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lunedì 2 marzo 2020

Gli orologi di Schopenhauer



« Chi ha giuste intuizioni in mezzo a cervelli confusi si trova come uno che abbia un orologio che funziona in una città dove tutti i campanili hanno orologi che vanno male. Lui solo conosce l’ora esatta, ma a che gli giova? Tutti si regolano secondo gli orologi della città che indicano l’ora sbagliata, persino chi è al corrente che solo il suo orologio segna l’ora giusta»

(Arthur Schopenhauer)

giovedì 10 ottobre 2019

Il coraggio del pensare



«Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto, altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Credo con il coraggio».  Ludwig Wittgenstein, “Diari segreti”, 1914/1916.

giovedì 19 settembre 2019

Deleuze e la filosofia che pizzica



«Quando qualcuno chiede a cosa serve la filosofia, la risposta deve essere aggressiva, poiché la domanda è ironica e pungente. La filosofia non serve né allo Stato né alla Chiesa, che hanno altre preoccupazioni. Non serve a nessun potere stabilito. La filosofia serve a turbare. Una filosofia che non turba nessuno e non fa arrabbiare nessuno non è una filosofia. Essa serve a nuocere alla stupidità, fa della stupidità qualcosa di vergognoso. Non ha altro uso che questo: denunciare la bassezza del pensiero in tutte le sue forme».

Gilles Deleuze, “Nietzsche e la filosofia” (1967)

martedì 23 luglio 2019

La speranza di Leopardi



« Sebbene è spento nel mondo il grande e il bello e il vivo, non ne è spenta in noi l’inclinazione. Se è tolto l’ottenere, non è tolto né possibile a togliere il desiderare. Non è spento nei giovani l’ardore che li porta a procacciarsi una vita e a sdegnare la nullità e la monotonia. Ma tolti gli oggetti ai quali anticamente si era rivolto questo ardore, vedete a che cosa li debba portare e li porti effettivamente. L’ardor giovanile, cosa naturalissima, universale, importantissima, una volta entrava grandemente nella considerazione degli uomini di stato. Questa materia vivissima e di sommo peso ora non entra più nella bilancia dei politici e dei reggitori, ma è considerata appunto come non esistente. »

G. Leopardi, “Zibaldone”, 1 agosto 1820

venerdì 12 luglio 2019

La grandezza e la mediocrità secondo Céline



« Tanto più grande è un uomo, tanto più si espone a essere ferito da tutti: la tranquillità è solo per i mediocri, la cui testa sparisce nella folla. »
Louis-Ferdinand Céline.

venerdì 7 giugno 2019

Primo Levi e i luoghi comuni



«Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni? » (Primo Levi).

giovedì 23 maggio 2019

Le opinioni non bastano per costruire le cattedrali



« Un amico mi chiese perché non si costruivano più cattedrali come le gotiche famose, e gli dissi: "gli uomini di quei tempi avevano convinzioni; noi, i moderni, non abbiamo altro che opinioni, e per elevare una cattedrale gotica ci vuole qualcosa di più che un'opinione"» (Heinrich Heine).

martedì 14 maggio 2019

Hegel racconta Filone: il Verbo che si fa carne, il Logos Sommo Sacerdote di sé




Dio determina se stesso ed il generato, quel che è determinato da lui in se stesso e che appartiene a lui. L'altro, che Dio distingue da sé, è un aspetto di se stesso. È necessario pensare Dio in modo concreto. Dunque, da un lato, l'idea di Dio è limitata a Dio stesso. Dapprima Dio è l'uno, il quale è però indeterminato, mentre Dio è concreto, vivente, Dio distingue in sé stesso, si determina: nel λόγος, nel figlio primogenito. Pertanto si può affermare che si Dio fosse solo l'ὄν, non potrebbe venir conosciuto; che esiste si potrebbe solo vedere, constatare. Questo è assolutamente gusto. Il conoscere concerne il sapere circa Dio che determina se medesimo, Dio che si determina entro se stesso, Dio come Dio vivente».
Innanzi tutto c'è la luce originaria, l'essenza, la sostanza che riempie ed abbraccia tutto. Una luce piena di sé, αὐτὸς ἐαυτοῦ (πλήρωμα), mentre il resto è bisognoso e vuoto. «La sostanza riempie ed abbraccia tutto ciò che è vuoto, tutto ciò che è negativo: è uno e tutto. L'uno è l'astratto, il tutto è pienezza assoluta. Ma la pienezza è essa stessa ancora astratta, non è ancora concreta. Il concreto è il λόγος. Dio vive solo nell'eone, nell'archetipo, nel concetto puro del tempo. L'intelletto, il λόγος, è ciò che è capace di determinare, ciò che contiene l'essere determinato: il regno del pensiero, l'angelo della luce; è l'uomo delle origini, l'uomo celeste, l'uomo in Dio, il lógos, se con questo termine si rappresenta l'attività dello spirito; è il sorgere del sole. Il λόγος, si scinde nelle idee, che da Filone sono chiamate anche 'angeli'. L'uomo originario, il lógos primigenio, è il mondo del pensiero in quiete. Da esso si differenzia il λόγος προφοριχός, il lógos prοduttivo, attivo, che esprime l'efficienza, la creazione del mondo: come nella conservazione del mondo esso è lógos che permane. Rispetto alla coscienza di sé, esso è maestro di saggezza, è il sommo sacerdote, è lo spirito della divinità che insegna agli uomini il ritorno cosciente dello spirito all'interno di se stesso.

(Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Laterza, Roma-Bari 2009, p.372)

venerdì 8 marzo 2019

Le essenzialità della riflessione: gli opposti in Hegel

di G. W. F. Hegel* 



L'opposizione di positivo e negativo vien presa principalmente nel senso che quello (benché secondo la sua denominazione esprima l'esser posto) debba essere un che di oggettivo, questo invece un che di soggettivo, che appartenga soltanto a una riflessione esterna, non riguardi per nulla l'in sé e per sé oggettivo, e addirittura non esista per lui. Nel fatto, quando il negativo non esprima altro che l'astrazione di un arbitrio soggettivo, oppure una determinazione di un confronto estrinseco, certamente esso non esiste per l'oggetto positivo, vale a dire che questo non è in lui stesso riferito a una tal vuota astrazione; ma allora la determinazione di un essere positivo gli è parimenti soltanto estrinseca. Così, per portare un esempio dell'opposizione fissa di queste determinazioni successive, la luce vale in generale come il semplice positivo, l'oscurità invece come il semplice negativo. Ma la luce nella sua infinita espansione e nella forza della sua efficacia di schiudere e vivificare ha essenzialmente la natura di un'assoluta negatività. L'oscurità all'incontro, come il non variato o come il seno, non distinguentesi esso stesso in sé, della generazione, è il semplice identico con sé, il positivo. Essa vien presa come il mero negativo nel senso che, come semplice assenza della luce, non esista affatto per questa, – cosicché la luce, in quanto si riferisce all'oscurità, non si dovrebbe riferire a un altro ma puramente a se stessa, e l'oscurità non avrebbe quindi, dinanzi alla luce, che da sparire. Ma, com'è noto, la luce viene viene oscurata dall'oscurità così da diventare il grigio; ed oltre a questo mutamento semplicemente quantitativo, essa subisce anche il mutamento qualitativo, consistente in ciò che dal suo riferirsi all'oscurità essa vien determinata a colore. – Così per esempio anche la virtù non è senza lotta; anzi è la suprema lotta, la lotta compiuta. In questo modo essa non è soltanto in confronto col vizio, ma è contrapposizione e combattimento in lei stessa. Ossia, il vizio non è soltanto la mancanza delle virtù, anche l'innocenza è questa mancanza, e nemmeno è solo per un'esterna riflessione distinto dalla virtù, ma è opposto a lei in se stesso, è cattivo. Il male consiste nel fondarsi in sé contro il bene; è la negatività positiva. Invece, l'innocenza, come mancanza del bene, quanto del male, è indifferenza rispetto a queste due determinazioni, non è né positiva né negativa. Ma in pari tempo questa mancanza è da prendersi anche come determinatezza, e da un lato è da considerarsi come natura positiva di qualcosa, come d'altro lato essa si riferisce a un contrapposto; e tutte le nature escono dalla loro innocenza, dalla loro indifferente identità con sé, si riferiscono di per se stesse al loro altro e con ciò si distruggono o, in senso positivo, tornano al lor fondamento. – Anche la verità è il positivo in quanto è il sapere che concorda coll'oggetto, ma è solo questa uguaglianza con sé in quanto il sapere si è condotto negativamente contro l'altro, ha penetrato l'oggetto e ha tolto quella negazione ch'esso è. L'errore è un positivo, come opinione di ciò che non è in sé e per sé, la quale si sa e si afferma. L'ignoranza invece è o l'indifferente a fronte della verità e dell'errore, epperò non determinata né come positiva né come negativa (mentre la determinazione sua, in quanto è una mancanza, appartiene alla riflessione esterna), oppure come oggettiva, come particolar determinazione di una natura, è l'istinto che è indirizzato contro di sé, un negativo che contiene in sé una direzione positiva. – È una delle conoscenze più importanti, quella di saper scorgere e tener ferma questa natura delle determinazioni riflessive ora considerate, che cioè la lor verità sta solo nella lor relazione reciproca, epperò consiste in ciò che ciascuna contiene nel suo concetto stesso l'altra. Senza questa conoscenza non si può propriamente fare alcun passo in filosofia.

* Dalla Scienza della Logica, volume II, Laterza, Bari-Roma 2004, pp. 487-488

venerdì 1 marzo 2019

Plutarco e il bisogno di filosofia



«La maggior parte delle persone immagina che la filosofia consista nel dibattere dall’alto di una cattedra e nel fare corsi su alcuni testi. Ciò che tuttavia sfugge, a persone del genere, è la filosofia che si vede esercitata ininterrottamente nelle opere e nelle azioni di ogni giorno. Socrate non faceva disporre sedili per gli uditori, non si sedeva in una cattedra professorale; non aveva un orario fisso per discutere o passeggiare con i suoi discepoli. Ma scherzando con loro, bevendo o andando alla guerra o all’agorà, e alla fine andando in prigione e bevendo il veleno, egli ha filosofato. È stato il primo a dimostrare che, con ogni tempo e in ogni luogo, in tutto ciò che ci accade e in tutto ciò che facciamo, la vita quotidiana dà la possibilità di filosofare».

Plutarco di Cheronea, Moralia 

martedì 19 febbraio 2019

Seneca e la tranquillità dell'animo



« È importante sapersi ritirare in se stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole o di non ancora perfettamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità: la prima ci fa farà provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi; in questo modo, l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla, la folla cancellerà il tedio della solitudine».

Seneca, De tranquillitate animi

mercoledì 13 febbraio 2019

Pitagora e la Scienza dei numeri




Era un giorno fortunato, «un giorno dorato», come dicevano gli antichi, quello in cui Pitagora riceveva il novizio nella sua dimora e lo ammetteva  solennemente al rango di allievo. Prima di tutto, si entrava in rapporto continuativo e diretto con il maestro, si penetrava nel cortile interno della sua abitazione riservata ai fedeli. Di qui il termine di esoterici (allievi dell'interno), contrapposto a quello di essoterici (dell'esterno). La vera iniziazione cominciava allora.

La rivelazione consisteva in un'esposizione completa e ragionata della dottrina occulta, dai principi contenuti nella scienza misteriosa dei numeri alle estreme conseguenze dell'evoluzione universale, ai destini e ai fini supremi della divina Psiche, dell'anima umana. Questa scienza dei numeri era  nota sotto diversi nomi nei templi d'Egitto e d'Asia. Essa costituiva la chiave dell’intera dottrina, e perciò era accuratamente nascosta al volgo. Le cifre, le lettere, le figure geometriche, o le rappresentazioni umane che servivano da segni a questa algebra del mondo occulto erano comprese solo dall'iniziato. Questi ne rivelava il senso agli adepti solo dopo averne ricevuto il giuramento del silenzio. Pitagora formulò questa scienza in libro scritto di suo pugno e intitolato Hiéros Logos, la parola sacra. Questo testo non ci è pervenuto, ma gli scritti posteriori dei pitagorici Filolao, Archita e Ierocle, i dialoghi di Platone, i trattati di Aristotele, di Porfirio e di Giamblico ce ne fanno conoscere i principi, rimasti incomprensibili ai filosofi moderni, perché non hanno saputo comprendere il significato e la portata, accessibili solo attraverso la comparazione con tutte le dottrine esoteriche dell'Oriente.

Pitagora chiamava i suoi allievi matematici, perché il suo insegnamento superiore cominciava con la dottrina dei numeri. Ma quella matematica sacra, o scienza dei princìpi, era insieme più trascendente e più viva della matematica profana, la sola nota ai nostri dotti e ai nostri filosofi. Il numero non vi era considerato come una quantità astratta, ma come la virtù intrinseca e attiva di un Uno supremo, di Dio fonte dell'armonia universale. La scienza dei numeri era la scienza delle forze vive, delle facoltà divine in azione nel mondo e nell'uomo, nel macrocosmo e nel microcosmo... Penetrandoli, distinguendoli e spiegandone il gioco, Pitagora costruiva niente di meno che una teogonia, o una teologia razionale. Una vera e propria teologia dovrebbe fornire i principi di tutte le scienze: sarà scienza di Dio solo se dimostrerà l'unità e la concatenazione delle scienze della natura. Merita tale nome solo se costituisce l'organo e la sintesi di tutte le altre scienze. Proprio questo era il ruolo occupato nei templi egizi dalla scienza del Verbo sacro, formulata e precisata da Pitagora con il nome di scienza dei numeri. Essa aveva l'aspirazione a fornire la chiave dell'essere, della scienza e della vita. L'adepto, guidato dal maestro, doveva cominciare dal contemplarne i princìpi nella sua stessa intelligenza, prima di seguirne le molteplici applicazioni nell'immensità concentrica delle sfere dell'evoluzione.


Estratto del testo “I Grandi Iniziati” di Schurè, ed. Laterza

mercoledì 6 febbraio 2019

L'arte di essere felici



Non c’è dunque nulla di peggio che seguire, come fanno le pecore, il gregge di coloro che ci precedono, perché essi ci portano non dove dobbiamo arrivare, ma dove vanno tutti. Questa è la prima cosa da evitare. Niente c’invischia di più in mali peggiori che l’adeguarci al costume del volgo, ritenendo ottimo ciò che approva la maggioranza, e il copiare l’esempio dei molti, vivendo non secondo ragione ma secondo la corrente.

(Lucio Anneo Seneca)


giovedì 31 gennaio 2019

Che cos'è un Maestro



« Io non sono stato maestro mai di nessuno; soltanto, se c’è persona che quando parlo o attendo a ciò che credo l’ufficio mio, desidera ascoltarmi, sia giovane sia vecchio, non mi sono mai rifiutato; e non è vero che, se ricevo denari, io parlo e, se non ne ricevo, sto zitto, perché io sono egualmente a disposizione di tutti, poveri e ricchi, di chiunque mi interroghi e abbia voglia di stare a sentire quello ch’io gli rispondo [...]. Non ho mai promesso nessun insegnamento a nessuno né nessuna cosa ho mai insegnato [...] metto alla prova quei tali che credono d'esser sapienti e non lo sono»

Platone, “Apologia di Socrate”, 33 b-c

giovedì 20 dicembre 2018

Massimo Cacciari: «Il noûs è il nostro proprio respirare»



«Ciò che ci rende capaci di indagare Physis, e penetrando in essa indagare noi stessi, sembra qualcosa di troppo 'singolare' per poter essere spiegato sulla base dello 'spirito' che tutto pervade, a tutti comune. I princìpi stessi che questa facoltà giunge a intuire, la loro universalità e necessità, non sembrano fare segno all’immortalità dell’agente che ne dispone? Potrebbe un fattore soltanto sensibile, quella sola dimensione della 'psyché' che avvertiamo coi sensi, essere il fondamento del nostro 'theoreîn'? Eppure anche tale 'psyché' sembra si debba concepire come immortale; nulla vivrebbe, infatti, se venisse meno. Ma i corpi che fa vivere sono mortali. Tuttavia questi corpi finiti pensano l’infinito, contemplano idee immortali. Dunque, in loro l’universale 'psyché' si dà in una forma che attiene all’immortale. Questa forma è ciò che rende possibile il pensare, la sua condizione o presupposto: 'noûs'. 'Noûs' chiamiamo la forma in cui l’onnipotente 'psyché' si caratterizza nell’esserci dell’uomo e sembra renderne l’anima immortale. Ma tutta? Anche quelle parti o funzioni che sono in noi affatto simili a quelle di altri animali? O immortale è il 'noûs' soltanto? È esso il nostro proprio 'respirare' (dalla radice ‹an›- di anima e vento si formano in sanscrito le voci indicanti il respirare. Assumere la sostanza che ci dà vita è inizio del conoscere, origine immanente in ogni suo atto: ciò appare chiarissimo nella prossimità tra ‹gígnomai›, ‹gigno› ‹gignósko›)».

Massimo Cacciari, Labirinto filosofico, Adelphi, Milano 2014 (prima edizione), 6. ‘In ascolto del Logos’, 6.2 De anima, p. 178.

martedì 18 dicembre 2018

Ecco a cosa serve il Silenzio (secondo Cioran)



«Più facciamo progressi “interiori” più diminuisce il numero di coloro con cui possiamo realmente comunicare»
E. Cioran, Quaderni 1957-1972

martedì 4 dicembre 2018

Cosa intendeva Einstein per “Dio non gioca a dadi”



Lo scrittore Jim Baggott ripercorre le vicende principali che hanno portato la scienza, e la fisica, a riabbracciare filosofia e trascendenza. Quella di Albert Einstein, in particolare, è una storia che ha molto a che fare con l’idea di “Dio”, che, però, non è quello religioso.

Leggi qui (da L'Indiscreto)

venerdì 30 novembre 2018

Nietzsche e le origini della tragedia





Nietzsche sosteneva che la tragedia greca nasceva dall’eterno conflitto di due elementi presenti nella cultura classica e ben rappresentati attraverso la mitologia. Il primo è lo spirito dionisiaco ovvero lo slancio mistico e irrazionale, il desiderio di infinito, l’ambizione all’assoluto. Il secondo elemento è l’apollineo, inteso come razionalità, equilibrio, serenità teoretica, senso di finitezza.

«il Greco conobbe e sentì i terrori e le atrocità dell’esistenza: soprattutto per poter vivere, egli dové anteporre a queste la nascita onirica degli dei olimpici. Per poter vivere, i Greci dovettero, per la più profonda necessità, creare questi dei: il loro avvento dobbiamo senz’altro rappresentarcelo così, che dall’originario titanico ordinamento divino del terrore attraverso quell’impulso apollineo alla bellezza si sviluppò, in lenti passaggi, l’olimpico ordinamento divino della gioia, nello stesso modo in cui le rose sbocciano da uno spineto».

Leggi tutto (Democrazia pura)

giovedì 22 novembre 2018

Giordano Bruno: «Non mi vergogno di esser stato deriso dagli stolti»



Venni, tra gli altri, io, attratto dal desiderio di visitare la casa della sapienza, ardente di contemplare codesto Palladio, onde non mi vergogno d’aver sopportato la povertà, la malevolenza e l’odio dei miei, le esecrazioni, le ingratitudini di coloro ai quali volli giovare e giovai, gli effetti d’un’estrema barbarie e d’un’avarizia sordidissima; e i rimbrotti, le calunnie, i torti, anche le infamie di quelli che mi dovevano amore, servizio, onore.

Né mi vergogno d’avere sperimentato derisioni e dispregi di ignobili e stolti, persone che, mentre son proprio bestie, sotto immagine e similitudine d’uomini, per il modo di vivere e la fortuna, insuperbiscono di temeraria arroganza.

Per il che non mi duole d’esser incorso in fatiche, dolori, esilio: ché faticando profittai, soffrendo feci esperienza, vivendo esule imparai: ché trovai in breve fatica lunga quiete, in leggera sofferenza gaudio immenso, in un angusto esilio una patria grandissima.

Giordano Bruno, «Oratio valedictoria» (pronunciata nel 1588 davanti ai professori della Università di Wittenberg che lo avevano accolto «esule» e «privo di favore»)

Fonte

mercoledì 10 ottobre 2018

Bruno raccontato da Spaventa: «L'Universo non è solo la statua di Dio»

Spaventa in un ritratto del massone Teofilo Patini (1840-1906)

«Così l'universo per Bruno non è solo la statua di Dio, ma la sua infinita rivelazione; non la tomba della divinità morta, ma la sede della divinità vivente, anzi la vera e unica vita di Dio, perché vivere è rivelarsi, e si rivela chi genera e si completa e specchia nella sua genitura. Senza l'universo, Dio sarebbe infinità astratta, non reale. Bruno concede la prima all'attività dei teologi, e la seconda l'assegna ai filosofi come il loro unico e vero Dio» (Bertrando Spaventa).