martedì 12 novembre 2019

In libreria il Golem di Meyrink



Uscito a puntate tra il 1913 e il 1914 sulla rivista Weiße Blätter, Il Golem ottenne un tale successo che già nel 1915 venne ristampato in volume. L’autore, da sempre interessato a occultismo ed esoterismo, sfruttando l’antico mito del Golem e la storica fama di Praga, città per definizione colma di enigmi dal sapore gotico, compone una trama imbevuta di mistero. Un uomo scambia il proprio cappello con quello di Athanasius Pernath, un intagliatore di pietre preziose, e inizia rivivere, in una sorta di visione e sdoppiamento di personalità, l’esistenza di questi. Il protagonista incontra spesso la misteriosa figura del Golem, l’oscuro costrutto capace di obbedire a qualsiasi ordine gli venga impartito tramite un messaggio legato al suo collo, che, a differenza del mito ebraico, assume una personalità quasi opposta e complementare a quella del protagonista, rivelandosi un suo alter ego o, forse, il suo lato oscuro dell’anima.

Le religioni dei misteri

di Michele Leone



Le religioni dei Misteri del mondo antico sono le progenitrici delle moderne scuole iniziatiche? In questo post proverò a dare una risposta su le religioni dei Misteri nel mondo antico per scoprire se ci possono essere dei punti di contatto con le così dette Società segrete moderne, confraternite e scuole iniziatiche. Soprattutto questo post ha lo scopo principale di provare a raccontare aspetti storici spesso poco noti o difficilmente rintracciabili da quanti si avvicinano spesso troppo incautamente al mondo delle scienze ermetiche e delle religioni.

La religione greca, in quanto religione della pólis, è in misura estrema una religione pubblica: processioni sacrificali e banchetti comunitari, preghiere recitate ad alta voce e voti, templi visibili da lontano con preziosi doni votivi danno un quadro della eusébeia; tramite questa il singolo si integra nella comunità, mentre chi si isola cade solo nella asébeia. Eppure queste forme di religione <<pubblica>> sono da sempre affiancate da vari culti segreti, cui si accede solo in forza di una particolare iniziazione individuale: i <<misteri>>. <<Iniziare>> si dice myeîn o anche teleîn, l’iniziato mystes, il complesso della cerimonia mystéria, mentre telestérion è il particolare edificio adibito all’iniziazione; il rito può chiamarsi anche teleté, ma questa parola è nel contempo usata per indicare in genere le feste religiose. Anche orgia designa il <<rituale>> in assoluto, ma il termine è impiegato con particolare riferimento ai misteri; il verbo che definisce la cerimonia dell’iniziazione è infatti orgiazein. Celebri e ovunque noti erano i misteri di Eleusi, per gli Ateniesi tà mystéria semplicemente; ma, a quanto pare, essi non erano che la componente più significativa di un gruppo di manifestazioni dello stesso tipo.

La segretezza era assoluta, il solo dubbio era se <<il sacro>> fosse in questi casi <<proibito>>, apórrheton, o semplicemente <indicibile>>, árrheton. Simbolo dei misteri è la cesta chiusa da un coperchio, la cista mystica; solo l’iniziato ne conosce il contenuto; il serpente, che si attorciglia attorno ad essa o ne esce, è segno di <<indicibile>> terrore. Gli scrittori pagani non andarono altre le allusioni e quelli cristiani, intenzionati a svelare il segreto, non riuscirono ad andare oltre vaghe supposizioni. Solo per un caso fortunato uno gnostico fu in rado di fornire alcuni dettagli fondamentali su Eleusi. (Walter Burkert, la religione greca, Jaca Book, Milano 20103, pp. 497-498).

Le parole di Burkert ci aiutano ad entrare nel labirinto delle religioni dei misteri, che per dirla con un facile gioco di parole sono un mistero (nel senso moderno del termine) ancora in buona parte da decifrare e svelare.

Si potrebbe definire elemento fondante delle religioni dei misteri l’iniziazione, questa è un elemento in comune a tutti i culti misterici. Quando parliamo di mistero, in questo contesto, dobbiamo sempre riferirci al senso originario della radice my che sta a significare chiudere gli occhi o chiudere la bocca. Nel suo lessico, Suda fa chiaramente riferimento a questa radice in riferimento alla parola mysteria: vengono chiamati misteri perché quelli che li ricevono chiudono la bocca e non spiegano queste cose a nessuno. La parola myêin significa chiudere la bocca. Era praticata una iniziazione o le iniziazioni erano molteplici? La domanda potrebbe essere anche formulata chiedendosi se vi erano diversi gradi o livelli di iniziazione.

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lunedì 11 novembre 2019

Il Rito di York a Milano. «Siamo fatti di studio. Ma anche di cuori»

Da sn: Pusceddu, Pignatelli, Bilotta, Cascio, Delli Santi, Agostini

Lo stato di salute di un Rito lo leggi da tanti fattori, non solo dai numeri. La personalità innanzitutto. Quella eredità raccolta dal lavoro degli ultimi sette anni, quando il Rito di York ha accellerato su un percorso indennitario che prima era un po' sbiadito. Una voglia di chiarirsi e di mettere a fuoco la sua natura 'sapienziale', la sua vocazione cabalistica, la sua natura di luogo privilegiato dello studio, dell'approfondimento. Ma sarebbe ancora poco. Sarebbe accademia. Lo stato di salute di un Rito si dà soprattutto nei cuori, nell'entusiasmo. Quasi lo si versasse, come ha evidenziato nelle sue conclusioni Massimo Agostini, Gran Commendatore dei Cavalieri Templari d'Italia. La voglia, cioè, di incontrarsi, di stare insieme, di restare uniti, compatti, nonostante le difficoltà, nonostante la pioggia. E allora sì, si può dire che lo York, per numeri, per voglia di fare, per cuori, sta messo veramente bene.

Milano è stata una verifica. La riunione dei Corpi Appendant ha acceso gli entusiasmi. Nel pomeriggio di sabato l'atteso viaggio multisensoriale all'interno del Tempio, introdotto dai saluti istituzionali di Domenico Bilotta, Sommo Sacerdote del Gran Capitolo dei LLMM dell'Arco Reale e di Alessandro Pusceddu, Gran Maestro f.f. dei Massoni Criptici e condotto da Mauro Cascio, Luca Delli Santi e Federico Pignatelli. Un modo originale per presentare l'anima iniziatica e la forma culturale. Ma tante iniziative sono in programma.

mercoledì 6 novembre 2019

A 130 anni dalla scomparsa di Antonio Meucci. In Massoneria partecipò all'iniziazione dell'ambasciatore italiano in Usa



Centotrenta anni fa passava all’Oriente Eterno Antonio Meucci, grande genio italiano, patriota, libero muratore e inventore del telefono. Meucci si spense a Clifton, New York, il 18 ottobre 1889 a 81 anni senza essere riuscito a ottenere il riconoscimento della paternità del suo rivoluzionario apparecchio che non aveva potuto brevettare per mancanza di soldi. Il lungo contenzioso giudiziario con l’ingegnere Alexander Graham Bell si era concluso poco prima della sua morte con una sentenza che aveva dato ragione al suo contendente, che da quel momento verrà considerato, ovunque nel mondo, tranne che in Italia, l’inventore del telefono fino all’11 giugno 2002 quando il Congresso degli Stati Uniti riconoscerà ufficialmente a Meucci questo titolo e questo merito.


Un piccolo genio

Nato a Firenze il 16 aprile 1808 nel popoloso quartiere di Borgo San Frediano, in Via Chiara n. 475 (oggi Via de’ Serragli n.44), dove il 16 maggio 1996 venne apposta una lapide a cura del Comune in sua memoria, mostrò fin da ragazzino di possedere grandi talenti. A 13 anni fu ammesso all’Accademia di Belle Arti, nella scuola di Elementi di Disegno di Figura, un centro di eccellenza in Europa per l’insegnamento tecnico superiore, dove studiò per sei anni oltre alle materie base, la chimica e la meccanica che comprendeva tutta la fisica allora conosciuta, compresa acustica ed elettrologia, introdotte nell’Accademia durante la dominazione francese (1799-1815). Meucci mostrò subito spiccato interesse per la chimica: nel maggio 1825, in occasione dei festeggiamenti con fuochi d’artificio per l’imminente parto di Maria Carolina di Sassonia, moglie del granduca Leopoldo II, concepì una potente miscela propellente per razzi, che però sfuggirono al suo controllo causando danni e feriti in piazza della Signoria.


Il carbonaro scienziato che lavorava al teatro La Pergola

Per questo fu arrestato e sospettato di cospirazione. Dal 1823 al 1830 lavorò come doganiere alle porte di Firenze. E fu in questo periodo che si affiliò alla Carboneria, prendendo parte ai moti del 1831. Venne posto sotto stretta sorveglianza e arrestato nuovamente nel 1833. Quando uscì dal carcere trovò lavoro come macchinista al teatro della Pergola, punto di riferimento di gruppi carbonari, ma anche luogo di grande sperimentazione scenica. E’ qui che mise a punto una sorta di primo telefono acustico, per comunicare dal palcoscenico con i soffittisti, che si trovavano a circa venti metri d’altezza.


15 anni a Cuba

Nel 1834 sposò la costumista Maria Ester Mochi, insieme alla quale venne scritturato dall’impresario catalano Francisco Martí y Torrens con la cui compagnia si trasferirono a Cuba. Nell’isola Meucci e la moglie rimasero per 15 anni, lavorando per il Gran Teatro de Tacon. Vissero un periodo felice e di agiatezza. Erano ben pagati, vivevano in un bell’appartamento e Meucci disponeva di una grande officina per realizzare apparecchiature e strumenti teatrali. Ma la sua fama andò oltre il palcoscenico, non solo per aver riprogettato il teatro, semidistrutto da un uragano, rendendolo resistente alle grandi calamità naturali, ma anche per aver messo in grado l’acquedotto appena realizzato ma che presentava insormontabili problemi tecnici di funzionare perfettamente. Meucci mise a punto anche una tecnica di galvanizzazione, grazie alla quale si assicurò un contratto importante con il governatorato per l’argentatura e la doratura degli equipaggiamenti militari cubani. Nel 1849 riuscì per primo a trasmettere la voce per via elettrica, realizzando quello che chiamò il telettrofono. Lasciò l’Avana l’anno successivo. Giunse a New York il primo maggio 1850 con una capitale di 26 mila dollari. Acquistò un cottage a Clifton, Staten Island, e poi un terreno sul quale costruì una fabbrica per la produzione di candele, nella quale impiegò manodopera italiana.


L’incarico che ricevette dal Gran Maestro Adriano Lemmi

Il grande inventore italiano fu molto attivo anche in Massoneria come conferma questo episodio: l’8 agosto del 1888 presiedette a New York, su delega dell’allora Gran Maestro del Grande Oriente Adriano Lemmi, la cerimonia di iniziazione dell’ambasciatore italiano negli Stati Uniti al quale rivolse un eccellente discorso di benvenuto nell’Istituzione e di augurio della sua vita iniziatica.

FONTE: GOI

martedì 5 novembre 2019

Hegel e la Logica. Online la conferenza di Mauro Cascio

La recente conferenza a Montecatini, con Mauro Cascio ospite di Filippo Goti, è servita almeno a far parlare una filosofia forte, che vuole comprendere il mondo e ordinarlo. A partire dal Logos, cioè dalle condizioni che rendono possibile qualsiasi esperienza. Quello che c’è fuori dalla mia comprensione, isolato dal mio pensarlo, è il dato empirico, dominio della scienza e della tecnica. Augusto Vera, uno dei più grandi hegeliani del XIX secolo diceva che addirittura di ‘logiche’ ne esistono due, là dove alla Logica manchi l’idea di Fondamento: una infinita e una finita, una eterna ed assoluta, secondo le quali le cose sono fatte, ordinate e pensate, ed una accidentale, relativa e “come inventata per le nostre facoltà e il nostro utile”.



Hegel ha dimostrato con chiarezza “che non può esservi che una sola logica, la quale non deve solamente essere una logica assoluta, ma rappresentare un elemento integrante dell’essere assoluto… Solo una di esse può fornire un criterium assoluto e delle leggi invariabili e universali, l’altra non è affatto una logica, ma piuttosto una fonte di errori e di illusioni. Pertanto bisogna ammettere che vi è una ed una sola logica, ritenuta per ciò stesso l’assoluta logica, o il Logos assoluto, secondo il quale le cose sono razionalmente e assolutamente fatte e pensate, e, di conseguenza, che tutto ciò che è o che può essere, tutto ciò che si muove nel cielo e vive nella terra, il sole, gli astri, come pure le piante, gli animali e l’uomo, tutto è sottomesso a leggi logiche, tutto trae da esse una parte integrante di sé…”.