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venerdì 22 aprile 2016

Collegiata La Pieve di San Ginesio

di Valentina Marelli



Proseguendo il nostro viaggio attraverso i siti romanici delle Marche non poteva assolutamente mancare una visita alla Pieve di San Ginesio

San Ginesio è un comune italiano di 3 746 abitanti della provincia di Macerata nelle Marche. Fa parte del circuito de I borghi più belli d'Italia ed è anche uno dei 184 comuni che possiede il marchio turistico-ambientale della Bandiera arancione. La città è dedicata a San Ginesio martire protettore degli attori degli artisti e patrono della Diocesi di San Miniato. Il corpo del martire riposa all'interno della Collegiata, uno dei monumenti più interessanti di tutto il territorio maceratese.
La facciata della Collegiata La Pieve di San Ginesio si presenta con un solo magnifico portale in travertino corrispondente alla navata centrale; essa è suddivisa in due parti di cui quella inferiore, di stile romanico, è la più antica. A pochi centimetri dal riquadro esterno del portale inizia la parte superiore di stile gotico realizzata oltre 300 anni dopo la costruzione della chiesa.  Anche qui assistiamo al passaggio del tempo in cui, per motivazioni estetiche e di ristrutturazione legate a motivi strutturali sono largamente evidenti segni di rimaneggiamenti e ricostruzioni che segnano il passare dei secoli. Ma è opinioni di storici, e cultori dell’arte in generale legati al territorio, che tali rimaneggiamenti siano stati attuati allo scopo di nascondere evidenti collegamenti presenti tra questo edificio e i più noti Cavalieri Templari, che proprio in questa provincia, da documenti storici ritrovati, avevano ingenti possedimenti. È interessante sottolineare come, a differenza di quello che avvenne in altre regioni, qui nei processi che ebbero come protagonisti gli sfortunati Cavalieri si astennero dall’usare la tortura come metodologia di indagine al fine di estorcere delle confessioni, e quasi tutti i Templari furono assolti. Non impedì invece che i loro beni passassero agli Ospitalieri ed ai Cavalieri di Malta, non impedì il tentativo di eliminare, quanto fu più possibile, le loro tracce. La nostra fortuna è legata all’interesse ed alla passione di molti ricercatori Ginesini che si sono spesi in prima persona proprio per cercare di riscoprire un percorso di senso ancora attivo, che ricolleghi questo edificio con le gesta dei Cavalieri, molti come il Prof. Giovanni Cardarelli, scomparso nel 2015, hanno cercato , hanno con un attento esame di ricostruzione storica, tentato di dimostrare che la Collegiata, nel suo assetto originario, fu opera dell’Ordine legato a Bernanrdo da Chiaravalle, e come attenti ricercatori, dopo aver spulciato le fonti storiche alla ricerca delle prove, si sono attivati in prima persona andando a cercare le risposte li dove solo i veri cercatori osano: nella pietra.
In tale percorso è di notevole interesse il testo del Cardarelli “ Il Mistero dei Templari a San Ginesio” di cui ci siamo serviti.

Il primo elemento in cui ci si imbatte è appunto una mano che regge un globo (espressione plastica della potenza divina), che è presente sul portale in alto sulla sinistra:



L’interno della Collegiata appare come “una galleria – scrive Febo Allevi – dove sei invitato a osservare i segni che dopo il Mille ogni secolo ha voluto imprimervi senza evidenti contrasti”. Questi segni iniziano a pochi centimetri dall’ingresso principale, nella controfacciata sinistra, con un’edicola affrescata da Stefano Folchetti, un pittore ginesino vissuto tra la seconda metà del Quattrocento e la prima del secolo successivo, il quale vi ha dipinto una Madonna in trono tra due santi e col bambino. L’affresco, di cui riportiamo un immagine, suscitò un forte interesse nell’allora Storico ed Archivista del Clan Sinclair Ian Sinclair, che fu portato a visitarla da alcuni soci fondatori del Clan Italia. Come si evince chiaramente dall’immagine quello che salta di più agli occhi è l’enorme Coppa che la Donna reca nelle sue mani, possibile riferimento al Graal, o altrettanto possibile riferimento all’ampolla di Maria Maddalena. Ciò che è evidente è la mancanza di proporzione del dipinto, la Coppa infatti è sovradimensionata rispetto agli elementi che compongono l’affresco, quasi come se il pittore volesse darle un posto di rilievo all’interno della composizione.




Nelle memorie degli storici locali si legge che: “ Intorno al secolo decimoprimo (1098) esisteva già una grande chiesa edificata dove il colle su cui si distende l’ampia piazza, attualmente intitolata ad Alberico Gentili, comincia a digradare verso il rione Trenzano. Il maestoso edificio, che, come tutte le chiese del periodo paleocristiano e dell’età di mezzo, fu eretto con la facciata rivolta a ponente e l’abside a levante, risulta adagiato per intero su un declino dal terreno scarsamente compatto che non di rado ha causato fenomeni di instabilità alle strutture murarie, nonostante la loro perfetta progettazione. I materiali con cui esso venne edificato furono reperiti in loco e si ridussero sostanzialmente a due: pietra calcarea proveniente dai vicini monti del preappennino e pietra arenaria, impiegata soprattutto nei muri esterni, abbondantissima anche nelle immediate adiacenze del paese”.  Gli studi del Prof. Cardarelli si sono incentrati sui capitelli che adornano le colonne della collegiata, capitelli che a suo avviso sono sopravissuti alla scalfitura dell’Inquisizione e che mostrano simboli evidenti di matrice Templare, come il
Fiore della Vita o Esapetalo che resta uno dei simboli più diffusi nelle chiese templari, e che è un vero e proprio marchio o contrassegno intenzionale per comunicare una precisa presenza.
La Palma simbolo presente nel Vangelo di Giovanni, albero tipicamente orientale simboleggia il pellegrinaggio in Terrasanta, ma è altresì il simbolo della rigenerazione, della vittoria della Vita sulla Morte, simbolo quindi attribuito alla Resurrezione del Cristo.
Il Serpente simbolo della vita  e delle forze presenti in ciascuno di noi, è strumento di salute, ma elemento maggiormente importante, come non manca mai di sottolineare Massimo Agostini Vice Presidente del Clan Italia, simbolo legato a Maria Maddalena perché rappresentazione della tribù di Dan.  
La chiesa riserva un’ultima emozione: la cripta, denominata Oratorio di San Biagio, presenta affreschi di notevolissimo interesse. Alcune pitture, datate e firmate, si devono al pennello di Lorenzo Salimbeni, e hanno assunto di recente non poca rilevanza per definire meglio la personalità pittorica del severinate che, come è noto, lavorò spesso in collaborazione col fratello Jacopo. 


Sul lunettone di fondo dell’Oratorio di San Biagio, è rappresentata la Vergine in trono tra Santo Stefano lapidato e San Ginesio in atto di suonare il violino.


L’immagine che vedete testimonia la visita di Ian Sinclair alla Collegiata accompagnato da Guido Vitali, Sven Bohen ed Estefania Monti e Fabio Zandri, tra gi altri, rimase particolarmente colpito dal ciclo di affreschi, non solamente per la pregevole fattura ma anche per aspetti legati alla simbologia nella quale intravedeva riferimenti di matrice alchemica. 

Il lavoro di studio da fare su questi affreschi è ancora lungo e faticoso, ci auguriamo di riuscire un giorno a portarlo avanti e di poter pubblicare in questa rubrica un altro articolo che riguardi proprio San Ginesio. 


venerdì 15 aprile 2016

Abbazia di Chiaravalle di Fiastra

di Valentina Marelli




Da un libro sulla storia dell’arte Romanica in Italia una volta lessi che:

L'Abbazia di Chiaravalle di Fiastra fu fondata nel 1142, quando Guarnerio II, duca di Spoleto e marchese della Marca di Ancona, donò un vasto territorio nei pressi del fiume Fiastra ai Monaci Cistercensi dell’Abbazia di Chiaravalle di Milano. I religiosi arrivati da Milano iniziarono la costruzione del monastero utilizzando anche materiale proveniente dalle rovine della vicina città romana di Urbs Salvia, distrutta da Alarico tra il 408 e il 410 e poi abbandonata. Contemporaneamente fu avviata anche la bonifica dei terreni circostanti.
La Chiesa abbaziale è una monumentale costruzione regolata dalle severe forme cistercensi.
A fianco della chiesa è ancora oggi conservato il monastero, realizzato anch’esso secondo gli schemi cistercensi, con un bel chiostro ricostruito nel XV secolo.
L’Abbazia conobbe una rigogliosa floridezza per tre secoli e, grazie ai Monaci Cistercensi che osservavano la regola di San Benedetto "Ora et labora", promosse lo sviluppo religioso, economico e sociale di tutta l’area. Nel 1422 venne saccheggiata da Braccio da Montone ed in seguito l’Abbazia fu affidata ad otto cardinali commendatari; nel 1581 passò alla Compagnia di Gesù ed infine nel 1773 l’intera proprietà fu ceduta alla nobile famiglia Bandini e quindi, per volontà dell’ultimo erede di questa, all’attuale Fondazione Giustiniani Bandini.

Su invito della Fondazione, nel marzo 1985 i Monaci Cistercensi, provenienti anche questa volta da Milano, sono ritornati a vivere nell'Abbazia di Chiaravalle di Fiastra. La loro presenza ha ridato vita all'antico monastero portandolo ad essere di nuovo un punto di riferimento spirituale per tante persone.

Con una premessa tanto accattivante a chi non sarebbe venuto in mente di andarci almeno una volta? Era il tempo delle gite marchigiane, facevamo avanti e indietro praticamente ogni fine settimana. In più in quel periodo avevo cominciato ad appassionarmi alla storia degli Antichi Cavalieri dell’Ordine del Tempio, avevo da poco iniziato ad interagire con Tiziano Busca, e stavo iniziando a leggere un po’ di libri; in altre parole era un periodo di grande confusione!
Tiziano era un forte sostenitore della presenza Templare nelle Marche anche se molto spesso mancavano dei riferimenti storici a causa di quella “damnatio memoriae” che colpì l’Ordine già dal 1314. E si sa la curiosità è donna, avendomi dato Tiziano dei parametri su cui basarmi e punti di riferimento diversi dalla storia, mi sono alla fine detta: potevano esserci dei riferimenti Templari a Fiastra? E se si che cosa potevano significare?

L’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra è in provincia di Macerata, e secondo Gabriele Petromilli nel suo libro “I Templari nella Marca Centrale” nel quale scrive, con riferimento a Macerata e dintorni, rivela presenze dei Templari a Macerata accanto agli Ospitalieri con caserme ed appezzamenti di terra, in vicinanza dei ruderi dell’antica Città romana Helvia Recina, a Montecassiano, a Monte dell’Olmo – odierna Corridonia – a Recanati, Apiro e Cingoli. Registra memorie di possedimenti Templari anche a Civitanova Marche, a San Severino Marche, forse a Treia  - l’antica Montecchio – ad Appignano, a Matelica e nella famosissima Villa Spada sulla strada per Pollenza.
In teoria quindi si era sulla strada gusta, in effetti poi erano storicamente confermati anche i legami esistenti tra i Templari e l’Ordine Cistercense.

Nonostante il passaggio del tempo e i lavoro di ristrutturazione che l’abbazia ha subito, poco invasivi per fortuna, quella che vediamo noi adesso è rimasta alla regola di San Bernardo ed effettivamente si respira un clima di forte contatto con il Sacro. San Bernardo di Chiaravalle esigeva che ogni monaco vivesse in povertà e austerità, ma che gli ambienti destinati alla vita collettiva fossero solenni e maestosi, privi però di ornamenti superflui e ridondanti, affinché l'arte avesse una finalità ascetica e fosse, quindi, strumento di concentrazione e di elevazione spirituale. Lo stile romanico - borgognone è perciò caratterizzato da linee semplici, da archi e pilastri poderosi, che riflettono lo spirito umile e forte del monaco.
I Cistercensi, nel realizzare i loro ambienti e strutture, tennero presenti non solo le esigenze di funzionalità ma soprattutto i significati simbolici. Si osservino, ad esempio, il rosone e le dodici colonne della chiesa. La collocazione del rosone ad oriente sta a significare Cristo, luce che sorge e illumina le genti; gli otto petali di cui è costituito ricordano il giorno ottavo (il giorno del Signore che non ha tramonto), ovvero il compimento finale in Cristo del disegno divino di salvezza. Le dodici colonne, che sostengono la chiesa abbaziale e delimitano le tre navate, simboleggiano i dodici apostoli, fondamento e sostegno della fede della Chiesa.

Questa particolare collocazione degli elementi architettonici unita al loro valore simbolico mi ricorda quella di un Tempio Massonico, ma non mi spingo oltre nella riflessione.

I rosoni, con la loro forma circolare, simboleggiano la bellezza della creazione e la perfezione del cosmo e, al tempo stesso, il mistero di Dio - Luce, fonte di vita, e il mistero di Cristo - Sole, salvezza e giustizia per le genti, perché la luce (simbolo della Rivelazione Divina) penetra nella chiesa (simbolo dell'interiorità dell'uomo) attraverso strette aperture, ma subito si diffonde nell'esperienza della contemplazione.



Di notevole interesse risulta a mio personale avviso anche l’affresco relativo alla crocifissione che ritrae Maria Maddalena ai piedi della croce, rappresentata non solo nei suoi colori caratteristici il rosso ed il verde, e con la capigliatura sciolta, con una simbologia che è un chiaro richiamo alla Fedeltà, rimase fedele al Cristo fino alla fine, ma anche per il suo ventre prominente, attribuendole anche la valenza di Fertilità, come possiamo vedere nell’immagine



Per quanto concerne le nostre domande iniziali quello che possiamo dire è sicuramente è presente una cultura di matrice Templare, in quanto è chiaramente visibile un riferimento alla cultura gnostica che era propria del periodo. Ci troviamo infatti in un periodo in cui questi erano i valori di riferimento accettati e condivisi. Fiastra ha invece avuto l’eccezionale pregio, pregio di pochi luoghi, ad aver conservato e protetto questo tipo di approccio al sacro, la sua importanza è per l’appunto questa.

venerdì 8 aprile 2016

Elcito, il borgo abbandonato

di Valentina Marelli




Chi si dovesse per caso trovarsi nella zona di San Severino Marche e avesse voglia di sperimentare quel senso di vuoto che più di ogni altra esperienza ti avvicina al divino, potrebbe seguire le indicazioni Cingoli/Apiro proseguire per circa 8,5 Km, deviare a sinistra per Apiro, e dopo circa altri 9 Km svoltare ancora a sinistra per Castel San Pietro/Elcito e proseguire per altri 5,5Km fino a giungere a destinazione.

Elcito è un piccolo borgo fortificato di origine medioevale che sorge alle falde del monte San Vicino (1483 s.l.m.), abbarbicato letteralmente su di un dirupo roccioso a circa 821 metri di altezza rispetto al livello del mare. Il caratteristico toponimo deriva dal nome della quercia mediterranea, il Leccio, detto anche Elce, nemmeno a dirlo molto diffuso nel territorio.

Le origini del paese si legano alle sorti dell'antica Abbazia Benedettina di Santa Maria in Valfucina, edificata nella vallata sotto il borgo di Elcito intorno al VIII – IX secolo, che raggiunse l'apice della sua potenza e del suo splendore nel pieno del XIII secolo. I monaci di Valfucina si presero l'onere di riorganizzare il territorio nei pressi dell'Abbazia, devastato dalle invasione barbariche, curandone la bonifica e la riconversione in terreni agricoli.

Il Borgo fortificato di Elcito nasce dunque proprio in questo periodo, assumendo come funzione primaria quella di difesa dell'Abbazia e come rifugio e residenza dei contadini che erano assoggettati ad essa. Un documento del XIV secolo attesta che ad Elcito risiedevano ottanta “Fuochi”, secondo quella che era l'allora denominazione riservata ai nuclei familiari, dediti non solo alla coltura del terreno ma anche alla pastorizia. Interessante notare come, e questa risulta essere un'informazione certa visto che è stata ricavata allo studio dei documenti riferiti al borgo ritrovati nell'archivio di San Severino Marche, che tra gli obblighi degli abitanti di Elcito  c'era la difesa del monastero dalle eventuali incursioni esterne.

I castellani erano totalmente assoggettati ai monaci: non avevano diritto di stipulare nessun contratto, compreso quello matrimoniale, senza il permesso supremo dell'abate, che aveva su di loro giurisdizione civile e criminale, oltre, come è ovvio che fosse, quella spirituale.

Dal XIII secolo, tuttavia, per il complesso monastico di Santa Maria in Valfucina iniziò un periodo di lento e costante declino, che culminò nel definitivo abbandono del sito da parte dei monaci alla fine del XV secolo.

Nel 1298, intanto, gli abitanti di Elcito, ribellatisi allo strapotere dei monaci benedettini, erano passati sotto la giurisdizione e il dominio del comune di San Severino Marche. Nel XV secolo il castello divenne una delle principali teste di ponte della casata degli Smeducci e seguì le vicende storiche del comune di San Severino Marche, mantenendo sostanzialmente inalterato nel corse dei secoli il sua assetto ubanistico.

Attualmente il borgo è praticamente abbandonato, e consta oggi di appena 7 abitanti, anche se l'anagrafe ne conta appena 3.

Eppure questo borgo ormai fantasma è ricco di fascino, ed opinione diffusa che doni un insolito senso di pace a chi decide di fermasi li per qualche ora. La sua magia deriva del fatto che il tempo ad Elcito non è che si è fermato; non è mai partito. Un paese nel quale sei talmente vicino al cielo da sentirne quasi l'odore, e talmente vicino a Dio da pensare di allungare la mano e poterlo toccare.
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venerdì 25 marzo 2016

Chiesa di S.Maria Assunta in Pieve Torina. Il Romanico nelle Marche

di Valentina Marelli


Tanto tempo fa, quando iniziai a capire che le chiese non erano solo luoghi di culto, facendo frequenti viaggi nelle Marche, appena possibile mi ritagliavo sempre del tempo, in compagnia di amici, alla perenne ricerca di luoghi da visitare. Le Marche, oltre ad essere una regione magnifica, è ricca di chiese, abbazie e chiesette risalenti al periodo Romanico. Se questo all'apparenza offriva una fonte inesauribile di materiale su cui lavorare, in realtà dava non pochi disagi visto che la maggior parte è prevalentemente chiusa; solo poche vengono aperte per il culto domenicale. Quindi si organizzavano dei veri e propri raid; eravamo diventati espertissimi: si entrava ad ascoltare la messa ed intanto si approfittava per dare un'occhiata intorno per cercare di identificare i particolare di maggiore interesse, a messa finita si faceva un giro con la macchina fotografica per “rubare” qualche scatto, e si usciva. Postumo era il momento della riflessione e dell'analisi dove puntualmente ti accorgevi che qualcosa ti era sfuggito e quindi toccava ritornarci e rifare tutta l'operazione. Ma era bello, ti dava proprio il senso della ricerca.

Un po così è successo per questa Chiesa, di cui pochissime sono le informazioni storiche che siamo riusciti a reperire; come infatti leggiamo “La Chiesa di Santa Maria Assunta si compone di due distinti corpi architettonici; la parte più antica risalente al XII secolo e la Parte nuova prospiciente la piazza. Gli interventi realizzati hanno interessato entrambe le porzioni del complesso, nella parte più antica sono stati eseguiti lavori di restauro delle coperture e dei paramenti in muratura in pietra, nella parte nuova è stato realizzato un pronto intervento nell’immediato post sisma del settembre 1997 che aveva provocato notevoli danni alle murature della Chiesa in particolare nella zona absidale e dell’altare maggiore (notevole lesione dell’arco) Da rimarcare che la Chiesa di Santa Maria Assunta di Pieve Torina è stata il primo edificio adibito al culto della zona riaperto al pubblico dopo il sisma del settembre 97, difatti è stata restituita al culto dei fedeli nei primi giorni del dicembre del 1997.”

È evidente, anche dalle immagini questa spaccatura architettonica, tanto che in effetti sembra formata da due differenti chiese. In effetti sembra proprio di parlare di due chiese differenti letteralmente attaccata l'una all'altra. La parte nuova è purtroppo quella meno interessante da un punto di vista simbolico in quanto era ridotta talmente male che evidentemente non è stato possibile la ricollocazione dei capitelli originari. Nella parte vecchia invece sono conservati un ciclo di affreschi estremamente interessanti, sono quelli di cui cercheremo di raccontare, cercando di evidenziare quelli che hanno attirato la nostra attenzione.

Da quello che ci ha raccontato il sacrestano la parte affrescata doveva in origine essere la cripta della chiesa e quindi trovarsi all'origine al di sotto del livello stradale; adesso visti i rimaneggiamenti è a livello quasi stradale; in poche parole adesso si può entrare anche da li. L'unica cosa che siamo riusciti a sapere è che la costruzione della cripta, realizzata con tre navate voltate, risale al XIII secolo. Poco sappiamo in termini storico /artistici circa il ciclo di affreschi, o meglio su di essi ci sono informazioni contrastanti: da una parte c'è chi sostiene che siano coetanei alla costruzione della cripta, altri invece che siano risalenti ad un paio di secoli successivi. Cerchiamo di attivare le sinapsi e di capirci qualcosa in più, anche perché poi quello che ci interessa maggiormente sono i significati che queste immagini avevano il compito di trasmettere.



Qui vediamo una bellissima immagine del 'Cristo Pantocratore', che è una raffigurazione di Gesù tipica tra l'altro dell'arte Medievale, in genere era collocata in una zona molto in vista della chiesa come ad esempio l'abside; in quanto è ritratto in atteggiamento maestoso e severo, seduto su un trono, nell'atto di benedire con le tre dita della mano destra, secondo l'uso ortodosso. È una raffigurazione molto comune, ne troviamo esempi nell'arte Bizantina ed in chiese sparse in tutta Italia, da Pisa a Capua, ed aveva una suo significato specifico; Il Cristo nel V secolo era considerato il principio organizzatore del cosmo, generato e non creato da Dio Padre, la chiave di comprensione della realtà e la risposta al mistero dell'esistenza. Il desiderio umano di ordine aveva trovato il suo esaudirsi in Gesù, il Logos incarnato, la ragione e la struttura del cosmo. Le implicazioni intellettuali e spirituali di questo significato di Cristo Cosmico sono avvertite ancora oggi, in quanto forniva una visione più “scientifica” del mondo, che è un concetto caratteristico proprio della teologia del V secolo. Particolare molto interessante, in quanto epoca in cui storicamente viene collocato l'inizio della ricerca della Pietra Filosofale da parte degli Alchimisti ad esempio. Molto in linea con il Vangelo di Giovanni che recita “in principio era il Verbo”.



In quest'altro punto abbiamo quella che a tutti gli effetti una raffigurazione della Sindone e poco più in basso appena sotto l'arco sembra esserci raffigurata il Mandylion o “Immagine di Edessa”. Di per se ad un primo e superficiale sguardo non sembra esserci nulla di strano se non fosse per il fatto che anche la Sindone ha una reputazione controversa; su di essa si dividono coloro che la credono essere il sudario del Cristo e chi invece la ritiene una reliquia Templare a conferma di cui esisterebbe la datazione del Carbonio 14 che la colloca in un periodo che va dal 1260 al 1390.

Ma l'immagine che ho adorato più di tutte è questa:


Una rappresentazione, dal mio punto di vista, della discendenza del Cristo e di Maria Maddalena. La figura che tiene in mano il bambino è senza dubbio il Cristo in quanto richiama l'immagine del Cristo Pantocratore; reca nelle mani una culla a forma di barca contenente un bambino. Siamo abituati oggigiorno ad interpretare l'immagine di una figura maschile con in mano un bimbo come quella di San Giuseppe; infatti questa raffigurazione potrebbe tranquillamente essere scambiata per la raffigurazione classica della Sacra Famiglia, ma ad osservatori esperti non può sfuggire che l'artista ha caratterizzato i due personaggi con abiti degli stessi colori: il Rosso ed il Verde, collocandoli in tal modo all'interno della stessa famiglia ma dando a Lei le caratteristiche cromatiche di Maria Maddalena che veniva appunto rappresentata con vesti rosse o verdi e con lunghi capelli rossi, fu imposto infatti per diversificare le due Marie, la sposa di Cristo Maria Maddalena quindi e Maria la madre, di caratterizzare la seconda con i colori del Bianco e dell'Azzurro.

Se a questo punto tutti i dubbi sull'identità dei personaggi sono fugati eccoli che, secondo l'uso in voga nelle famiglie regali, “presentano” la prole alla comunità, al popolo. Diversa è la Presentazione al Tempio che invece avviene alla presenza del Sommo Sacerdote.

Se vogliamo divertirci ancora un po' e cavalcare questa interpretazione potremmo spingerci a identificare la pianta che reca nella mani Maria Maddalena con L'Amaranto che nel vocabolario simbolico medioevale, e più precisamente in quello di interpretazione e costruzione dei simboli araldici, ha come significato: così si indica la pianta che non può marcire e simboleggia l'immortalità, la costanza; secondo il linguaggio dei fiori dell'Aymé Martin significa l'amore costante e fortunato.

Se, come siamo abituati a fare, collochiamo l'unione di Maria Maddalena ed il Cristo nell'abito simbolico dell'Unione Sacra delle Nozze Ierogamiche attraverso cui si ritorna l''Unità mediante l'Amore ecco che il percorso del nostro ragionamento si chiude in un cerchio perfetto.

Il bello della ricerca è quello di permettere ad ognuno di divertirsi a dare ai simboli l'interpretazione che più sente confacente al proprio percorso di senso; in linea con la logica di questa rubrica invitiamo chi ne avesse voglia di non prendere queste informazioni come Verità ma come spunti per costruire la propria di Verità.

venerdì 4 marzo 2016

San Giusto a San Maroto

di Valentina Marelli


Iniziamo questo viaggio nel mondo Romanico delle Marche con la chiesa di San Giusto, riuscire a visitarla internamente fu un impresa, ci siamo dovuti tornare ben tre volte. È stata senza ombra di dubbio una gran conquista! La prima volta che ci andammo era di sera e questa chiesa illuminata da luci quasi arancioni aveva un aspetto suggestivo e surreale, benché fosse estate a quell'ora del giorno calava sempre un po di umidità che regalava al panorama una leggera nebbiolina. C'era con noi Ian Sinclair che da pochi giorni era arrivato in Italia, appena seppe che avevamo trovato una chiesa Romanica a pianta circolare volle venire con noi immediatamente; non se lo fece ripetere due volte!

Ci spiegò che era molto interessato alla cosa perché le chiese romaniche di forma circolare avevano molto probabilmente connessioni con l'antico Ordine del Tempio e che richiamavano nella loro struttura la Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme . Naturalmente la chiesa a quell'ora era chiusa ma non esitammo a prendere il numero di telefono del custode nella bacheca. Il giorno dopo ritornammo, ma fu impossibile contattare il custode, un grosso rospo marrone era li sulle scale della chiesa ad aspettarci. Temporeggiamo un po cominciando a studiare la chiesa dall'esterno in attesa di poter parlare con il custode ma non ci fu nulla da fare e ce ne andammo un po delusi. Qualche mese dopo, se non addirittura l'anno successivo ci capitammo per puro caso, vi stavano celebrando un matrimonio; pur di riuscire a vederla (perché oltre ad un interesse culturale era diventata oramai una questione di principio), eravamo disposti anche a fingerci amici della sposa. Fortunatamente non fu necessario, facemmo le congratulazioni ai novelli sposi e ci intrufolammo in chiesa. Fu una meritata visione quella che ci accolse.

Per chi si trova a visitare il territorio intorno Camerino, ed è alla ricerca di tesori architettonici poco conosciuti, la chiesa di San Giusto rappresenta una tappa obbligata. Questo antico edificio si trova nei pressi di Camerino e si raggiunge dalla SS77, facendo una deviazione di circa un chilometro in direzione Pievebovigliana. Le guide turistiche omettono spesso di citare questa testimonianza architettonica unica nel suo genere, la cui storia di per se è ricca di fascino e di mistero. Molto poco si conosce infatti circa le origini di questo edificio: l'unico riferimento per la sua datazione risulta essere un' iscrizione (1373) riportata in un affresco presente nel campanile. Paolo Favole data la sua prima realizzazione intorno al XII sec in "Le Marche – Italia romanica".




La struttura presenta una pianta circolare con quattro piccole absidi radiali. L'interno è coperto da una cupola, caratterizzata da una particolarissima volta realizzata con dei conci in calcare bianco e rosa, disposti a spirale, e non presenta un ambulacro anulare. L'interno del corpo circolare si presenta adorno di qualsiasi decorazione, anche se gli anziani del posto ricordano la volta della cupola completamente affrescata da un ciclo di dipinti rappresentanti un cielo stellato, mentre l'interno della torre campanaria, più recente rispetto al resto della struttura, mostra un ciclo di affreschi parzialmente conservato e risalente al XIV sec..



Sulle origini di questa chiesa ci sono molte ipotesi, alcune la vogliono come magazzino di caccia di Carlo Magno realizzato da maestranze giunte dalla Palestina., altre come antico battistero (ipotesi suggerita dalla forma circolare), altre ancora come osservatorio astronomico (ipotesi suggerita dalla disposizione delle feritoie all'interno della struttura ed ovviamente l'ipotesi dell'osservatorio astronomico è senza dubbio quella che ci interessa di più!


venerdì 26 febbraio 2016

Una passeggiata nei luoghi del Romanico

di Valentina Marelli






Dopo aver dedicato una parte di questa rubrica alle Cattedrali Gotiche francesi, in particolare a quell’insieme di Cattedrali denominate “Della Costellazione della Vergine”; ci è sembrato corretto iniziare un altro filone a cui diamo una sua collocazione geografica in una regione italiana dalle molteplici qualità: Le Marche.

Potremmo chiamare questo filone i “luoghi del Romanico”, in quanto nelle Marche è presente un’alta concentrazione di Abbazie, Chiese e Luoghi di culto proprio in questo stile architettonico che per certi versi è stato il precursore del Gotico. Tutte le chiese e/o abbazie che andremo a visitare hanno delle caratteristiche comuni tra loro, quindi cominceremo con una introduzione tanto così per capire quali sono le caratteristiche peculiari di questo stile costruttivo in modo poi da concentraci di volta in volta su ogni singolo edificio dando rilievo maggiormente alle sue specifiche qualità.

Cos’è il Romanico

Il romanico, per definizione, è quella fase dell'arte medievale europea sviluppatasi a partire dalla fine del X secolo all'affermazione dell'arte gotica, cioè fin verso la metà del XII secolo in Francia e i primi decenni del successivo in altri paesi europei. Il contesto storico in cui si sviluppò è molto importante perché dall'XI secolo alla prima metà del XII secolo l'Europa visse un periodo di grande modernizzazione: l'affinamento delle tecniche agricole (l'invenzione del giogo, dell'aratro con parti metalliche, chiamato "carruca", della rotazione triennale, l'uso dei mulini ad acqua e a vento, ecc.) permise di aumentare la produzione di generi alimentari, sollevando la popolazione dall'endemica scarsità di cibo e permettendo un incremento demografico; ripresero i commerci e si svilupparono i villaggi e le città quali sedi di mercati; crebbero le zone urbane e gradualmente fu possibile l'affermazione di un nuovo ceto sociale, quello "borghese" dedito alle attività manifatturiere e commerciali, intermedio tra la massa dei contadini e gli aristocratici o gli ecclesiastici.

Questo ha portato come sua naturale conseguenza un radicale cambiamento all’interno delle dinamiche socio/culturali, cambiamenti interessanti che vedono spostare l’orizzonte del Sacro all’interno delle mura di cita di Villaggi o Borghi. 
Non è più quindi l'Imperatore o il Vescovo a commissionare nuove opere edilizie, ma i signori locali, tramite cospicue donazioni che avevano una funzione di prestigio ma anche "espiatorie" del senso di colpa che veniva riscattato tramite "omaggio" in denaro o in opere d'arte verso istituzioni religiose a testimonianza della propria devozione e pentimento religioso. 

L’Uomo si riappropria in un certo senso del Sacro, non solo in termini strutturali, ma anche in termini simbolici.

Il romanico rinnovò principalmente l'architettura e la scultura monumentale, quest'ultima applicata all'architettura stessa (come decorazione di portali, capitelli, lunette, chiostri...). Il nuovo stile nacque in Francia e sorse quasi contemporaneamente nella maggior parte dell'Europa, con caratteristiche comuni, che fanno dire che si tratta della medesima arte, pur con alcune differenze specifiche per ogni regione/nazione. Le differenze regionali sono una conseguenza della necessità di adattamento locale, mentre le linee di fondo possono essere ricondotte all'omogeneità culturale dell'Europa, alla veloce diffusione delle idee tramite la maggiore mobilità di merci e persone, siano esse mercanti, eserciti in marcia o pellegrini, senza dimenticare l'elemento unificatore della religione cristiana.

Sono proprio le differenti visioni simboliche del Sacro quelle che servono ad abbellire appunto gli elementi architettonici del Romanico, il Sacro diventa elemento decorativo e si esprime appunto nei capitelli o nelle lunette e nei portali di ogni edificio, e queste differenze si evidenziano di luogo in luogo e di regione in regione, secondo un percorso di senso che aveva il compito di elevare lo spirito dell’Uomo Pellegrino. 

Senza addentraci troppo in disquisizioni squisitamente architettoniche , quello che per noi resta l’elemento più importante per comprendere l’interesse di questo stile e la sua importanza è sicuramente il fatto che in particolare cambiò anche il pubblico che fruiva delle rappresentazioni, non essendo più una ristretta élite ecclesiastica o imperiale, ma un ben più ampio bacino di persone di strati sociali e culturali diversi. Da qui nacque l’esigenza di un attenzione alla rappresentazione simbolica in un universo culturale di riferimento in cui tutto divenne simbolo.

Come scrive Maurizio Chelli nel libro Una società piena di simboli, “gli artisti del medioevo vivevano in una Società piena di simboli e anche quando rispecchiano le forme naturali lo facevano per suggerire una realtà più grande di quella rappresentata. La natura è il frutto della Creazione, espressione del Divino, come affermava Sant’Agostino nel De Doctrina Christiana. 
Questo pensiero inquadra in anticipo quella che sarà la preoccupazione di Bernardo da Chiaravalle, e cioè che le immagini fantasiose possano distogliere l’artefice da quello che è il loro intento, e altrettanto il destinatario, ma è una preoccupazione superata dal fatto che quella bellezza attinge ad una ispirazione divina”.  

Vien da se che la Natura diventa musa ispiratrice degli artisti medioevali che da essa attingono per arricchire di immagini capitelli, colonne e mura delle costruzioni romaniche, sia attraverso la scultura che attraverso la pittura con tecniche di affresco straordinarie; ma senza dimenticare che ogni elemento preso dal mondo naturale diventa nel romanico un simbolo che diviene soggetto ad una interpretazione simbolica ovviamente ma, aspetto ancora più importante,  soprattutto morale. 


Ci dice Chelli: “accade così che gli animali da cortile, gli animali selvatici, o esotici, diventano simboli positivi o negativi in base a quello che è il loro modo di comportarsi, il loro temperamento, a quelle che sono le loro abitudini, tenendo conto anche del significato che viene dato loro nel Vecchio e nel Nuovo Testamento”

Il Tempio Romanico quindi svolgeva una funzione sociale legata all’apprendimento inteso in termini nozionistiche, il cui aspetto principale era ricoperto dal corpus biblico, ma aveva anche funzione di veicolare quei valori morali che costituivano i mattoni del sistema sociale. Era la cartina al tornasole di ciò che era giusto e di ciò che invece era sbagliato. 

È quindi intuibile quale poteva essere il rapporto tra lo stile Romanico che si sviluppò in Europa e il Romanico Regionale, è lo stesso che esiste tra la lingua Italiana ed i suoi dialetti, ogni regione sviluppava la propria risposta alle esigenze del Sacro proprio in base al pubblico con cui era a contatto. 

Un esempio è sicuramente l’uso di decorazioni tratte dal mondo vegetale con le sue piante, intorno alle quali nella cultura antica erano fioriti miti straordinari, viene riscoperto e diventa simbolo di ciò che unisce la terra al cielo, l’umano al divino ma anche della “Foresta-Deserto”, luogo della condizione eremitica, delle visioni, delle apparizioni, quella foresta che nella letteratura cortese viene definita foresta felone, perché come ricorda Jacques Le Goff in termini di morale feudale è la foresta traditrice, dove sono in agguato tutte le insidie possibili.