martedì 20 ottobre 2020

Amilcare Cipriani, da Mazzini alla Massoneria

di Antonino Zarcone




Il 18 ottobre 1844, Anzio (RM), nasce Amilcare Cipriani. Appena quindicenne si arruola volontario nell’esercito piemontese per partecipare alla seconda guerra d’Indipendenza guadagnando i gradi di caporale dopo la battaglia di San Martino. L’anno seguente diserta per raggiungere Garibaldi e si unisce alla spedizione dei Mille nella quale è promosso ufficiale. Rientrato nell’esercito a seguito di amnistia partecipa alla lotta al brigantaggio, ma diserta nuovamente per unirsi ancora a Garibaldi nella spedizione fermata in Aspromonte. Sfuggito alla cattura, ripara prima in Grecia, dove nel 1863 partecipa al movimento insurrezionale contro Re Ottone, poi a Londra, dove prende parte al meeting costitutivo della I^ Internazionale, quindi in Egitto, dove si unisce alla spedizione scientifica italiana che risale il Nilo alla ricerca delle sue sorgenti e coopera alla costituzione delle prime società operaie di ispirazione democratico-repubblicana. Torna in Italia per partecipare alla Terza Guerra d’Indipendenza con i volontari di Garibaldi. Finita la guerra si reca a Creta per sostenere la fallita insurrezione contro i Turchi. Tornato in Egitto, quando ad Alessandria nel settembre 1867 è aggredito nel corso di una rissa, uccide un italiano e due guardie che lo inseguono, per cui fugge a Londra. Qui collabora con Mazzini che gli trova lavoro come fotografo nello studio dei compatrioti Caldesi e Nathan, e sposa una francese. Nel 1870, in Francia, viene coinvolto in un complotto contro la vita di Napoleone III, uscendone scagionato. Espulso dal territorio francese, vi ritorna dopo la proclamazione della Repubblica, partecipa alla occupazione dell’Hôtel de Ville, combatte contro i Prussiani ed è tra i protagonisti della prima fase della Comune. Catturato al termine di uno scontro a fuoco con i Versagliesi, viene condannato a morte ma è salvato dal plotone d’esecuzione per paura di rappresaglie contro gli ostaggi in mano della Comune. Ristretto nelle carceri di Belle-Isle e Cherbourg, è condannato a morte una seconda volta dopo la caduta della Comune, salvandosi in seguito alla commutazione della pena nella deportazione a vita a Noumea, nella Nuova Caledonia. Amnistiato nel 1880, torna in Francia dove riprende l’attività politica con i circoli socialisti, per cui viene espulso. Rientrato in Italia per partecipare ad una manifestazione, nel 1881 viene arrestato alla stazione di Rimini ed incriminato per cospirazione contro la sicurezza dello Stato e per omicidio plurimo in relazione al fatto di sangue di Alessandria d’Egitto. Condannato a 25 anni di prigione viene recluso nel penitenziario di Portolongone. La sua condanna provoca una campagna in favore della sua liberazione che diventa uno dei rari momenti unitari della sinistra italiana. Tra le azioni di protesta la sua simbolica elezione “plebiscitaria” a deputato nei collegi di Ravenna e Forlì, poi annullata. Assolto dal tribunale militare di Milano per il reato di diserzione dall’esercito all’epoca dei fatti di Aspromonte, amnistiato nel 1888, torna a Parigi. Qui riprende l’attività politica e fonda “Unione dei popoli latini”. Oratore ufficiale al Comizio del 1° maggio 1891 a Roma in piazza S. Croce in Gerusalemme, conclusosi tragicamente con morti e feriti, viene arrestato e condannato a 3 anni di reclusione, che sconta in parte nelle carceri di Perugia. Liberato, nel 1893 partecipa alla II^ internazionale a Zurigo, dimettendosi dopo l’esclusione degli anarchici. Nel 1897 è ancora garibaldino in Grecia, per la guerra contro i Turchi, dove guida una formazione di volontari nella guerriglia in Macedonia e partecipa alla battaglia di Domokos, in cui rimane ferito ad una gamba. Stabilitosi nuovamente a Parigi, riprende l’attività politica e lavora come redattore de “La Petite Republique” e poi di “Humanité”, sostenendo i movimenti repubblicani, antimilitaristi ed anticlericali. Eletto deputato nel 1914 con il sostegno della fazione rivoluzionaria del partito socialista guidata da Mussolini, rifiuta di prestare il giuramento al Re per cui decade da parlamentare. Interventista, sostiene la guerra contro la Germania per solidarietà con le nazioni aggredite e per i legami con la democrazia francese. Vecchio ed ammalato, oramai lontano dalle vicende politiche, muore in una casa di salute di Parigi il 30 aprile 1918. È data per certa la sua iniziazione alla Massoneria.

venerdì 16 ottobre 2020

Schibolet, la parola di passo del Compagno d'Arte



di Luca Delli Santi

«I Galaaditi intercettarono agli Efraimiti ai guadi del Giordano; quando uno dei fuggiaschi di Efraim diceva: "Lasciatemi passare", gli uomini di Gàlaad gli chiedevano: "Sei un Efraimita?". Se quegli rispondeva: "No",  i Galaaditi gli dicevano: "Ebbene, di' Schiboleth", e quegli diceva Shiboleth non sapendo pronunciare bene. Allora lo afferravano e lo uccidevano presso i guadi del Giordano. In quella occasione perirono quarantaduemila uomini di Efraim».
In questo brano del libro dei Giudici 12, 5- 6 compare la  parola Shibboleth, l’uso è simile a quello adottato in massoneria, si tratta  di una parola d’ordine, difficile da pronunciare per gli stranieri e di conseguenza adatta come stratagemma di riconoscimento.
La traduzione più ricorrente della parola è spiga, il grano è un elemento base dell’alimentazione, connesso con il pane, il “cum panis “ è la persona con cui si condivide il pane, alimento simbolo di conoscenza, nei riti cristiani rappresenta il corpo del verbo incarnato, all’inizio del kiddush shabbat viene benedetto. Il Fratello Apprendista Libero Muratore ha conosciuto il valore della fratellanza massonica, ha partecipato al lavoro per il bene ed il progresso dell’umanità, da Compagno d’Arte è chiamato a condividere quanto ha appreso con i fratelli dell’officina, l’intuizione che dovrà guidarlo è anche, e soprattutto, la capacità di rendere il lavoro individuale lavoro collettivo, non a caso a questo grado è leagto anche l’uso della cazzuola, la malta che viene spalmata è il sapere reso comune, il frutto del lavoro.
In ebraico la parola Shiboleth ha due forme ortografiche corrette:  שבלת e שבולת , come si può osservare la differenza sta nello scrivere o no la lettera Vav, che si usa per dare maggiore enfasi alla pronuncia, in questo caso, essendo preceduta da una beit, non è strettamente necessaria. Da un punto di vista cabalistico però la scelta non è altrettanto indifferente, la Vav è un gancio che crea connessione, in particoalre fra “l’alto e il basso”, la carica energetica della parola cambia, e soprattutto, naturalmente, cambia la ghematria.
La ghematria della prima versione ortografica è 732 che corrisponde anche al l’espressione Ben Porat, “ figlio fertile”, l’iniziabile è pienamente iniziato, un membro attivo e pienamente produttivo della corporazione, la fertilità di cui è dotato è la capacità di contribuire alla costruzione del tempio dello spirito. L’operaio è pienamente abile al lavoro. Inoltre 732 corrisponde anche al versetto 27:19 del libro dei Proverbi: “Come nell’acqua il viso riflette il viso, così il cuore dell’uomo rivela l’uomo”.
La seconda versione ortografica ha ghematria 738 che corrisponde al verbo Yashab, dimorare, “ Oh com’è bello e giocondo quando i fratelli dimorano insieme” recita il salmo 133, così caro alla tradizione di ordini cavallereschi e monastici.

Inoltre 738 equivale a labash, vestito, questo è un riferimento alla condizione adamitica decaduta nella quale siamo precipitati e dalla quale dobbiamo emanciparci, ma è certo la isopsefia a svelarci il più affascinante segreto ed il più rilevate potenziale custodito nel numero 738, equivalente infatti al greco antico Iesous, Gesù. Svolgendo una riflessione un poco ardita possiamo dire che l’energia impressa dalla Vav, che rappresneta  il “Figlio” nel Tetragramma, porta la ghematria della spiga ad essere equipollente al pane eucaristico della simbologia Cristiana, il verbo incarnato.  Naturalmente si tratta di giocare con le rappresentazioni,  i simboli, gli archetipi della tradizione abramitica, in cui fiorisce e si sviluppa la sapienza massonica, per superarli, arrivando al loro cuore, ai concetti universali. 
Una parola di passo, un vocabolo difficile da pronunciare, che anche nel mondo profano indica un mezzo per allontanare gli estranei, può custodire un tessuto simbolico prezioso e contribuire far scaturire nuove riflessioni, naturalmente il 738 è un numero complesso che nasconde anche insidie, equivale anche a leshachet, distruggere e a tishlach, manderai, del resto non furono forse   dei “cattivi compagni”, con la loro condotta infame, a far nascere il mito di Hiram?
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lunedì 12 ottobre 2020

Chi erano le ninfe?

di Michele Leone




Le Ninfe nella mitologia classica – prima greca e poi romana – erano divinità minori o secondarie abitanti, per alcuni custodi, il mondo naturale in ogni sua manifestazione. Avevano un aspetto affascinante, giovani procaci, sensuali e dagli abiti succinti. È possibile dividere le Ninfe in alcune categorie, una suddivisione può essere ad esempio quella per elemento naturale: acqua, terra ecc.

Le Ninfe solitamente erano benigne verso gli esseri umani, alcune volte potevano anche concedere il loro amore ad un uomo, altre volte potevano provocare problemi ed essere pericolose.

“Le Ninfe, in particolare, sono onnipresenti. Tutti i regni della natura appartengono al dominio di queste creature affascinanti e misteriose, inafferrabili e inquietanti. A volte posso no apparire dolcissime e benevole, altre volte la loro potenza si manifesta in forme terribili e oscure. Spesso sono legate alle acque: alle sorgenti, ai fiumi o all’enigma infinito del mare, sia nella sua superficie iridiscente sia nelle sue più insondabili profondità. Il loro volto può comporsi in uno specchio d’acqua, apparizione arcana che incanta gli uomini e li trascina in un mondo segreto e fuori dal tempo. Ma altre volte le Ninfe abitano gli alberi o le montagne, nascoste dentro un tronco o nell’intrico di una selva. Le Ninfe, insomma, non frequentano le strade delle città. Vivono al di fuori del mondo civile, dentro orizzonti selvaggi in cui l’uomo non può più sentirsi protetto come membro di una società e rischia anche di perdere se stesso, di vedere svanire la propria identità individuale.” (in Giorgio Ieranò, Demoni, mostri e prodigi, l’irrazionale e il fantastico nel mondo antico, Sonzogno, Venezia 2017, 1a ed. digitale).

 

Quanti tipi di ninfe esistono?


Auloniadi e Napee: Abitavano i Boschi e le valli;

Coricidi; Abitavano le grotte e gli antri;

Crenee, Naiadi o Pegee: Ninfe delle fontane;

Amadriadi e Driadi: Abitavano le foreste;

Efidriadi: Ninfe delle acque;

Epigee: Ninfe terrestri;

Linnadi: Abitavano nei pressi dei laghi o degli stagni;

Naiadi: Ninfe delle Fonti d’acqua, laghi e fiumi;

Nelie: Ninfe dei prati;

Oceanidi o Nereidi: Ninfe marine;

Oreadi, Orodenniadi o Orestiadi: Abitavano le montagne;

Potamidi: Ninfe dei Fiumi;

Uranie: Abitavano i cieli;

Le Ninfe dei luoghi prendono nome dal luogo che abitano.
[...]


Vaticinio, Profezia e “super poteri”

Le Ninfe, soprattutto quelle delle acque, si ritiene avessero la capacità vaticinio e profezia. Spesso coloro che si abbeveravano alle loro acque potevano acquisire questo dono. Non solo per mezzo delle acque le Ninfe potevano ispirare gli uomini per mezzo della “possessione” e posseduti dalle Ninfe, detti dai Romani lymphatici o lymphati, potevano essere i pazzi, i veggenti e i poeti.

Alcune Ninfe come ad esempio le Naiadi sembra fossero in grado di curare e guarire.

 
Il culto

Alle Ninfe nell’antica Grecia era riservata una forma di culto privato o familiare, non si hanno notizie di culti pubblici. Solitamente il culto alle Ninfe era reso nei luoghi dove si pensava abitassero e spesso luogo d’elezione per le pratiche rituali erano le grotte.

Nel mondo romano le Ninfe avevano un culto pubblico, solitamente associate ad autoctone divinità delle sorgenti e le loro feste furono inglobate nelle celebrazioni tributate al dio Fontus. Queste celebrazioni avevano luogo il 13 ottobre con la festa delle Fontinalie, si riempivano le fontane con fiori e adornavano i pozzi. I templi dedicati alle Ninfe prendevano il nome di Ninfeo, spesso erano delle grandi fontane.  Nei ninfei venivano anche celebrati i matrimoni. Prendeva nome di Ninfagogo colui che, il giorno delle nozze, prendeva la sposa dalla casa paterna e la conduceva a quella dello sposo.

In prevalenza le offerte votive alle Ninfe non erano cruente, era offerta della frutta, del miele, del latte; raramente agnelli o capretti...

giovedì 8 ottobre 2020

Massoneria e Cabala. Chokhmà, la Colonna della Sapienza

di Luca Delli Santi




La sephira Chokhmà è l’archetipo della Sapienza assoluta, che va ben oltre ogni umana concezione.
Nell’Albero della Vita Chokhmà è il vertice del pilastro bianco, attivo, maschile è il desiderio del Creatore di compiere l’atto creativo, il lampo di intuizione in cui è contenuto tutto l’esistente, non solo il manifesto ma anche il potenziale. A questo livello di realtà tutto è indefinito, gli archetipi sono indistinti in una unitarietà totale, il tempo è un eterno presente, grazie all’intervento discriminante, analitico e separante di Binà, i potenziali archetipi assumeranno forma, la Creazione e le Creature acquisiranno consistenza e specificità.
Chokhmà è un’intuizione fugace, un lampo che illumina la coscienza ci dice la antica tradizione, una condizione elevata in cui per un attimo la nostra mente concepisce il paradosso, ma non può che essere un momento effimero, poiché quando la razionalità riprende il sopravvento non si è più grado di percepire l’intuizione della Sapienza.
La formula con cui viene espresso questo concetto è in aramaico, mati ve lo mati, tocca e non tocca, le esperienze del tocca e non tocca, ci viene tramandato dalla tradizione, possono generare frustrazione in quanto colui che ha sperimentato lo stato di concepire il paradosso desidera riviverlo. La cabala ci suggerisce di rifuggire simili atteggiamenti, il sapiente vive queste fugaci esperienze negli stati più elevati dell’essere come doni, momenti da cui arricchirsi e trarre giovamento, anche quando se ne beneficiasse una solo volta in tutta la propria esistenza.
La scuola Chassidica individua come qualità interna della Sapienza il Bitul, letteralmente l’annullamento, è se stessi ciò che occorre annullare, la Sapienza richiede come tributo il superamento del proprio ego, non solo delle proprie aspirazioni o pulsioni materialistiche, si tratta della capacità di superare il concetto della propria autocoscienza come elemento separato dal tutto. Una permutazione per chiarie questo concetto: lo stato dell’essere “divino “più elevato nella cabala è chiamato Ain, letteralmente nulla, nulla in quanto inconcepibile ed inconoscibile dall’essere umano, io in ebraico si dice Ani, il Bitul è la capacità di permutare l’ANI in AIN.  Naturalmente stiamo parlando di complessi percorsi mistici ed iniziatici.
Il carattere sfuggente della Sapienza ha sempre reso complesso attribuirle un riferimento astrologico, alcune scuole di cabala vi videro una connessione con Nettuno, nume connesso con la saggezza e la capacità di discernimento, anche se, tradizionalmente, le si è attribuito prevalentemente tutto lo zodiaco, per il fatto che i suoi simboli contengono una complessità di archetipi riconducibili ai molteplici caratteri ed alle molteplici conoscenze umane, simbolo che racchiude l’insieme dei simboli del cosmo. I cabalisti contemporanei la associano a Mercurio, in ebraico Kokhav Chama, la stella del sole, si ritiene che la sua vicinanza al Sole, essendone completamente irradiato in quanto primo ricettore, rappresenti meglio di qualsiasi altro corpo celeste le caratteristiche di Chokhmà.
Nel Tempio massonico Chokhmà corrisponde alla colonna della Sapienza, il Maestro Venerabile, che la governa e che guida i lavori della loggia ha il delicato compito di consentire, grazie all’armonia del Rito ed alla concordia fra i fratelli, di far sì che in officina vi siano sempre le condizioni affinché ogni libero muratore possa trovare la sua propria Sapienza, o, se si preferisce, il frammento di Verità che gli è più consono.


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mercoledì 7 ottobre 2020

Spigolature massoniche. Il testo di Anton Fox




Il testo tenta di collegare il sacro con il profano, aggiungendo alle conoscenze proprie dell’autore quelle trasmessegli da altri fratelli e sorelle. Ecco perché il libro è stato intitolato Spigolature Massoniche. Spigolature, in quanto cerca di raccogliere sinteticamente alcune tematiche, dalla quotidianità alle problematiche sociali ed economiche; ricercando diversi concetti espressi in diversi testi. Massoniche, perché utilizza alcuni insegnamenti della Massoneria cercando di dimostrarne l’utilità nel mondo attuale.