, per ascoltare e per parlare, per piangere e per sorridere.

La forza si costruisce sui fallimenti, non sui propri successi. La capacità di rialzarsi dopo una caduta rende più forti. Sempre senza fermarsi.  Sempre in viaggio. Come avete fatto Voi per arrivare qui al Vascello. Alcuni di voi vengono da molto lontano, hanno affrontato viaggi faticosi e anche costosi. Hanno trovato curve e strettoie. E anche pericoli. È un dono che mi avete fatto. Essere venuti qui è un regalo che mi avete fatto, che avete fatto alla giunta del Grande Oriente d’Italia. Voi siete come un seme lanciato tra le zolle, baciate dal sole, alimentato dall’acqua, curato dal lavoro dell’uomo. Con il vostro impegno costante, ogni giorno, in ogni parte d’Italia, in ogni angolo, siete diventati una bella spiga di grano. E io sono fiero di voi come Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. E la giunta è fiera di voi. E anche voi come il seme che cerca la luce passando dalle tenebre della terra, avete attraversato le difficoltà. Come posso ringraziarvi? Talvolta ci penso quando vi stringo la mano. Posso ringraziarvi con un sorriso. Non so darvi molto di più. Ho provato a difendervi. Credo di sì, credo di averlo fatto e continuerò a farlo con tutte le mie forze perché rivendico il vostro, il nostro diritto di esistere.

E questa è la Bellezza, la Bellezza dell’armonia, che regna tra noi. Bisogna mantenerla quest’armonia tra tutti gli uomini partendo dalla nostra interiorità. In fondo, ogni persona è come una vetrina. Brilla quando c’è il sole ma quando cala la notte la vetrina brilla se c’è la luce dentro. E la persona è come un uovo. La solidità non è data dal guscio ma da quello che lo riempie.

E anche il Grande Oriente d’Italia è come un uovo, ha grandi valori dentro, ha una straordinaria storia, ha un formidabile futuro davanti. Siamo cittadini di questa Italia, di questa Europa che talvolta ci fa arrabbiare, che vediamo lontana e che talvolta ci mette lacci e lacciuoli ma è bene che ci sia, siamo cittadini dell’umanità, di un mondo che ha confini porosi, che consente a ogni essere umano di spostarsi da una parte all’altra, che permette a ognuno di imparare qualcosa da un altro.

La Bellezza di imparare, il desiderio di progredire, la voglia di lasciare cose belle, la pace, l’amore, il lavoro a chi verrà dopo di noi. “Il futuro è il luogo migliore” ha detto Barack Obama. Bisogna costruirlo il futuro. Costruire, la parola fondamentale della nostra azione. Costruire stimola la fierezza dell’appartenenza. E noi dobbiamo costruire luoghi migliori. Tocca a noi. Il luogo è l’intreccio tra l’ambiente e l’uomo, l’uno rispetta l’altro. Così si edificano le comunità, dove le persone si conoscono, si parlano, si aiutano.

E, chissà perché, mentre dico queste parole, me ne viene in mente un’altra, tra le più diffuse del nostro tempo: deficit. Si parla di deficit di bilancio, deficit delle imprese, deficit di linguaggio, di lettura, ma si parla poco o nulla del deficit di empatia. Invece, è un male del nostro tempo l’incapacità di capire le ragioni dell’altro, le difficoltà dell’altro. Noi dobbiamo agire per superare il deficit di empatia. Se allarghiamo il raggio delle nostre preoccupazioni, se c’è empatia con i problemi degli altri sarà difficile non aiutare chi ha bisogno.

E noi liberi muratori, che siamo artigiani del progresso, dobbiamo metterci in azione per diminuire e annullare il deficit di empatia.

Noi massoni non ci fermiamo. Camminiamo. Corriamo. Siamo forti, siamo grintosi, siamo fieri, uniti e perfino belli. Continueremo la nostra interminabile Opera accendendo la candela della Bellezza nei nostri cuori e nelle nostre menti per illuminare un po’ di più il mondo. Continueremo a lavorare per i nostri sogni, continueremo ad alimentarli, ispirati dal pensiero nobile e illuminato di Eleonor Roosevelt: “Il futuro appartiene a chi crede alla bellezza dei propri sogni”.

Fatelo anche Voi. Facciamolo tutti assieme. Costruiamo il futuro, è lì il luogo migliore, il luogo più bello, il luogo della dolcezza e dell’amore, il luogo del lavoro per tutti, il luogo della cultura per tutti. Accendete ovunque, ogni giorno, la candela della Bellezza. Facendo così, davvero la Bellezza potrà salvare il mondo.

Viva il Grande Oriente d’Italia! Viva il Libero Pensiero! Viva tutti noi!

Stefano Bisi

Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia

Roma, Il Vascello 21 settembre 2019.

venerdì 6 settembre 2019

Il Nuovo Umanesimo e la dignità dell'uomo



«Il disegno di Pico per il grande dibattito romano del 1487, porta alle estreme conseguenze il progetto culturale dell’Accademia di Ficino, con una visione ecumenica che aveva l’ambizione, nell’intento del mirandolano, di raggiungere una vera e propria pax philosophica, rintracciando negli scritti di tutti i sapienti di ogni epoca e di ogni latitudine quella corrente unitaria che conduce alla verità». Parlare di ‘Nuovo Umanesimo’, dopo le parole di Giuseppe Conte, è per Egidio Senatore abitare parole e autori familiari da una vita. Per averne scritto e per averle raccontate in tutte le forme che la Comunicazione sa immaginare. Storico collaboratore di Gabriele La Porta, il più longevo autore Rai, Senatore ha sempre avuto per Pico e per Bruno un amore che parte dal cuore per vivificare tutto il resto in lui e in chi lo segue.

«Ermete Trismegisto, Mosè, Dioniso, Orfeo, Pitagora, Platone, Aristotele, Agostino, Maometto, Tommaso, parlano tutti la stessa lingua e professano tutti lo stesso culto: quello della centralità della dignità umana. È chiaro che l’intento di Pico, come era già stato quello di Ficino, era di dimostrare come la rivelazione di Cristo sia il culmine unificante di tali correnti, ma è evidente come Pico riesca a combinare, arditamente, diverse tradizione culturali: Giobbe con Empedocle, Zoroastro con Platone, i miti egizi con quelli biblici, ecc. Un nuovo Cristianesimo vitalizzato dell’ermetismo di Ficino e dalla sapienza della Kabbalah, “Nulla est scientia quae nos magis certificat de divinitate Christi, quam Magia et Cabala”.
Nonostante, probabilmente, Pico avesse composto l’Oratio esclusivamente per il congresso-dibattito da lui organizzato del 1487, la fama di questa composizione ha assunto il carattere di vera e propria sintesi del pensiero del filosofo di Mirandola ed, anzi, di manifesto dell’antropologia rinascimentale e della modernità. Il carattere ‘rivoluzionario’ che molti autori hanno rintracciato tra le righe, ha, forse, travalicato lo stesso significato che Pico aveva profuso originariamente nel testo. È significativo, a proposito, che dopo secoli di assoluto disinteresse, l’Oratio torni alla ribalta tra i due conflitti mondiali,con tre edizioni italiane, due inglesi ed una tedesca, senza contare la popolarità nella seconda metà del novecento.
Al di là di tutte le interpretazione storiche e delle variegate letture critiche che, nel tempo, si sono avvicendate, l’Orazione contiene un messaggio che entra nello scenario dell’umanità attuale portatore di una straordinaria speranza».

«Ti ho collocato come centro del mondo perché da lì potessi meglio osservare tutto quanto è nel mondo. Non ti creammo né celeste né terreno, né mortale né immortale, in modo tale che tu, quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te stesso, possa foggiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori... o potrai, secondo la volontà del tuo animo, essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nelle creature divine».

«E in un’epoca dominata dai fautori di una modernità che si è imposta come un necessario genocidio dello spirito, nome di un progresso scientista, materialista, asfittico e meccanicistica, è stata inaugurata una nuova stagione di pessimismo antropologico in cui l’uomo ha perso, nuovamente, quella centralità conquistata dell’umanesimo e con essa la dignità di autodeterminarsi. L’uomo copula mundi, l’uomo al centro, l’uomo ‘grande miracolo’ per la sua dignità è stato svenduto per una finanziarizzazione totalitaria; di quel progetto sembra rimanere memoria nell’effigie di quell’Uomo vitruviano metallico che, inconsapevolmente, prende posto nei nostri portafogli; un uomo-moneta misura dei nostri tempi».

Ascolta l'intervista audio a Egidio Senatore

lunedì 1 luglio 2019

La storia di Badikan, una leggenda armena

di Michele Leone



Badikan è entrato nella mia vita l’altra sera mentre davanti al fuoco bevevo thè e rosolio alle rose in compagnia di maestri e amici armeni, slavi e russi. Nell’ora che precede l’aurora, dopo un sorso di thè Bagrat si schiarì la voce e ci raccontò questa antica leggenda.

Badikan, era il più giovane dei quaranta figli di un re senza nome. Raggiunto la maggiore età, al pari dei fratelli, il re lo fece partire per una terra lontana affinché potesse dimostrare il suo valore e trovare una moglie.

Badikan venne armato dal re suo padre di una spada, un arco e frecce; ricevette soldi e servi e un magnifico cavallo, infine diede a Badikan la sua benedizione e lo spedì incontro al suo destino.

Raccontare tutti i dettagli del viaggio di Badikan richiederebbe molte altre notti attorno al fuoco, viaggiò in lungo ed in largo non solo per il mondo conosciuto. Ha attraversato il regno delle tenebre e il regno della luce.

I combattimenti di Badikan, sono scolpiti nella memoria dei vecchi come quando ha combattuto con Agog-Magog e con il demone Aznavor. Badikan ha sconfitto molte bestie sia del mondo naturale sia di quello sovrannaturale. Nel corso delle avventure Banikan vide morire i suoi servi e svuotarsi le sue bisacce d’oro.

Nel mezzo del suo peregrinare raggiunse un enorme palazzo eretto prima della comparsa dell’uomo, il palazzo era così grande che Badikan ci avrebbe messo una settimana per poter fare il giro delle sue mura.

Mentre si interrogava su chi potesse essere il signore di una tale meraviglia il sole parve scomparire dal cielo, a cancellarlo temporaneamente era stata la figura di un gigante vestito da un’armatura d’acciaio, elmo, calzari di bronzo, un arco e una faretra contenente frecce di ferro battuto. Arrivato alle porte del palazzo il gigante si fermò e annusando l’aria sentì l’odore di carne umana.

Affatto intimorito, Badikan venne fuori dal riparo ove si trovava e si presentò al gigante che a sua volta si presentò come Khan Boghu. Badikan gli disse che aveva sentito parlare di lui e che era nella sua terra per affrontarlo in duello. Khan Boghu scoppiò in una fragorosa risata e disse a Badikan che se era davvero un valoroso guerriero avrebbero potuto diventare amici. Anche Badikan rise e fu d’accordo con il gigante.

Il mattino seguente il gigante confessò a Badikan di essere innamorato della figlia di un re del Regno d’Oriente, la più bella fanciulla del mondo. Khan Boghu propose a Badikan di rapire la fanciulla e portarla al suo palazzo, per questo servigio lo avrebbe abbondantemente ricompensato. Badikan accettò con entusiasmo la possibilità di una nuova avventura e armato ed equipaggiato di ogni bene necessario da Khan Boghu partì.

Giunto nel Regno d’Oriente Badikan si ingegnò per avvicinare la bella principessa e dopo un po’ si fece assumere come giardiniere nel palazzo reale. Nel giardino del palazzo riuscì a scorgere per la prima volta la fanciulla, che era davvero bellissima; anche lei scorse Badikan e subito le fu chiaro che doveva essere molto più di un semplice giardiniere. Sguardo dopo Sguardo i cuori dei due ragazzi s’infiammarono d’amore. Il palazzo e la città erano fortificati oltremisura e migliaia erano le guardie, rapire la fanciulla sarebbe stata una impresa complessa. Durante una passeggiata nel giardino, fingendo di fermarsi ad odorare un fiore, la principessa disse a Badikan che a breve sarebbe partita per un viaggio e in quella occasione si sarebbe fatta rapire da lui.

Pochi giorni dopo quella fugace conversazione, in cui la fanciulla aveva potuto sfiorare solo la mano del suo amato, la principessa partì accompagnata da quaranta ancelle. Badikan attendeva il giusto momento, l’occasione propizia si presentò quando il gruppo dovette attraversare un fiume in fila indiana. Badikan comparve come dal nulla, alla guisa di un uccello rapace piombò sulla fanciulla e compì il ratto. Corse, sino a sfiancare la sua cavalcatura sulle montagne cercando un rifugio sicuro dove far accomodare la principessa prima di tornare a modificare le tracce del loro percorso per sviare gli armigeri che avrebbe mandato il re una volta avuta la notizia.

Gli occhi della principessa brillavano dalla felicità di poter finalmente stare con il suo amato, la felicità divenne disperazione quando Badikan le raccontò del motivo del suo rapimento di Khan Boghu.

L’astuzia e la capacità di uscire da situazioni all’apparenza troppo ingarbugliate è una caratteristica delle donne.

La principessa arrivata al palazzo di Khan Boghu disse al gigante che non avrebbe potuto sposarsi con lui perché aveva fatto un voto e promesso ai suoi genitori che non si sarebbe sposata per sette anni. Khan Boghu acconsentì ad una casta convivenza.

L’amore univa Badikan e la principessa e non passava giorno che i due cercassero di scoprire come mai Khan Boghu fosse inscalfibile da tutte le armi.

La principessa era affabile, gentile e amorevole con Khan Boghu, questo atteggiamento diede sicurezza al gigante e in poco tempo le sue difese crollarono iniziando a fidarsi sempre più della fanciulla.

Una sera, Khan Boghu si gongolava per i complimenti della principessa, quella notte cadde l’ultima difesa del gigante. Le disse che non poteva essere ucciso perché non aveva con sé la sua anima, il suo spirito vitale. V’erano sette anime nascoste in sette passeri che non potevano essere catturati perché erano nascosti in una scatola di madre perla con una chiusura speciale. La scatola di madreperla era in una volpe che non poteva essere catturata perché a sua volta era dentro un bue invincibile. In pratica Khan Boghu sarebbe stato per sempre imbattibile.

Il mattino seguente Khan Boghu andò a caccia e la principessa svelò a Badikan come avrebbe potuto trovare l’anima del gigante e conseguentemente ucciderlo.

Quando Khan Boghu fu di ritorno dalla caccia Badikan gli disse che era molto annoiato di quella vita e che aveva desiderio di affrontare qualche avventura e viaggiare, e gli chiese il permesso di partire, garantendo di tornare non appena avesse soddisfatto questo suo desiderio. Ricevuto il permesso da parte di Khan Boghu, Badikan salutò la principessa e partì con il suo magnifico destriero.

La prima destinazione fu la casa di alcuni stregoni, gli dissero che avrebbe potuto affrontare e superare la prova del bue con sette barili di vino forte.

Badikan si procura le botti di vino e per molti giorni viaggia alla ricerca del bue. Una volta trovato l’enorme bue aprì le sette botti del vino forte ed aspettò che le bevesse tutte. L’ubriacatura stordì il bue e Badikan ne approfittò per tagliarli la testa. Khan Boghu era a caccia e mentre la testa del bue incespicò e cadde, in quell’istante ebbe l’epifania del tradimento della principessa e della morte del bue. Khan Boghu si rialzò in fretta, pur barcollando, e provò a tornare al suo palazzo il più velocemente possibile provando per la prima volta un dolore sconosciuto.

La principessa vedendo arrivare Khan Boghu corse sul tetto del palazzo intenzionata a lasciarsi cadere di sotto se fosse stato necessario per sfuggire al gigante.

Nel frattempo Badikan aveva squartato il bue e presa la volpe per la coda le tagliò la testa. Mentre la testa della volpe rotolava sull’erba il naso di Khan Boghu iniziava a sanguinare copiosamente. Badikan aprì il ventre della volpe e ne estrasse la scatola di madreperla forzando sino a rompere la serratura. Appena rotta la serratura, Khan Boghu iniziò a tossire espellendo sangue dai polmoni. Badikan iniziò a far uscire i sette passeri dalla scatola di madreperla. Mentre strangolava i primi due Khan Boghu cadeva in ginocchio; strangolando la seconda coppia le braccia e le gambe del gigante divennero insensibili; mentre strangolava la terza coppia di passeri il cuore e il fegato di Khan Boghu scoppiavano. Schiacciò l’ultimo passero tra le sue mani e Khan Boghu scomparì in una nuvola di nero fumo.

Compiuta questa ordalia Badikan si affrettò a tornare dalla sua principessa e qualche giorno dopo si sposarono. Per tutta la vita governarono assieme il regno di Khan dominio di Boghu.

FONTE

venerdì 21 giugno 2019

San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista, Solstizio d'Estate

di Marcello Mura


La libera Muratoria è un peculiare sistema di moralità velata da allegorie e illustrato da simboli.

È un Ordine Iniziatico Tradizionale; vediamo cosa significa.

Un Ordine: “insieme di persone che, per condizione sociale, dignità, grado gerarchico,  professione, comunanza di vita simili, forma una categoria, un corpo a sé”.

Iniziatico: “relativo all’iniziazione religiosa o all’esoterismo: ciò che è riservato, enigmatico, ermetico, incomprensibile ai più, misterioso”.

Tradizionale: “quanto di sacramentale viene comunicato  nel tempo, da una generazione a quelle successive, dal maestro al discepolo che diventa a sua volta maestro e trasmette al suo discepolo. È Trasmissione di memorie, notizie, testimonianze, usi, riti e liturgie. Può essere trasmesso in forma orale o scritta”.

Questo Ordine è una scuola che fornisce un metodo, più che degli insegnamenti in senso stretto, e trae la sua origine, le sue allusioni, le sue allegorie, i suoi simboli da antichi contesti sacri dell’iniziazione di mestiere, nell’ambito della Tradizione cristiana e ancor prima ebraica.

In questo senso uno dei simboli su cui porre attenzione, oggi in particolare, attiene al numero due, che allude alla lettera “B”, la Beth (ב‎) per l’ebraismo, con tutto ciò che ne deriva: da una parte la contrapposizione e dall’altra la restaurazione e l’unione degli opposti.

Facciamo prima una piccola distinzione, peraltro sottile, e ci viene in aiuto la “Treccani”. Il Dualismo è la presenza di due principî fondamentali concordanti a un fine o contrastanti, distinti o opposti. La Dualità è la condizione e coesistenza di due elementi o principî. Anima e di corpo, bianco e nero, bene e male, luce e tenebra, giorno e notte, il passato e il futuro, Alfa e Omega, Maschio e Femmina, San Giovanni d’Estate e San Giovanni d’Inverno. Tradizione scritta e tradizione orale.

Tutto origina dal Due, si pensi al Bereshit della Genesi; anche l'uomo materiale nasce da due genitori.

Le Tradizioni sono pertanto due, parallele, tangenti, coerenti: Tradizione scritta e tradizione orale.

Questo allude al fatto che l’insegnamento Tradizionale avviene sempre in forma duale, non attraverso la contrapposizione, ma mediante il dialogo e il confronto, per la ricerca di una pluralità di pareri, di intenti, di sensi. Cerchiamo nuovi quesiti e non risposte univoche.

Nel nostro Ordine esiste una forma cristallizzata scritta e circolare, immutabile, che è rappresentata dalla Tradizione scritta (il Rituale per noi, la Torah in ambito religioso), ed una forma aperta - per contro - in continuo divenire (la discussione in Loggia, la ricerca personale, lo studio, il Talmud e i Catechismi in ambito religioso).
Questo simbolo è davanti ai nostri occhi: è il pavimento a scacchi o a mosaico.

Questo significa che affiancata alla Forza della Pietra granitica e immutabile, sta la Bellezza della ricerca e dello libero sviluppo intellettuale, scevro ovviamente di retorica: è un sistema aperto ove ognuno può interpretare e intuire tanti valori con estrema libertà, purché essi siano fondati sui Landmarks, coerenti ed adeguati al contesto.
Noi crediamo che una pluralità di vedute possa consentire di porre nuovi quesiti, nuove riflessioni e quindi nuove soluzioni.
Al di là delle differenze e delle contrapposizioni, il Sistema rimane coerente, organico, armonico.

Ci viene ancora in aiuto la Tradizione Rabbinica, da cui la Libera Muratoria ha attinto alcune fenomenologie, peraltro estesamente espresse poco sopra. Un discepolo chiese al maestro di insegnargli l’intera Torah nel tempo lui potesse riuscire a rimanere su un piede solo. Il maestro rispose stizzito: “non fare agli altri ciò che non vuoi che sia fatto a te. Vai e studia”. Questo potrebbe significare che il Maestro non posso togliere le castagne dal fuoco al Discepolo (o all’Apprendista). Ma anche che non puoi prescindere dai due piedi su cui puoi stare fermamente eretto: la Torah Scritta e la Torah Orale. Per noi in qualche modo il Rituale da un lato e la ricerca individuale dall’altro. La libera Muratoria ti può fornire un metodo, ma il Lavoro è il Tuo.

Ma vediamo il Duale: i due San Giovanni.

Alcuni dei valori più enfatizzati nella nostra epoca sono la laicità e l’uguaglianza, valori fondamentali per una civiltà moderna, che voglia evitare qualsiasi ingerenza teocratica o clericale sulla vita di tutti i giorni. Si vedano come esempio contrari alcuni stati teocratici, integralisti e retrogradi dell’Asia. Questi valori non devono comportare un’ipocrita omologazione degli individui ed un’inaridimento della morale.

Nelle società Tradizionali, le attività umane erano invece impregnate del senso del Sacro, ed i mestieri erano perciò scelti da ciascuno secondo le proprie inclinazioni fisiche, ma anche intellettuali e spirituali: erano contesti ove sviluppare verità di ordine superiore, trascendenti, derivando esse da principi di ordine metafisico.

Si svilupparono pertanto le Iniziazioni di Mestiere mediante le quali gli artigiani potevano accedere a domini sacri.

Le Antiche Corporazioni di Mestiere erano nel contempo delle confraternite, ovvero delle “Gilde”, in cui i valori consociativi di mestiere si correlavano immancabilmente con valori sacri e religiosi, ed erano caratterizzati inoltre da uno spirito di mutua assistenza. Tutt’oggi molte corporazioni di mestiere, in particolare oltre Manica, aprono la giornata di lavoro con invocazioni sacre: i Librai, i Mercanti, i Tessitori, i Pellicciai, i Pescatori, i Muratori.

Anticamente, i Collegia Fabrorum latini erano consacrati a Giano, lo stesso Giano Bifronte, di cui S. Giovanni d’Estate e S. Giovanni d’Inverno sono un adattamento cristiano, da cui deriva la dicitura di “LM di S. Giovanni”. Yeochanan ha un valore gematrico pari a "Reincarnazione di Elia": entrambi sono profeti, e sta scritto anche nel Vangelo (Matteo 17:10-13): Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?».  Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto; anzi, l'hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro». Allora i discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista.

L’Evangelista annuncia l’Apocalisse Il Battista è l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, e annunciò il Nuovo e il cambiamento. Sta scritto che discendesse da famiglia sacerdotale.

A rigor di logica il parallelismo tra Giano e Giovanni è valido sul piano concettuale, e allegorico, e l’allitterazione è suggestiva, mentre l’etimologia è diversa. Giano deriva da janua, ovvero “porta”, Giovanni invece dall’ebraico Yehōchānān, e significa “Dio è propizio” ma anche “Dio ha avuto misericordia”.

Quando il Candidato, appena iniziato ed ammesso alla Libera Muratoria viene posto nel punto a Nord Est della Loggia, a rappresentare simbolicamente la Prima Pietra che viene posata all’atto della fondazione dell’Edificio, appare come un giusto e retto muratore, esortato a esercitare sempre la Carità, caratteristica distintiva del cuore di un Muratore, così come sua sorella, la Misericordia, che benedice colui che dà, così come colui che riceve.

Quindi tutte le suggestioni, cerimonie ed allegorie ci esortano ad essere uomini migliori, per dare un contributo tangibile e sacro al nostro prossimo.

Possano la Virtù, l'Onore e la Misericordia continuare a distinguere i Liberi e Accettati Muratori.

Ancora una volta: il valore duale del nostro Ordine: speculativo e spirituale, operativo e tangibile.

Buon solstizio d'estate

di Cesare Marco Delorenzi




Il solstizio d'estate, rappresentando l'inizio dell'omonima stagione, è sempre stato nella storia occasione di feste, come i Litha nel neopaganesimo o la natività cristiana di Giovanni Battista, cosiddetta "Notte di San Giovanni" o "Notte di mezza estate".

Il Solstizio (dal latino solstitium, composto da sol-, "Sole" e -sistere, "fermarsi") è, in astronomia, il momento in cui il sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l’eclittica il punto di declinazione massima (o minima per il solstizio invernale).

Il fenomeno è dovuto all’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica; il valore di declinazione raggiunta coincide con l'angolo d'inclinazione terrestre e varia con un periodo di 41000 anni tra 22° 6' e 24° 30'. Attualmente l'angolo è di 23° 27' ed è in diminuzione.

Nel corso di un anno il solstizio ricorre due volte: il Sole raggiunge il valore massimo di declinazione positiva nel mese di giugno (segnando l'inizio dell'estate boreale ovvero nel nostro emisfero, w dell’inverno australe) e negativa in dicembre (marcando altresì l'inizio dell'inverno boreale e dell'estate australe).

Il solstizio ritarda ogni anno di circa 6 ore rispetto all'anno precedente (più precisamente: 5h 48min 46sec) e si riallinea forzosamente ogni quattro anni in corrispondenza dell’anno bisestile, introdotto proprio per evitare la progressiva divergenza delle stagioni con il calendario.

Al mezzogiorno locale del giorno del solstizio d’estate il Sole raggiunge la massima altezza sull’orizzonte. Come nota possiamo dire che nel tardo impero romano riferendosi al solstizio d'inverno, si parlava di Sol Invictus (Sole invitto) per celebrare il giorno in cui il Sole smetteva di calare sull'orizzonte.
Tracce di culti solari s'incontrano in tutto il mondo, dalla Polinesia all’Africa alle Americhe e giungono fino ai nostri giorni: per gli eschimesi il sole è la vita mentre la Luna è la morte, in Indonesia il sole s'identifica con un uccello e con il potere del volo, tra le popolazioni africane primitive la pioggia è il seme fecondatore del dio Amma, il sole, creatore della Terra.

Per gli Inca, la cui massima fioritura si ha intorno al XV secolo, la divinità Inti è il sole, sovrano della terra, figlio di Viracocha, il creatore, e padre della sua personificazione umana, l'imperatore. Attorno a Cuzco, capitale dell'impero, sorgono i Mojones, torri usate come "mire" per stabilire i giorni degli equinozi e dei solstizi. A Macchu Picchu, famoso luogo sacro degli Inca, si può ancora vedere il Torreon, una pietra semicircolare incisa per osservazioni astronomiche, e l'"Intihuatana", un orologio solare ricavato nella roccia.

Per i Maya il sole è il supremo regolatore delle attività umane, sulla base di un calendario nel quale confluiscono credenze religiose e osservazioni astronomiche per quell'epoca notevolmente precise.

Tra gli Indiani d’America il sole è simbolo della potenza e della provvidenza divine. Presso gli Aztechi veniva assimilato a un giovane guerriero che muore ogni sera e ogni mattina risorge, sconfiggendo la luna e le stelle; per nutrirlo il popolo azteco gli offriva in sacrificio vittime umane. Leggende analoghe, anche se fortunatamente meno feroci, si trovano ancora tra le popolazioni primitive nostre contemporanee. Gli stessi Inuit (eschimesi) ritenevano fino a poco tempo fa che il sole, durante la notte, rotolasse sotto l'orizzonte verso nord e di qui diffondesse la pallida luce delle aurore boreali: convinzione ingenua, ma non del tutto errata, visto che è stato studiato come le aurore polari siano proprio causate da sciami di particelle nucleari proiettate nello spazio ad altissima energia dalle regioni di attività solare. Tutto il culto degli antichi Egizi è dominato dal sole, chiamato Horus o Kheper al mattino quando si leva, Ra quando è nel fulgore del mezzogiorno e Atum quando tramonta. La città del Sole, Eliopoli, era il luogo sacro all'astro del giorno, il tempio di Abu Simbeli, fatto edificare da Ramses II°, XII° secolo a.c., era dedicato al culto del Sole.

Secondo la cosmologia egizia il Nilo era il tratto meridionale di un grande fiume che circondava la Terra e che, verso nord, scorreva nella valle di Dait, che raffigurava la notte; su esso viaggiava un'imbarcazione che trasportava il Sole (raffigurato come un disco di fuoco e impersonato nella figura del dio Ra) che nasceva ogni mattino, aveva il culmine a mezzogiorno e al tramonto viaggiava su un'altra imbarcazione che lo riportava a Est. Si devono agli Egizi alcune delle prime precise osservazioni astronomiche solari, in base alle quali i sacerdoti del Faraone prevedevano le piene del Nilo e programmavano i lavori agricoli. Le Piramidi sono disposte secondo orientamenti astronomici, stellari e solari. Gli Obelischi erano essenzialmente degli gnomoni, che con la loro ombra scandivano le ore e le stagioni. Gli orologi solari erano ben noti e ne esistevano diversi tipi, alcuni dei quali portatili, a forma di T o di L, chiamati merket: il faraone Thutmosis III, vissuto dal 1501 al 1448 a.C., viaggiava sempre con la sua piccola meridiana, come noi con il nostro orologio da polso. La prima comparsa di Sirio, la stella più luminosa del cielo, all'alba, in estate, era per gli Egizi il punto di riferimento fondamentale del calendario. Il loro anno era di 365 esatti, ma sapevano già che in realtà la sua durata è maggiore di circa sei ore, per cui avevano calcolato che nel corso di 1460 anni la data delle inondazioni del Nilo faceva una completa rotazione del calendario.

Tutti i rituali del solstizio erano pensati per decretare il momento di passaggio metaforico dalla fase embrionale del Bruco a quella completa di Farfalla, simbolo dell’Anima/Psiche, che si dischiude nella luce dell’estate. La Regina, che è la Luna, è vestita di regalità quando è al suo massimo splendore, ed è corteggiata dal Sole, al massimo della sua forza, che la invita ad unirsi in un matrimonio mistico e solenne.

venerdì 31 maggio 2019

Dei remi facemmo ali al folle volo. Ulisse e il viaggio nella Conoscenza in Massoneria

di Luigi Piscitelli




La Divina Commedia nasconde il completo percorso iniziatico dell’adepto avvolto nell’oscurità del suo stato d’animo, che dapprima discende agli inferi, poi inizia la sua lenta risalita attraverso la purificazione, ed infine raggiunge la Luce, quella conoscenza riservata solo a chi è riuscito a spingersi oltre; oltre il conosciuto per affrontare l’ignoto.
L’opera tutta, dunque, è un testo iniziatico, con il quale Dante Codificò le sue conoscenze.
Il poeta descrive un percorso iniziatico dove l’uomo è alla ricerca delle sue origini, è un ritorno al punto dove partono tutte le cose, descritto con un linguaggio ricco di simboli ed allegorie che velano segreti iniziatici. Dunque, non c’è bisogno delle esplicite dichiarazioni di Dante per essere certi che sotto il senso letterario della Commedia, si nasconde senza alcun dubbio una allegoria.
Il soggetto della Commedia è l’uomo, o meglio la rigenerazione dell’uomo.
Quando il poeta, nel viaggio guidato da Virgilio, il Maestro, espone i suoi dubbi, ci troviamo nel pieno di un processo di iniziazione, in cui il neofita viene accompagnato nella sua opera di ricerca attraverso la decifrazione dei simboli, nella consapevolezza che si acquisisce passo dopo passo, che le verità ascoste anche quando saranno attinte non sarà possibile comunicarle.
Il canto XXVI dell’Inferno, è ambientato nell’ottava Bolgia dell’Ottavo cerchio dell’ultraterreno mondo infernale, uno dei punti più bassi. Qui sono punite le anime dei consiglieri fraudolenti. La colpa di questi dannati è legata alla conoscenza e, soprattutto, all’uso della parola per tessere inganni. Il loro peccato è quindi di natura intellettuale.
Vero protagonista di questo canto è Ulisse, che domina completamente la scena con il racconto del suo ultimo viaggio.
All’interno del XXVI Canto, Ulisse incarna l’uomo di ogni tempo che dedica l’intera propria vita alla conoscenza. Qual è quindi la sua colpa? Certo, c’è la questione dell’inganno (ricordiamo il cavallo di Troia), ma il peccato commesso da Ulisse non si limita a questo: l’eroe Achéo trova la morte proprio nel momento in cui sta cercando di oltrepassare i limiti posti al sapere umano, raffiguranti nelle colonne d’Ercole.
Il suo desiderio di “seguir virtute e canoscenza” viene perpetuato al di fuori della Grazia divina e assume quindi i connotati di un folle volo: “de’ remi facemmo ali al folle volo”.
È Ulisse stesso a raccontare a Dante il suo ultimo viaggio.
Giunto alle colonne d’Ercole, il limite estremo delle terre conosciute, l’eroe rivolge ai compagni una  che è un capolavoro di retorica, con cui li esorta a non perdere l’occasione di
esplorare l’emisfero australe totalmente invaso dalle acque, dove non abita nessun uomo. Mosso da questa sua ricerca, da questa fame di conoscenza, chiama a questa stessa fedeltà i suoi compagni, come il Maestro venerabile chiama i suoi fratelli.

«O frati, dissi, che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i notri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la Vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

Dunque le colonne segnano un ostacolo, un limite da superare, il confine tra lo spazio del profano e quello della sacralità ma, nello stesso tempo, indicano che al di là c’è l’oceano in cui sprofondare e annegare, al di qua la sicurezza di ciò che si conosce. Chi ha deciso di entrare è certo di quello che sta abbandonando, ma non sa quello che potrà trovare. Egli si troverà di fronte a se stesso e all’infinito, sarà segnato dalla paura e dallo sgomento, ma ad ogni passo scoprirà qualcosa di quello che sta cercando.
L’iniziato non può stare al di qua ed al di là di esse, non può portare dentro quello che deve essere fuori, né deve portare fuori quello che deve restare dentro, le colonne segnano proprio questo confine e questo incontrovertibile principio iniziatico.
Cari fratelli, cosa abbiamo chiesto il giorno della nostra iniziazione?
La Luce, la conoscenza.
È dunque l’iniziazione un momento fondamentale, indelebile, della nostra vita. E’ l’inizio di una nostra nuova esistenza, è un nuovo parto, che però ha in se anche una valenza di morte. La morte dell’essere che eravamo prima. Un essere che abbiamo seppellito per sempre nella caverna del gabinetto di riflessione, dove di nostro pugno abbiamo scritto il nostro testamento.
Non si diventa massoni, non si può nemmeno desiderare di diventarlo, se non c’è la volontà di oltrepassare le proprie personali Colonne d’Ercole, ovvero di scavare profondamente nel nostro intimo e da lì risalire per superare i propri limiti esistenziali.
L’iniziazione è in pratica un viaggio di ritorno e di andata, che ci riporterà apparentemente al punto di partenza, ma profondamente trasformati.
Il viaggio che compiamo durante l’iniziazione all’interno del tempio più che una vera e propria gestazione, è una completa ri-generazione. Il nostro corpo profano deve disgregarsi fino al suo primordiale stato embrionale, nell’atanor materno (rappresentato dal fuoco), per ricomporsi quindi, attraverso una nuova genesi spirituale, nel nuovo “Essere iniziato”.
Il nostro aspetto fisico non è cambiato, ma è cambiato per sempre qualcosa dentro di noi.

Vorrei meditare con voi sulla leggenda delle conoscenze perdute. La leggenda è riportata nel Sefer Haggdà. Si racconta che la ragione per la quale l’uomo, prima di nascere, deve passare 9 mesi nel ventre della madre, e che lì l’Arcangelo Gabriele gl’insegna tutta la Torah, quella scritta e quella orale. Per 9 mesi, con una candela accesa sulla testa, l’uomo impara tutta la Legge e, solo quando é pronto, può uscire alla luce del mondo. Un istante prima della nascita l’angelo gli spegne con un soffio la fiammella e il bambino dimentica tutto. Tutta la sua vita dovrà essere dedicata allo studio della Torah, a cercare di ricordarsi quello che aveva già imparato. Gli viene spenta la fiammella che portava sulla testa nel ventre della madre e questa viene sostituita dalla luce del mondo esterno. Nei meandri oscuri del ventre materno aveva una luce interna, questa si spegne e al suo posto viene la luce del sole, che abbaglia invece di illuminare. Per questo continua la leggenda ebraica, il neonato piange al momento della nascita, poiché ha dimenticato tutto e dovrà dedicare tutta la sua vita a cercare di ricollegarsi faticosamente al sapere perduto.

Per quale scopo ci riuniamo? Cosa ci viene ripetuto? Di edificare templi alla virtù, e scavare profonde ed oscure prigioni al vizio. Cioè, l’invito a lavorare per il beneficio dell’umanità, scavando profonde prigioni all’ignoranza, che è il massimo vizio dell’uomo, antagonista alla Luce...

lunedì 27 maggio 2019

La Dea Minerva e la città di York. All’origine dei maestri delle cave

di Massimo Agostini

Il Santuario romano a Chester


Nei pressi dell’odierna Chester vi è un luogo dedicato dagli antichi Romani di Britannia alla Dea Minerva, divinità delle guerre giuste, dell’arte, della saggezza e protettrice degli artigiani.
È proprio quest’ultima sua “vocazione” che la portò ad essere raffigurata a migliaia di chilometri di distanza da Roma, proteggendo i lavoratori che dalla cava di arenaria tagliavano e trasportavano i blocchi per la costruzione delle loro fortezze.

La legione Victrix, insieme alla Legio IX Hispana comandata da Quinto Petilio Ceriale, è infatti legata ai maestri costruttori della fortezza di Eburacum (moderna York) che nella tradizione divenne il fulcro originario delle corporazioni di mestiere.
L’ultima menzione di questa legione in Britania risale al 108 d.c, ovvero dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.
La città di York venne fondata dal governatore romano di Britannia, Quinto Petilio Ceriale, intorno al 71 d.C., con il nome di Eboracum o Eburacum (successivamente evolutosi nell'anglosassone Eofor-wic, poi nel Germanico del nord Jorvìc e infine nella forma attuale inglese York).
Quinto Petilio Ceriale Cesio Rufo fu genero dell'imperatore Vespasiano.
Vespasiano, prima di diventare imperatore, fu gennerale in Palestina e, a seguito di favori avuti da Giuseppe Flavio, ebreo e sacerdote del tempio in Galilea, lo adottò, concedendogli il nome dei Flavi. (rif. "Et in Arcadia Ego: i miti dei Popoli del Mare, Tipheret editore)
Il figlio di Vespasiano, Tito, comandò le legioni romane che nel 70 d.C. distrussero il Tempio di Gerusalemme, portando forse con sé il mistero della sacra arte connessa alla costruzione del tempio di Salomone e dell’Arca dell’Alleanza.
Non è quindi un caso che fosse diffuso il culto di una Dea come Minerva, Dea della sapienza e protettrice delle Arti sacre, le stesse che determinarono la costruzione del Tempio di Salomone.
Il destino della Legio Hispana è avvolto nel mistero: nel 120 d.C la Legio Hispana fu sostituita a Eburacum dalla VI Victrix e, secondo alcune leggende, si pensa che si sia unita agli SCOTI (popolazione celtica cristianizzata proveniente dall'Irlanda e insediata nel IV secolo in Scozia), alcune iscrizioni la indicano invece nei Paesi Bassi.
Significativo anche il fatto che i romani diedero a quella fortezza costruita in Britannia il nome di Eburacum.
Il termine Eburacum avrebbe il significato di "popolo dei tassi", un popolo identificato con i Biturgi (De bello gallico: VI, 16-28), considerati i "Re del Mondo" (Bitu "mondo" e Rigi "Re")
Per molti autori antichi (Omero, Erodoto, Pausania, Eschilo etc..) gli Eber (Eburi) sono collegati ai Paleset (Popolo del Mare che occupò la terra di Canaan al tempo in  cui gli Shardana, altro Popolo del Mare, tentò di invadere l'Egitto, per poi diventare alleato del faraone Ramses e in seguito, al tempo di Mosè, assumere la retroguardia delle tribù di Israele verso la Terra Promessa).
Il nome Eburacum sembra anche contenere il mistero di una antica sacra stirpe: quella davidica, poiché Eber, nel Vangelo di Matteo (1,1-16), viene indicato  come antenato di Gesù. Coincidenze?  Se è vero che per il mondo iniziatico "nulla avvinene per caso", forse non si tratta di coincidenze!
Sembrerebbe quindi esistere una sottile trama che collegherebbe gli Eburi ai Pelasgi della tribù di Giacomo di Alfeo, ovvero degli Esilarchi: i discendenti di stirpe davidica in esilio dopo la diaspora.
Una trama che condurrebbe al mistero del tempio di Salomone trafugato da Tito per giungere nella fortezza di Eburacum (Odierna York) nella quale si sviluppò l’Arte muratoria e le prime gilde di mestiere poste a fondamento della moderna Massoneria.