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mercoledì 1 aprile 2020

La bolla "Omne datum optimum"

di Mauro Gigantino




Il più grande e prodigioso Ordine Monastico Cavalleresco di tutti i tempi, foriero di un tesoro di valori spirituali che rappresentano un’eredità dell’intero genere umano. Sono queste le prime parole che pervadono la mia mente e danno voce al mio cuore quando penso al “Sublime Ordine del Tempio”. Ho pensato di scrivere queste poche righe per rammentare, prima a me stesso, e poi a tutti i fratelli Cavalieri, la ricorrenza del 29 marzo, una data che rappresenta una pietra miliare nella storia dell’Ordine. Benchè la fondazione dell’Ordine stesso si faccia risalire, con ogni probabilità, al 1120 d.C., è solo il giorno 29 marzo 1135, mediante la Bolla Pontificia “Omne Datum Optimum” rilasciata da Papa Innocenzo II, che i “Poveri Compagni d’armi di Cristo e del Tempio di Re Salomone” (come gli stessi amavano definirsi) assurgono ufficialmente a difensori della Fede Cristiana, in condizione di operare indipendentemente dalla Chiesa Cattolica.
Molti profani ricordano solo due bolle papali riguardanti il Sublime Ordine: “Pastoralis Praeminentiae” del 22 novembre 1307 (con la quale Papa Clemente V ordina l’arresto dei Templari e la confisca dei loro beni) e “Vox in Excelso” del 22 marzo 1312 (mediante la quale lo stesso Pontefice scioglie definitivamente l’Ordine), quasi nessuno ricorda viceversa la bolla oggetto della presente dissertazione.
Il nome del documento deriva dalla Lettera di Giacomo 1. 17 che recita: “Tutto ciò che abbiamo di buono e di perfetto viene dall'alto: è un dono di Dio, creatore delle luci celesti. E Dio non cambia e non produce tenebre”. A quel tempo, i Cavalieri Templari, con il permesso di Baldovino II, re di Gerusalemme, avevano stabilito il loro quartier generale in Terrasanta presso un’ala del palazzo reale, che non era altro che la moschea di al-Aqsa, posta sull’estremità meridionale della spianata delle moschee, mentre lo svolgimento delle funzioni religiose avveniva nella vicina moschea di Omar (detta Cupola della Roccia), trasformata in chiesa cristiana e denominata il “Tempio del Signore”.
Ubbidienti alla Regola dell’Abate Bernardo di Chiaravalle, approvata con il Concilio di Troyes il 13 gennaio 1128, i cavalieri ricevevano, soprattutto in Europa, numerose e cospicue donazioni da parte di nobili e regnanti, che utilizzavano precipuamente per accrescere la forza militare dell’Ordine attraverso il reclutamento degli aspiranti, il loro addestramento ed il reperimento di mezzi logistici (armi, equipaggiamento individuale, animali e vettovaglie) da inviare soprattutto in Terrasanta per sostenere la lotta in difesa dei presidi cristiani dagli infedeli.
Nel 1135 il Gran Sovrano dell’Ordine era Robert de Craon, che succedette a Hugues de Payns, il fondatore dello stesso.


       
Robert era un uomo dalle spiccate capacità organizzative, legislative e di comando, ma anche un abile mediatore, in grado di rivendicare presso il potere ecclesiastico gli indispensabili diritti per consentire a sé ed ai suoi di operare in massima autonomia. Egli fu tuttavia meno fortunato come condottiero: poco dopo la sua elezione, nel 1138 a Shayzar sconfisse inizialmente le milizie di  Zengi, l’Emiro di Aleppo ma lasciò che i propri cavalieri saccheggiassero il campo di battaglia; Zengi ritornò in seguito con una nuova armata sbaragliando i templari oramai disorganizzati.
Innocenzo II (Gregorio Papareschi), latore della Bolla, fu eletto papa a seguito della morte di Onorio II, ad opera del gruppo di Cardinali sostenitori della famiglia Francipane. La fazione opposta, guidata dalla famiglia Pierleoni, non accettò l’elezione e fece eleggere dagli altri Cardinali un componente della propria famiglia, Piero Pierleoni, che assunse il nome di Anacleto II. I due Papi si combatterono aspramente, coinvolgendo diversi sovrani d’Europa, fino alla morte di Anacleto II, da molti considerato un antipapa, avvenuta nel gennaio del 1138. La famiglia Pierleoni, al suo posto elesse il Cardinale Gregorio, che assunse il nome di Vittore IV. Questi, però, accettando le sollecitazioni di Bernardo di Chiaravalle, ad aprile dello stesso anno si dimise, riconoscendo Innocenzo II come legittimo papa.
Il 29 marzo 1139, Papa Innocenzo promulgò appunto la storica bolla papale “Omne Datum Optimum” (in italiano “Ogni dono perfetto”), di notevole importanza giuridica, in quanto la stessa esentava l’Ordine dal pagamento delle tasse e lo rendeva indipendente dalle gerarchie ecclesiastiche, secolari e regolari, compreso il Patriarca di Gerusalemme, restando il Tempio subordinato esclusivamente all’autorità pontificia: “...E poiché i difensori della Chiesa devono vivere ed essere sostenuti con i beni della Chiesa, noi, con ogni mezzo, vietiamo l’esazione delle decime contro la vostra volontà su tutti i beni mobili e immobili e tutto ciò che appartiene alla vostra veneranda casa”.
Ai Templari venne inoltre garantito il diritto di portare una croce rossa sopra l’abito bianco, che identificò presto l’immagine popolare dei templari: “...e per comprovare l’appartenenza alla milizia di Dio, portate assiduamente sul vostro petto il segno della vivificante croce”.
Questa decisione fu presa dalla Chiesa solo dopo aver sancito le condizioni indispensabili per poter entrare nell'ordine; esse erano molto rigide in relazione all’obbiettivo di dimostrare che nell’aspirante cavaliere vi fosse una reale e sincera vocazione.
Questi precetti, oltre a spogliare il candidato di ogni bene materiale, dopo un percorso di vita spirituale di tipo monastico, culminavano con l'entrata nell'Ordine, all’interno del quale occorreva rispettare i voti di povertà, castità ed obbedienza.
Il decreto infatti recita testualmente: “...la vita religiosa che è stata istituita nella vostra casa, ispirata dalla grazia divina, deve essere osservata senza alcuna violazione, ed i fratelli che servono il Signore devono ivi vivere castamente, senza beni personali e, onorando la loro professione con le parole e la morale, sono soggetti e obbedienti in tutto e per tutto al loro maestro e a coloro che egli comanda”.
Il documento pontificio consentiva inoltre ai Cavalieri del Tempio di eleggere propri sacerdoti, in tal modo emerse nella loro comunità una nuova categoria: i fratelli cappellani che avevano il compito di assistere spiritualmente i “milites” (combattenti).
Essi erano inoltre i responsabili delle opere di beneficenza e caritatevoli in generale.
I cappellani non detenevano armi, portavano la tonsura e indossavano un mantello di bigello, una sorta di panno grossolano. Doveva essere presente almeno un cappellano in ogni Commenda. Tutto ciò consentiva ai cavalieri di poter pregare e confessarsi separatamente, senza doversi recare in chiese frequentate anche dalle donne, evitando in tal modo impudiche commistioni.
All’Ordine fu inoltre consentito di costituire oratori in cui tenere i servizi religiosi ed anche per seppellirvi i propri confratelli o gli appartenenti alla comunità degli stessi.


         
Il testo del documento contiene, già nella premessa, una celebrazione della notorietà e della grandezza spirituale dell’Ordine, rammentando le rinunce ed i principi ispiratori dello stesso: “Con sollecitudine, diletti figli nel Signore, lodiamo Dio onnipotente per voi e per conto vostro, giacché il vostro ordine religioso e la vostra veneranda istituzione è conosciuta in tutto il mondo. Anche se, di natura, eravate figli dell’ira e dediti ai piaceri della vita, ora, per grazia ispiratrice, siete diventati attenti ascoltatori del Vangelo, dopo aver rinunciato alla mondana ostentazione e alla proprietà privata, anzi, avendo abbandonato il largo sentiero che conduce verso la morte, umilmente avete scelto la via che conduce alla vita...”, poi continua rimarcando il sentimento di fratellanza che pervade il cuore del cavaliere, difensore della fede cristiana : “...secondo le parole del grande Pastore, non avete paura di porre le vostre anime al servizio dei vostri fratelli e di difenderli dagli attacchi dei pagani”.
Ai Cavalieri era inoltre consentito di disporre in piena autonomia ed interamente del bottino di guerra senza che alcuno potesse reclamarne una parte, tuttavia si stabiliva che la casa o il Tempio in cui dimoravano con tutti i beni e possedimenti in esso contenuti fossero comunque sotto la tutela e la protezione della Sede Apostolica.
Veniva stabilita altresì, per la prima volta, la modalità di successione del Sovrano Maestro: “...Stabiliamo che dopo di te, Roberto, nostro amato figlio nel Signore, o di qualunque tuo successore, non venga accolto in questa casa alcun fratello se non è un militare e persona religiosa, che non abbia interesse per il vostro ordine, né venga eletto da altri se non da tutti i fratelli, o proposto dalla parte migliore e più pura di loro. D’ora in poi a nessun ecclesiastico o laico sia lecito violare o porre limiti all’osservanza della regola e degli statuti approvati dal maestro assieme agli altri fratelli. Quelle stesse consuetudini che osservate da qualche tempo, e che sono state fissate in forma scritta, non possono essere modificate da alcuno se non dal maestro, ed in ogni caso con il consenso della migliore parte del capitolo”.
Con il trascorrere del tempo, tuttavia, i privilegi concessi con la bolla furono spesso messi in discussione e la bolla venne confermata addirittura dodici volte tra il 1154 e 1194.
A tale privilegio fece seguito quello denominato “Milites templi” (promulgato da Papa Celestino II il 9 gennaio 1144). Con il sopra menzionato atto fu imposto al Clero di assicurare protezione e sostegno ai Cavalieri templari, ai fedeli furono promesse speciali indulgenze per le donazioni fatte all’Ordine e ai Cavalieri templari fu concesso di potere effettuare nelle loro chiese, una volta l’anno, questue e raccolte di denaro da destinare alla loro causa.
L’Ordine dei Cavalieri Templari diveniva con tale privilegio l’espressione della volontà di Dio, nonché la parte attiva di quella volontà e così sarebbe stato nel tempo a venire, per sempre.

Bibliografia
1. Sulle tracce dei Templari di Filippo Gammauta 2015
2. Medioevo Templare di Filippo Gammauta 2015
3. I templari e la massoneria di Domenico Lancianese 2007
4. I templari. Un ordine cavalleresco cristiano nel Medioevo di Alain Demurger 2009
5. I cavalieri templari. Storia, segreti, filosofia, spiritualità di Domizio Cipriani 2017
6. I Templari. Storia e segreti del più misterioso Ordine medievale di Bernard Marillier 2013
7. I Templari: la spettacolare ascesa e la drammatica caduta dei cavalieri di Dio di Dan Jones 2018
8. Storia, Misteri e Leggende di Templari e Ordini Cavallereschi di Antonella Zanoncelli 2015
9. I templari di Franco Cardini 2011

mercoledì 3 luglio 2019

Rito di York. Templar Pride a Milano con Massimo Agostini

di Edoardo Cavallé

Massimo Agostini


Presso la Casa Massonica di Milano alla graditissima presenza del Gran Commendatore Cav. M. Agostini e dei membri di Giunta Cav. D. Ruffa, Cav. T. Casellino, Cav. E. Cavallé, l'Eminente Commendatore della Commenda n°1 Carroccio Cav. R. Scarrica ha conferito a 5 Compagni il Grado dell'Illustre Ordine della Croce Rossa e di Cavaliere di Malta. Con ben 4 Templi a disposizione e con gli abiti rituali del 1964 l'intera ritualità si è suggestivamente svolta durante tutto l'arco della giornata e pomeriggio. L'Eminente Gran Commendatore ha presentato alla Commenda e Cavalieri presenti, il programma di inizio del Suo mandato, volto a valorizzare i successi sin qui ottenuti ed a stabilizzarli cercando di motivare maggiormente i Cavalieri dell'intero Rito di York della Comunione in futuri momenti di incontri rituali e di conferimento del'ultimo Grado, di Cavalieri Templari, raggruppando in fraterna amicizia più Commende.
Sono stati particolarmente evidenziati del rituale dei primi due Gradi l'importanza di trovarsi Cavalieri, forti delle basi acquisite delle Virtu Teologali e Cardinali, in Libertà, sotto il comune stendardo della Verità parimenti sostenuta dalla Giustizia Umana e Divina. Solo con questi principi e difendendoli si potrà giungere alla Vera Pace ed essere portatori e difensori della Pace. Questo darà senso al raggiungimento ascetico della vita dall' Alpha all'Omega simbolo dell'Apocalisse ossia del cambiamento e transmutazione che ogni Cavaliere divenuto Templare potrà agognare.
Una grande Agape goliardica e Fraterna ha fatto da cornice ai Lavori. L'Eminente Gran Commendatore si è impegnato a partecipare nell'Autunno prossimo al conferimento dell'Ordine Templare.




lunedì 27 maggio 2019

La Worthy Gran Matron dell’Ordine della Stella d’Oriente Angela Bistoni si congratula con Massimo Agostini



La Worthy Gran Matron dell’Ordine della Stella d’Oriente Angela Bistoni ha scritto al nuovo Gran Commendatore della Gran Commenda dei Cavalieri Templari d’Italia - Rito di York Massimo Agostini per congratularsi per la sua elezione, a nome dell’Ordine che rappresenta e “come sorella appartenente al tuo stesso Capitolo, Ariel #26 di Fano”.
«L’appartenere non solo allo stesso Ordine ma persino allo stesso Capitolo ti fa capire quanto grande sia la mia gioia ed anche il mio orgoglio per la tua elezione perché ci potremo trovare, a volte, a poter lavorare insieme, con la massima semplicità e senza i vincoli di cerimoniale, su quei temi e argomentazioni che sono tanto care, ne sono sicura, ai nostri uomini ed ai nostri cuori».

«La concezione esoterica della Massoneria», ha risposto Agostini nel ringraziare per il “graditissimo messaggio di auguri”, «affonda le sue radici nelle antiche tradizioni, che appartengono all’umanità fin dal sorgere del primo sole. Siamo depositari e custodi di un antico messaggio, espressione di una conoscenza iniziatica che va oltre l’umano divenire, dove ogni manifestazione materiale trova un corrispettivo in quell’essenza superna che tutto comprende, vivificandosi nel magico divenire della natura, nel sublime e armonico connubio degli opposti, dove il Sole e la Luna, nella loro danza celeste, esprimono la ‘misterica’ energia del Grande Architetto dei Mondi.
Uno spirito che appartiene ai pellegrini della conoscenza che si trovano a percorrere gli ardui sentieri dell’anima e, in questo percorso, sono certo che troveremo importanti comuni momenti di crescita».

giovedì 23 maggio 2019

Chi fu il primo Gran Maestro dei Templari?

di A. Agostini



«[..] la famiglia di Nocera prende nome da Albertino di Bretagna detto 'di Pagano' (m. 1091), discendente del normanno Alberto (Aubert de Cravent) che nel 980 era sceso in Italia con i primi colonizzatori.

PAGANO di Nocera de' Pagani.
"Derivata da un Albertino, cavaliere di Bretagna, il quale, avendo sposato la nipote del suo duca sovrano, per cui adottò nel suo scudo l'armellino, insegna di quel principe, seguì Tancredi il Normanno per conquistare le contrade napoletane occupate dai Saraceni. Edificate alcune case in quel di Nocera, e discacciatine gl'infedeli, a perpetuarne il ricordo, il detto Albertino diè il nome di Nocera de' Pagani a quella città, ed i suoi posteri per la stessa ragione assunsero il cognome di Pagano. Nel napoletano questa famiglia è stata una delle più illustri, avendo goduto nobiltà a Napoli nei sedili di Porto, di Portanova e di Montagna, in Lucera, in Cotrone, in Nocera, in Caserta e in Reggio.
Insignita di alti uffici e di luminose cariche, à posseduto altresì il possesso di più di 60 feudi, dei marchesati di Bracigliano e di Melito e del ducato di Terranova. Grande illustrazione di questa famiglia fu Ugone Pagano uno dei fondatori e primo Gran Maestro dell'Ordine de' Templari nel 1119.
I Pagani si divisero in molti rami che si stabilirono in Lucera, Nocera, Salerno, Romagna (Susinana, dando origine agli Ubaldini) e Sicilia e di questi non sopravvivono che il ramo di Napoli e quello di Nocera".
G.B. Crollalanza, Dizionario Storico - Blasonico delle Famiglie Nobili e Notabili Italiane Estinte e Fiorenti,  Volume II° - ristampa anastatica dell'edizione del 1886, Arnaldo Forni Editore

Il Cartulaire de l’abbaye de Saint-Père de Chartres (Autori vari, Collection des Cartulaires de France de l’Imprimerie de Crapelet, 1840, Tomo I: Par M. Guerard, Cartulaire de l’abbaye de Saint-Père de Chartres) conferma l’origine normanna della famiglia, più specificamente dai signori di Ivry, imparentati quest’ultimi con i St. Clair sur l'Epte.

Manca purtroppo una precisa genealogia, ma è confortante la notizia che Albertino avrebbe contratto un primo matrimonio con la contessina d’Ivry, Aubree de Bayeux, e un secondo con la nipote del duca di Bretagna.

Chi fu il Primo Gran Maestro dei Templari?

L' ipotesi immagina i Pagano normanni e di stirpe Ebura, che è documentato fosse una popolazione presente in Normandia, area della attuale Evry (feudo dei conti di Ivry) e britannica, area della attuale York.

Un articolo del genealogista Lindsay Brook sosteneva la discendenza dei Plantageneti dai Pagano Ebriaci pisani :The Ebriaci of Pisa, Jewish ancestors of the Plantagents; articolo che avevo inoltrato al prof. Luzzati (uno dei più importanti studiosi di storia dell'ebraismo) poco prima della sua scomparsa. Il prof.Luzzati aveva indicato il suo scetticismo su un possibile legame ebreo in base alla denominazione Ebriaci: da qui nasce l'ipotesi e la ricerca Ebriaci --> Eburiaci.
Ovviamente è una delle ipotesi, quella accredita dagli accademici universitari sappiamo essere solo quella francese.

Come scrive Mario Caravale (Dizionario Biografico degli Italiani: LVII Giulini – Gonzaga. Roma, 2001) su Ugo II, detto degli Eb(u)riaci da Vecchiano, morto avanti il 30 maggio 1136, i documenti pisani dicono in realtà assai poco, come se la sua attività si fosse svolta prevalentemente lontano dalla città. «[…] Chiamato nei documenti con il soprannome di "Eb(u)riaco", egli era figlio di un altro Ugo che, nel penultimo decennio del secolo XI, aveva fatto parte della schiera dei principali sostenitori pisani di Enrico IV. Intorno al 1090, però, aveva aderito all'azione pacificatrice esercitata dal vescovo di Pisa, Daiberto, sostenitore e collaboratore di Urbano II e Matilde di Toscana (duchessa di Lorena, figlia di Berta di Lotaringia, sepolta a Lucca nel 925, e zia di Goffredo di Buglione) e da allora era tornato a intrattenere ottimi rapporti con il vescovado, che fino a tutta la prima metà del secolo XII fu il primo centro d'autorità della civitas, della quale era il rappresentante istituzionale verso l'esterno».

Ugo di Pagano era un influente banchiere ed armatore di Pisa; il padre Ugo I è ricordato come l’ammiraglio ed armatore che mise a disposizione la sua flotta per la crociata delle Baleari nel 1115 sia da Paolo Tronci in Annali Pisani, ed. Vannucchi, Pisa 1829, sia nel Liber maiolichinus de gestis pisani populi (traduzione di Pietro Loi di un manoscritto conservato presso la Biblioteca Universitaria di Pisa, ed. Giardini, Pisa 1964). Organizzare una crociata era veramente complesso da un punto di vista logistico in quell'epoca: solo pensare a 120 navi messe a disposizione da Pisa su una flotta commerciale stimata di circa 400 navi.

La presenza salernitana può essere molto probabile perché è documentato accademicamente che i Pagano Eb(u)riaci da Vecchiano fossero legati ad un’altra importante famiglia pisana, i Gaetani, proprietari di un vasto territorio tra Pisa ed il mare, ancora oggi chiamato 'al Gatano', ottenuto il 6 luglio 1051 da Dodo di Ugone di Teperto di Ugone Gaetani, duca di Gaeta, barone dell'Impero e conte di Terriccio. Sia i da Vecchiano che i Gaetani ponevano nello stemma familiare un 'cane rampante' per significare la loro discendenza dalla gens Anicia.

Credo sia molto plausibile immaginare che l'Ugo di Nocera e l'Ugo di Pisa (e anche l'Hugh de Payns) siano in realtà la stessa persona.

Interessante inoltre la presenza documentata dell'Ugo da Nocera presso il Casale di San Martino, fuori Forenza, "tra i vigneti di Aglianico", perché l'Ugo da Vecchiano coltivava l'Aglianico, detta uva paria o pariana, originaria della Misia (Turchia); un antico vitigno rosso già coltivato in epoca etrusca che, secondo il Toscanelli, dette anche il nome alla vicina Parrana presso Colle Salvetti.

Curiosamente sia il Bargeo (Pietro Angeli, 1517-1596), con l'esegesi dell'Ugo II pisano, che il Carafa, con l'esegesi dell'Ugo lucano, appartenevano allo stesso ambiente culturale, legato alla Accademia degli Svegliati ed ai circoli anti-aristotelici delle accademie ficiniane.

L'ipotesi dell'Ugo lucano, nata con gli Svegliati del Carafa, ha un'origine irlandese normanna. Il Carafa si dichiarava discendente dell'Ugo dei Pagani da Nocera.

L'attuale famiglia Guerrieri, discendente dei Pagani da Nocera, ha inquartato al centro dello stemma una testa di moro (non bendata) che rappresenterebbe il noto Ugo, secondo la tradizione familiare.

Fonte

venerdì 17 maggio 2019

Massimo Agostini annuncia le onorificenze della Gran Commenda templare del Rito di York



Sono state annunciate dal Gran Commendatore Massimo Agostini, in attesa di decreto, le onorificenze della Gran Commenda dei Cavalieri Templari d’Italia del Rito di York. Alla Corte di Giustizia Tiziano Busca (presidente), Maurizio Vitali, Vittorio Alesci, Roberto Reniero, Marco Patti, Francesco Ferrari, Paolo Pulga, Carlo De Giacomo. Ufficiali Armando Benedetto (1° Gran Maresciallo), Armando Cuscunà (2° Gran Maresciallo), Francesco Bernabucci (Gran Cappellano), Fabrizio Mariotti (Gran Portastendardo), Giuseppe Sindona (Gran Porta Spada), Omero Galardi (Gran Guardiano), Vincenzo Pizzo (Gran Sentinella)

lunedì 13 maggio 2019

Rito di York. Massimo Agostini annuncia i nuovi grandi dignitari della Gran Commenda dei Cavalieri Templari

Massimo Agostini

«Bisogna ripartire da qui, / qui c’è il sacro che ci rimane: / può essere una chiesa, una capra, / un soffio di vento, / qualcosa / che non sa di questo mondo / né di questo tempo». Sono versi di Franco Arminio, un poeta che sa parlare la lingua delle cose, dei luoghi, della natura e dell’uomo e del suo disperato bisogno di una rinnovata, e autentica, umanità. Il nuovo Gran Commendatore Massimo Agostini la Massoneria templare del Rito di York te la spiega così. Con il sorriso che è quello della sensibilità e dell’innamoramento, come quando devi spiegare cos’è che hai nel cuore e stai attento a scegliere le parole migliori.
Il Rito di York non è solo studio ma anche affetto, è la fotografia di un unico comune obiettivo che è la ricchezza del proprio destino. Qualcosa di simile a un viaggio. Un viaggio dove ogni Commenda è oasi dell'anima, sicuro porto per cercatori di verità. Un viaggio che riparte da qui, dalla Grande Assemblea di Roma che ha acclamato con grande affetto fraterno la nuova giunta: Domenico Ruffa, Gran Commendatore vicario, Salvatore Gueli, Gran Generalissimo,Tiziano Casellino, Gran Capitano generale, Angelo Mancini, Gran Tesoriere, Claudio Camilloni, Gran Cancelliere, Angelo Vincenzo Saia, Gran Cancelliere aggiunto, Edoardo Cavalle’, Gran Cancelliere ai rapporti internazionali e Alessandro Giuliani, Gran Tesoriere aggiunto.

La nuova giunta

lunedì 11 marzo 2019

I Templari. Custodi della Terra Santa. Guardiani del Tempio

di Marcello Mura



Mi chiedo come mai commemoriamo Jacques De Molay e come mai gli Ordini Cavallereschi risultino così stimolanti ed ambiti per i massoni.

Chi era Jacques De Molay? Un Cavaliere ma soprattutto un iniziato, un religioso, un mistico. Sul piano umano era un guerriero, su quello sovra-umano riassumeva in sé un carattere tripartito o trivalente. Ricordiamocelo, ci torneremo dopo.

Ma cosa c'entra la Cavalleria con la Massoneria? Nelle nostre riflessioni ci viene incontro la storia, a volte mitizzata: nella fuga di quel drammatico venerdì 13 che segnò la rovina dell'Ordine del Tempio, i Cavalieri Templari che scamparono al massacro, vennero in qualche modo “smistati” tra altri Ordini Cavallereschi, soprattutto in Germania ed in Portogallo, mentre altri si rifugiarono in Scozia, seguendo Pierre D'Aumont, Precettore d'Alvernia, e furono accolti dal Re Robert Bruce e dalle Gilde dei Liberi Muratori.

La storia racconta anche che nel periodo in cui nacque la moderna muratoria speculativa, molti borghesi, ormai gruppo trainante della società, vollero ammantarsi di una veste nobile e cavalleresca, quasi a voler emulare quella nobiltà che ormai non aveva più il dominio, ma che rimaneva ancora superiore alla borghesia, come rango. Nacquero così complicati sistemi massonico-cavallereschi d'Alti Gradi, che consentivano ai borghesi di colmare in qualche modo l'inferiorità che essi avvertivano nei confronti dei nobili.

E i Templari chi erano? Un ordine religioso ma anche militare. Avevano il compito di proteggere i pellegrini che si dirigevano in Palestina, ma anche di Proteggere la Terra Santa. Erano i Custodi della Terra Santa, al Servizio di Dio.

Per parlare della Terra Santa dobbiamo riflettere ancora una volta sul Centro. Il Centro Supremo ed i Centri Secondari. Cosa è il Centro? Un punto all'interno del Cerchio dal quale ogni punto della circonferenza è equidistante. Questo Simbolo grafico è un Archetipo. In tutte le religioni e le culture rappresenta il Dio, magari come Simbolo Solare, e l'uomo. Dio è il Centro Supremo da cui si irradiano i Centri Secondari, che sono (gerarchicamente discendendo): la Terra Santa, il Tempio, il Sancta Sanctorum (ove avviene la Shekinah e si palesa Dio), il cuore dell'uomo. Questi Centri Secondari tendono a ricongiungersi al Centro Primordiale e Supremo. È questo il fine ultimo dell'Iniziazione e della Religione, ognuna nel proprio dominio.

Torniamo ai nostri cavalieri con un'immagine. Pensiamo alla Croce Patente dei Templari: una Croce che pare inscritta in un Cerchio. I suoi bracci si incontrano in un Centro o si irradiano da Esso. Il Centro Supremo irraggia la Creazione, con movimento centrifugo ed il Creato tende a ricongiungersi con esso con movimento centripeto. Un continuo emanare e ricongiungere, ritmico, vitale perché ricorda la respirazione e la circolazione, entrambe legate al cuore. Simbolizzato massimamente dal Sacro Cuore di Cristo.

La Terra Santa, con tutto ciò che ne consegue e che sopra abbiamo accennato, non poteva che essere pertanto custodita dai detentori di un'Iniziazione particolare e superiore: l'Iniziazione Cavalleresca. I Templari la custodivano dai profani e dagli insidiosi, ma nel contempo fungevano da tramite tra chi era all'interno dell'ideale cinta muraria della Terra Santa, e chi era al di fuori, fossero essi profani o Iniziati ad altri e diversi misteri. La continuità, dunque, tra la Tradizione Primordiale e quelle Secondarie. Questo ruolo di tramite era assolutamente unico ed era il privilegio del “Dono delle Lingue” cioè essi avevano la capacità di parlare ad ognuno il linguaggio intimo suo proprio, in quanto depositari di un Sapere Superiore Centrale, Unitario e Primordiale, declinabile ed esprimibile secondo le diverse specificità culturali, sociali, spirituali dei vari interlocutori.

Cosa successe la notte di quell'infausto venerdì 13? I Templari vennero sgominati e massacrati in un batter d'occhio. Era possibile che il più eccellente esercito esistente, il più potente e ricco apparato statale sovranazionale venisse cancellato in pochi istanti? E se quello di Jacques (che era un devoto cristiano ed un fedele suddito del Pontefice) fosse stato un consapevole sacrificio, emulo di colui che fu il più insigne emblema di quella dottrina dei Centri che poc'anzi abbiamo tracciato? Gesù il Cristo, Dio, Uomo, Maestro dell'Arte (del Legno), iniziato nei Tre grandi Crismi dell'Iniziazione: quella Regale perché discendente di Davide, quella Sacerdotale perché Maestro e Rabbino, quella Profetica. Il Cristo che si pose come unione tra il Centro del Supremo, cioè l'Altissimo, ed il Centro dell'uomo, ovvero il suo cuore spirituale, mediante il Suo Centro (il Sacro Cuore), nel Centro del Mondo (Gerusalemme).

Egli scelse la morte per la salvezza dell'uomo. Jacques De Molay era un iniziato, profondamente religioso, e sapeva che la realizzazione di un iniziato non poteva che completarsi col ricongiungimento col Centro, e cioè con l'emulazione di Cristo.

Al di là della vanagloria di certi nostri “avi”, che furono desiderosi di ammantarsi di effimere cariche cavalleresche, ciò che più ci deve stimolare deve essere l'emulazione del Gran Maestro, che fu emulo del Cristo, in una operatività massonica che sia veramente e finalmente un perfezionarsi – in una dimensione iniziatica, non spinta da fugaci stimoli psicologici, emotivi, sentimentali - donarsi al prossimo, nell'ottica della massima suprema: fai agli altri ciò che desideri che venga fatto a te.

Tradizioni e danza scozzesi. Il 13 aprile a Pianello Vallesina Tiziano Busca con il Clan Sinclair


martedì 24 luglio 2018

La mensa del cavaliere



La vita dei monaci soldati non era paragonabile né a quella dei nobili, né a quella dei chierici, né a quella dei ricchi borghesi dell’epoca. Anche la dieta era diversa, ma anche essi seguivano una Regola che, in alcuni articoli, descriveva le norme riguardanti l’alimentazione. I digiuni, a causa degli impegni militari, erano meno drastici, ed erano compensati da pasti più abbondanti negli altri giorni..

venerdì 29 giugno 2018

La Calabria dei Templari



In uscita in questi giorni il lavoro di Giovanni Pascale. Si tratta di un volume risultante da ricerche mirate a rintracciare documenti e testi che testimoniano la presenza dei cavalieri templari in Calabria, orientativamente dal 1119 al 1314. Si è cercato di comprendere, forse per la prima volta in una visione di insieme, quale sia lo 'stato dell'arte', documentato o almeno presumibile, nella Regione. Ricerca storiografica e, quando è stato possibile, fonti documentarie dirette.
Il volume inizia con una breve digressione sulla vicenda storica generale della militia. Segue una trattazione dei vari luoghi della Regione ove vi sia testimonianza certa o almeno presumibile della presenza dell'Ordine monastico-cavalleresco o di personaggi o contingenze ad esso legati.

Giovanni Pascale si dedica da molti anni allo studio del neotemplarismo, della simbologia e della storia dell'Ordine del Tempio.

lunedì 30 aprile 2018

Et in Arcadia Ego: l’esegesi segreta tra Accademie e Templari



Et in Arcadia Ego: l’esegesi segreta tra Accademie e Templari.  Si è tenuta nella splendida cornice di Palazzo Bracci, sede dell’Accademia degli Scomposti, la presentazione dell' ultimo libro di Massimo Agostini «Et in Arcadia Ego. I miti dei Popoli del Mare». Grazie ai relatori e al fantastico pubblico, il Convegno ha espresso il fascino di una storia dimenticata, ridonando luce a quello “scrigno della memoria”, sapientemente custodito da nobili animi. Come sempre Egidio Senatore ha saputo donare al pubblico il profumo della conoscenza misterica, legata a “verità” e ipotesi presenti nei lavori di Agostini. Un evento che, grazie agli interventi di Agostino Agostini Venerosi Della Seta e Valentina Radi, ha consentito di vivere le nostre moderne accademie come luoghi della memoria di arcani misteri. Ha portato i saluti dell'amministrazione comunale il Sindaco Massimo Seri.

giovedì 26 aprile 2018

Et in Arcadia Ego: l'esegesi segreta tra Templari e Accademie

Egidio Senatore con Massimo Agostini

Si svolgerà a Fano, Accademia degli Scomposti, Palazzo Bracci, via Garibaldi, 17 il prossimo Sabato 28 aprile 2018 alle ore 18.30, la presentazione dell’ultimo saggio di Massimo Agostini: “Et in Arcadia Ego: i miti dei Popoli del Mare”, Tipheret - editore. Un intreccio storico affascinante sulle tracce di un enigma millenario. Con l'autore ci sarà Egidio Senatore, autore Rai Notte, Agostino Agostini Venerosi della Seta, Accademico dell’Ussero, comproprietario dell’Archivio Agostini Venerosi della Seta e Valentina Radi, architetto, consigliere alla cultura dell’Accademia degli Scomposti..
Gli appunti sconnessi e polverosi, riemersi da un antico archivio di una nobile famiglia toscana, sembrano tessere una sottile trama misterica che, attraverso il mito Templare, conduce il lettore a penetrare le stanze segrete di Accademie e Ordini iniziatici, custodi di un’antica conoscenza sapienza. Una ricerca che pone suggestive ipotesi sull'origine italiana dei Templari.  Il legame di Agostini con il Clan Sinclair, i suoi viaggi in Scozia e nelle isole Orcadi, donano alla ricerca il senso di una conoscenza iniziatica, appartenuta ad antiche nobili famiglie, per essere trasmessa di generazione in generazione.

«(...) Farò di questi rustici la sepoltura tua famosa e celebre. Et da’ Monti Thoscani è da Ligustici verrano pastori (...) Et in Arcadia Ego»..

mercoledì 11 aprile 2018

La vita quotidiana dei Cavalieri Templari

di Michele La Rocca



I Cavalieri del Tempio, punta di diamante dell’orgoglioso braccio armato cristiano fino alla loro indegna fine, rappresentarono l’Ordine più temuto, invidiato ed ammirato del passato. A noi sono giunti attraverso le loro misteriose ed eroiche vicende tali da alimentare le fantasie di milioni di appassionati in tutto il mondo. La realtà si sa, quasi sempre è meno fascinosa del surreale che ammalia la malcelata curiosità degli appassionati anche se in questo caso, misteri a parte, la vita del templari doveva essere davvero più interessante di quella della maggior parte della gente comune. Nulla di strano infatti che un numero elevato di giovani desiderasse prender parte a questa confraternita tanto famosa nel medio-evo.
ll postulante, se dotato di tenacia e buona cultura poteva aspirare a diventare cavaliere e forse anche avere un incarico di comando, sempre che fosse vissuto abbastanza a lungo anche se non era per carriera e notorietà che si entrava nell’Ordine giacché l’anonimato era davvero una regola ferrea da cui prescindevano solo i comandanti in quanto a contatto continuo con le comunità e/o per la fama acquisita in seguito ad una decisione dalle conseguenze poi note. L’apprendistato del postulante cominciava in una commenda a carattere agricolo dove avrebbe svolto le attività previste per portare avanti la produzione delle risorse alimentari del posto. Spesso prudevano le mani a questi ragazzi che molte volte erano i cadetti delle famiglie nobili dove il primogenito aveva preso tutto e loro erano destinati alla Chiesa ma avevano l’azione nel sangue e i templari rappresentavano la massima aspirazione raggiungibile.
Entrando a far parte del Templari si abbandonava tutto, dal cognome ai beni materiali cui si doveva far dono all’Ordine e ci si chiamava per nome usando l’appellativo “Fratello”. Molti candidati durante e dopo la prima crociata appartenevano a famiglie nobili cadute in disgrazia a causa della guerra, famiglie costrette a vendere molti dei loro beni a prezzo svantaggioso per armarsi o armare soldati da far partire per la Terrasanta da cui non molti facevano ritorno. Molte richieste arrivavano da sopravvissuti ormai con il solo equipaggiamento da guerra anche perché a volte non avevano più neppure una casa dove tornare. Altri, come spesso accade per le congreghe di prestigio erano ricchi nobili che pur sapendo della regola dell’anonimato, erano desiderosi di vedere il loro nome immortalato in eroiche gesta, calati nella bianca tunica con la rossa croce sul petto in nome del dio cristiano; Infine uomini che con l’ingresso nell’Ordine sarebbero scampati alla forca o alla prigione, questi ultimi ovviamente venivano reclutati in tempo di massima allerta o durante le battaglie, che le probabilità di morte erano sovente più alte di altra più fortunata sorte. Il reclutamento avveniva ponendo al postulante semplici domande alle quali egli doveva rispondere con sincerità e le richieste erano tutte relative alla difesa della cristianità a cui si doveva rispondere con solenni promesse, poi la formula dell’accoglimento ed infine il cappellano della commenda avrebbe benedetto la cappa bianca con la croce rossa ricamata ed il cordiglio con cui cinger la vita. La testa rasata e la crescita della barba avrebbero terminato l’aspetto che ci si aspettava da un monaco-guerriero. Tutto ciò però non sarebbe bastato a fare del giovane neofita un vero cavaliere che da monaco agricoltore doveva far gavetta prima di indossare un bianco mantello brandendo la spada a cavallo. Se non fosse morto prima…
Ma come era strutturato l’Ordine del tempio? In primo luogo teniamo presente che non tutti combattevano e secondo lo schema delle tre funzioni alcuni sarebbero divenuti monaci e così sarebbero rimasti avita, sì che i fratelli non sarebbero dovuti ricorrere per le funzioni religiose all’ausilio del clero esterno all’Ordine.
Per fare un po’ di chiarezza bisogna spiegare innanzitutto che i cavalieri veri e proprio costituivano una parte non certo consistente dell’organigramma capeggiato dal gran maestro, che era costituito dai cavalieri appunto, i quali  erano seguiti in battaglia dai più numerosi fratelli sergenti, dai fratelli scudieri con abbigliamento nero o marrone e dai  cappellani con saio e mantello nero e guanti bianchi. Infine i fratelli di mestiere, specializzati i tutti i rami delle scienze conosciute. Per le battaglie più consistenti i templari assoldavano i “Turcopoli” mercenari a cavallo con equipaggiamento leggero assoldati tra gli indigeni del posto e spesso trattenuti per un periodo di “ferma volontaria” purché prendessero anch’essi i voti. Sempre al seguito con carri e totalmente itineranti i fabbri per le armi chiamati zingari.  In tutto questo contesto occorre precisare che quindi il numero dei “Cavalieri del tempio” quelli con il mantello bianco per intenderci era piuttosto ridotto, non arrivò mai, sembra, alle 400 unità. A proposito di mantello,non si pensi che i cavalieri del tempio non avessero delle regole ben precise sul modo di abbigliarsi; Ogni regola monastica deve descrivere con dovizia di dettagli l’abito del monaco e la regola del tempio era davvero particolareggiata in questo. Intanto l’abito doveva essere comodo ed indossato senza aiuti in segno di umiltà ma anche di velocità e praticità soprattutto considerando che nelle roccaforti della Terrasanta lo stato di allerta era perenne. Come appena scritto il mantello bianco era riservato ai soli cavalieri in virtù del fatto che solo coloro che abbandonando la via delle tenebre riconciliandosi con Dio avevano diritto di vestirsi del colore della purezza, mentre i sergenti portavano un mantello grigio scuro. Per tutti pantaloni di stoffa e camicia di lana senza “fronzoli” e mal rifinite che non era dato ai cavalieri di Cristo di fregiarsi di “abbellimenti”, solo visto il caldo del posto quando erano di stanza in terra santa dalla Pasqua al I novembre era concesso portare sotto il mantello, una camicia di lino. Per le battaglie con qualche differenza tra Cavalieri e Sergenti o Turcopoli erano previste delle protezioni per il corpo in maglie di ferro mentre l’elmo dei cavalieri cambiò nel corso degli anni fino a divenire un casco cilindrico munito di fori anteriori per la respirazione. Tutti dovevano inoltre, tagliare capelli e barba in maniera tale da risultare regolari e decenti. Anche in “libertà” e quindi quando erano nei conventi i Cavalieri potevano indossare qualunque capo purché fosse bianco e per l’abito da rappresentanza ad uso civile in luogo del mantello vestivano una “cappa” rotonda rigorosamente bianca con cappuccio e lunga fino ai piedi. Il corredo comprendeva inoltre biancheria intima, calze, coperta leggera, pesante ed una tenda da campo per le battaglie Anche per la tavola era prevista una biancheria composta da tovaglioli, asciugamani oltre ovviamente ad una serie di stoviglie che potevano essere affidate ad uno scudiero. E per il cibo? Per parlare di questo bisogna fare innanzitutto alcune considerazioni riguardo a ciò che era reperibile al tempo in cui vissero: I Cavalieri Templari contribuirono non poco alla diffusione in larga scala del cibo simbolo della ritualità cristiana “Pane e Vino” (sangue e corpo di Cristo) ed accanto ad ogni chiesa, monastero, cattedrale costruite ma anche agli uffici postali si piantavano nel limite del possibile il grano, le viti, gli ulivi ed i frutti degli orti perché la loro regola imponeva loro di mantenersi con quello che producevano. Tutto ciò non fu difficile perché con la caduta dell’Impero Romano, erano ormai moltissime le aree divenute incolte e sfruttabili per chi sapeva coglierne l’opportunità. Dal nord difeso dai Cavalieri Teutonici essi appresero ad allevare il pesce in apposite vasche che a loro volta approntarono nelle loro zone di competenza ed insegnarono a costruire soprattutto nel sud dell’Europa fondendo così questi sistemi di sfruttamento del territorio che sono stati portati avanti fino alla odierna globalizzazione. Ovviamente il pesce era in poca parte di mare, importato quasi esclusivamente dai templari dall’oriente ed il resto essendo la rete commerciale marittima dedicata per lo più allo scambio dei prodotti non deperibili era prevalentemente di fiume per cui si allevavano carpe, Lucci, Storioni, Anguille ecc.. Accanto a questi prodotti i cereali come orzo, avena, miglio e segale e i legumi come ceci, piselli,  lenticchie e fagioli i Cavalieri del Tempio importarono anche le melanzane e gli spinaci presi in medio oriente. In tutto il nord Europa crebbe l’allevamento dei suini mentre nel sud, e qui l’Italia era già tagliata in due, quello degli ovini legato anche alla produzione dei latticini e a quello della lana. L’apporto di carne quindi diffuso in tutte le classi sociali fu davvero sostanziale e tra gli allevamenti di cui facevano parte anche gli animali da cortile come polli, oche e anatre la caccia ebbe un ruolo di fondamentale importanza essendo giuridicamente aperta a tutti.   In ogni  territorio v’era abbondanza di lepri, fagiani e quaglie e fatta eccezione per il sud Italia e paesi di egual latitudine, i cervi, caprioli e cinghiali che costituirono la primaria fonte di approvvigionamento fornita dal popolo venatorio.
Dopo tutto, essere Cavalieri del tempio doveva portare pur qualche privilegio e non solo privazioni e far parte dei “Mantelli Bianchi” era considerato un grande onore che ad alcuni di loro di sicuro recò un po’ di alterigia da senso di appartenenza. In effetti negli ultimi anni di stanza in terra santa il loro motto cambiò nel finale e non fu più “nomini tuo da gloriam – per la gloria del tuo nome  Signore” ma  “per la gloria dell’Ordine”, tuttavia nel complesso non vennero mai meno al loro senso del dovere fino a spingersi all’estremo sacrificio  trasformandosi nella più temibile e perfetta macchina da guerra conosciuta nelle crociate. Quell’avventura secolare ove svettarono per coraggio e spirito di sacrificio questi ordini cavallereschi della Chiesa Cristiana, teatro di guerra orientale divenuta tragedia di immani proporzioni fu anche l’ultima grande avventura occidentale combattuta con la spada prima che le ragioni ed i torti venissero decisi a cannonate.

martedì 23 gennaio 2018

Clan Sinclair, l'intervista a Tiziano Busca



Il legame di un’associazione tutta italiana con una famiglia scozzese, quella dei Sinclair. Il racconto della sua affascinante storia tra templarismo e kilt. Su Genius People Magazine l'intervista al presidente, Tiziano Busca.

Leggila qui.

lunedì 2 ottobre 2017

La Cavalleria Sacra. Le conclusioni di Tiziano Busca

Tiziano Busca

Si è svolto a Sesto al Reghena il convegno organizzato dal Clan Sinclair dedicato alla Cavalleria Sacra. Sono intervenuti tra gli altri Massimo Agostini, che ha presentato il suo ultimo libro, Et in arcadia Ego (Tipheret edizioni) e Domenico Fragata. Le conclusioni sono state affidata al presidente Tiziano Busca. «Nel nostro mondo c'è il mito, la Tradizione, tanti momenti che ci appartengono e non conosciamo. Per questo sono importanti lavori di condivisione, quello che abbiamo fatto in questi anni. Convegni, libri. Per farci conoscere. Perché la Cavalleria? Perché questo senso di ricerca di valori che nascono in uno spazio piccolo... L'uomo non è l'eternità ma i suoi valori passano nel tempo, negli anni, nei secoli. E ancora oggi noi tentiamo di leggere come valori forme di espressione che ci appartengono. Noi non vogliamo insegnare niente a nessuno, ma vogliamo riflettere. Nel simbolo si nasconde una storia più profonda, più ricca, dell'apparenza. Il cavaliere non è del mondo delle fiabe, ma del mondo più autentico di cui facciamo parte».

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Massimo Agostini

lunedì 25 settembre 2017

I cavalieri di san Giovanni

di Jacopo Mordenti


L'assedio di Gerusalemme


Nato per assistere i pellegrini in Terrasanta, l'Ordine monastico–militare dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme ha attraversato, non senza profondi mutamenti, oltre nove secoli di storia.

È il 26 giugno 1522. Nelle acque di Rodi sopraggiunge una flotta di proporzioni epiche: i resoconti più iperbolici parlano di oltre 150 imbarcazioni che si apprestano a sbarcare un esercito di 200 mila uomini. Arroccati al riparo delle fortificazioni della città, appena 2 mila soldati si preparano a sostenere un assedio che si prospetta evidentemente impari. Ad attaccare in massa l'isola delle rose sono gli ottomani di Solimano il Magnifico, deciso a fare dell'Egeo un mare turco; a difenderla, prima ancora di mercenari e soldati rodioti, sono poche centinaia di cavalieri dell'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme.


L'origine dell'Ospedale

Per individuare la complessa origine dell’Ordine è necessario abbandonare la Rodi del primo Cinquecento e rifarsi piuttosto alla Gerusalemme dell’XI secolo, qualche buon decennio prima che essa venga espugnata dall'esercito cristiano nell'ambito della cosiddetta prima crociata (1095 – 1099). È infatti intorno alla metà del secolo che alcuni esponenti della comunità mercantile amalfitana, ben radicata in città, creano un primo ospedale nei pressi del Santo Sepolcro, avviando più o meno contestualmente lo sviluppo di quello che sarebbe diventato il complesso di Santa Maria Latina. Affidato a una comunità di monaci cluniacensi, di lì a qualche anno tale complesso viene a sua volta dotato di un ospedale – il secondo – la cui gestione finisce per essere delegata a una comunità di laici devoti guidati da un uomo di probabili origini amalfitane, Gerardo detto l'Ospedaliero; la struttura – è opportuno notarlo – ospita una cappella intitolata a San Giovanni Elemosiniere.
Il quadro viene scompaginato dalla conquista di Gerusalemme ad opera dei crociati, nel 1099: in un momento imprecisato fra questo frangente e il 1113 – allorquando papa Pasquale II, con la bolla Pie Postulatio Voluntatis, rende l'Ospedale un Ordine internazionale e lo pone sotto la propria protezione – Gerardo istituisce un nuovo ospedale – il terzo – e acquisisce la vicina chiesa intitolata a San Giovanni Battista. Sono anni di profonde trasformazioni per la sua comunità, che rompe con i cluniacensi di Santa Maria Latina per avvicinarsi piuttosto ai canonici secolari del Santo Sepolcro. La regola monastica benedettina, impiegata dalla comunità per scandire la propria quotidianità, viene sostituita da quella agostiniana; allo stesso tempo, non senza una certa lungimiranza, al patrocinio di San Giovanni Elemosiniere si preferisce quello ben più prestigioso di San Giovanni Battista. L'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni può dirsi nato.
O forse no, non del tutto: pure istituzionalizzato, in origine l'Ospedale risulta privo di quell'esplicito carattere militare per il quale passerà alla storia. Nei suoi primi anni di vita l'Ordine deve limitarsi ad assistere – e al più, forse, a scortare – i pellegrini che giungono via via più numerosi a Gerusalemme; la sua militarizzazione avviene a conti fatti solo qualche decennio dopo, probabilmente sulla scia di quel Concilio di Troyes del 1129 che segna l'incipit della fortuna di un altro Ordine monastico–militare, quello dei templari. È vero che già fra il 1128 e il 1142 l'Ospedale entra in possesso di tre presidi strategici quali i castelli di Qalansawe, di Bethgibelin e del Krak, così come è vero che fra il 1164 e il 1169 partecipa alle campagne egiziane del re di Gerusalemme Amalrico I (1136 – 1174); ciò non toglie, tuttavia, come per trovare esplicitamente attestati cavalieri e sergenti ospedalieri sia necessario rifarsi agli statuti compilati nel 1182 durante il magistero di Roger des Moulins, mentre per una prima descrizione delle strutture militari sia necessario attendere gli statuti di Margat del 1203 – 1206.
A ogni modo, complici le cospicue donazioni liquide, immobiliari e fondiarie da parte di istituzioni secolari quanto di singole persone delle più diverse estrazioni, nel corso del XII secolo l’Ospedale cresce in numero di membri, in ricchezza, in potere, tanto nell’Oriente Latino quanto in Occidente. Monaci e – alla lunga – cavalieri, gli ospedalieri impiegano la ricchezza generata dai propri possedimenti europei per sostenere il proprio puntuale impegno assistenziale e militare in Terrasanta e, di lì a breve, lungo il fronte della Reconquista spagnola. Protagonisti indiscussi delle travagliate vicende che, fra XII e XIII secolo, vedono sgretolarsi uno dopo l’altro i cosiddetti Stati Crociati, i cavalieri dell’Ospedale prendono parte a tutte le principali battaglie e campagne che insanguinano la Terrasanta. L’ultima, drammatica battaglia del frangente è quella di Acri del 1291: la perdita della città – dove l’Ordine aveva trasferito il proprio quartier generale fin da quando Saladino aveva espugnato Gerusalemme nel 1187 – segna la fine di fatto dell’Oriente Latino, e vede l’Ospedale riparare a Cipro.


La Rodi giovannita

Privato dei suoi possedimenti in Terrasanta e a corto di uomini, a cavallo fra Due e Trecento l’Ordine vive una stagione cruciale. Naufragati i tentativi di muovere subito, su larga scala, contro l’Egitto o la Siria, nei primi anni del loro soggiorno a Limassol gli ospedalieri impiegano le proprie galere per difendere Cipro e la Piccola Armenia, così come per colpire occasionalmente le coste nemiche. È l’elezione a maestro di Foulques di Villaret, nel 1305, a segnare una svolta: convinto sostenitore dell’opportunità di un passaggio particolare - vale a dire di una campagna militare di portata ridotta, ma funzionale a creare nel breve termine le condizioni logistiche per una nuova crociata, o passaggio generale - Villaret intravede nell’isola di Rodi la possibile soluzione ai problemi che l’Ordine si trova ad affrontare tanto all’esterno quanto all’interno di esso.
Siglato un accordo di spartizione con il pirata genovese Vignolo di Vignolo, gli ospedalieri avviano la conquista di Rodi e del Dodecaneso nel 1306. L’operazione si rivela dispendiosa e richiede non meno di quattro anni, e tuttavia è lungimirante: quello che l’Ordine ha modo di realizzare sull’isola è un principato ecclesiastico indipendente. Uno storiografo contemporaneo come il Templare di Tiro è lucidissimo in merito salto di qualità operato nel frangente dagli ospedalieri, i quali vivono in questo luogo in grande libertà e franchezza e in loro autonoma signoria, senza essere soggetti ad altra signoria.
È in effetti opportuno notare come questi siano gli stessi anni in cui si consumano i processi ai templari, e in cui - più in generale - gli ordini monastico-militari perdono parte della benevolenza che l’Occidente aveva in passato riservato loro. Non è un caso che lo stesso Clemente V - il primo, in questo senso, di una serie di pontefici - avvii di lì a breve delle inchieste sulle rendite e sulla condotta dell’Ordine.
Ordine che, peraltro, anche al suo interno è percorso da intense fibrillazioni. La comunità dei fratelli, sempre più nitidamente articolata nelle diverse nazionalità dei propri membri - le cosiddette lingue: inizialmente cinque, a lungo sette, infine otto - arriva a contestare l’autoritarismo di Villaret, che nel 1319 è costretto alle dimissioni e sostituito da Hèlion de Villeneuve.
La scelta di Rodi, beninteso, non è in discussione: collocata sull’asse commerciale fra Mar Nero ed’Egitto, fra Tre e Quattrocento l’isola è oggetto da parte dell’Ospedale di interventi di ampia portata. In termini urbanistici la città viene fortificata e distinta in Borgo e Collachion: il primo è destinato agli isolani e ai commercianti latini e ebrei, il secondo è riservato agli ospedalieri. Fin da subito è inoltre attuata un’efficace politica di ripopolamento dell’isola.
Forte di un’autonoma base operativa, l’Ospedale persevera indefessamente nel muovere guerra all’infedele, guerra che pure non ha più i connotati di una crociata di largo respiro, ma piuttosto quelli di una guerriglia navale atta a sfiancare vecchi e nuovi nemici musulmani: i già ricordati mamelucchi d’Egitto da una parte, i beilicati turchi della costa anatolica dall’altra.
Non stupisce come gli ospedalieri si trovino alla bisogna a operare in squadra: ad esempio nel 1344 risultano fra gli alfieri della lega navale che conquista il porto di Smirne, prontamente affidato all’Ordine. Stupisce ancora meno come la vittoria non arrida sempre loro: nel 1378 lo stesso maestro giovannita, Juan Fernàndez de Heredia, viene catturato nel corso di un attacco ad Arta, nell’Epiro; al di là del pagamento di un ingente riscatto, l’Ordine decide di rinunciare a quella strategia di presidio in Grecia che appena un anno prima lo aveva indotto a affittare per cinque anni, da Giovanna di Napoli, il principato di Acaia.
È la vicenda di Tamerlano, fra Tre e Quattrocento, a rappresentare per certi versi una nuova cesura. Sconfitti dai mongoli a Smirne, nel 1402, i fratelli allestiscono una nuova testa di ponte in Anatolia sul sito dell’antica Alicarnasso, dove costruiscono il castello di San Pietro, l’odierna Bodrum; soprattutto, guadagnano nei fatti una lunga tregua con la potenza ottomana, che impiegherà decenni per tornare a farsi minacciosa. Al contempo gli ospedalieri siglano con i mamelucchi d’Egitto una pace che consente loro, a partire dal 1403, di godere di una propria rappresentanza a Damietta, a Ramla, a Gerusalemme: l’intesa si romperà solo oltre vent’anni più tardi, quando i mamelucchi tenteranno inutilmente di invadere Cipro nel 1426, poi la stessa Rodi nel 1440.
Conquistata Costantinopoli nel 1453, gli ottomani di Mehmed II premono su Rodi, chiedendo all’Ordine di sottomettersi e accordare un tributo. L’Ordine rifiuta: saccheggiata fra il 1455 e il 1456, l’isola vive una stagione drammatica che nel dicembre del 1479 culmina in un primo assedio della città. Complici le ingenti perdite subite e la resistenza dei fratelli, gli ottomani si ritirano nell’agosto del 1480; Rodi, gravemente danneggiata, è ulteriormente provata l’anno successivo da un violento terremoto, e quindi ricostruita.
Alla morte di Mehmed nel 1481 si scatena una lotta per il potere tra i suoi figli, Bajazet e Djem: la pressione turca sull’Ospedale - che arriva a trattenere in custodia lo sconfitto Djem - ne risulta allentata. L’equilibrio raggiunto nei fatti viene tuttavia meno a causa del supporto militare che l’Ordine, su indicazione di papa Alessandro VI, si trova a dover dare a Venezia, che entra in conflitto con gli ottomani tra il 1501 e il 1503. All’orizzonte si direbbe profilarsi una nuova stagione all’insegna della mezzaluna: tra il 1516 e il 1517 la Sublime Porta ha la meglio sui persiani safavidi e sui mamelucchi, mentre quattro anni più tardi espugna Belgrado. Rodi è più che mai isolata.
Si arriva al 26 giugno 1522. Salito al potere alla morte del padre Bajazet II, due anni prima, il nuovo sultano ottomano, Solimano, sferra un violento attacco contro l’Ordine.
Avvicinandosi da nord-est, i turchi rimangono impressionati dalle difese di Rodi: la città, circondata da una doppia cerchia di mura, sul versante marittimo dispone di bastioni a picco sul mare, mentre su quello terrestre può contare su un profondo fossato. Il porto è difeso da tre torri; le bocche da fuoco sono ovunque. Philippe de Villiers de l’Isle-Adam, il maestro dell’Ordine, pur con poche migliaia di soldati a disposizione riesce ad approntare una difesa eccezionale, in grado di respingere i ripetuti attacchi degli ottomani e tenere testa al bombardamento della loro artiglieria.
Ancora in stallo sotto le mura di Rodi, a fine agosto l’esercito ottomano viene raggiunto dal sultano in persona. Gli attacchi riprendono con maggiore intensità, ma inutilmente: Solimano conta decine di migliaia di morti. È ottobre quando i nervi del fronte giovannita cominciano a cedere: un servo del Cancelliere André d’Amaral, notoriamente ostile a l’Isle-Adam, viene catturato con un dispaccio segreto che invita i turchi a rinnovare l’attacco. Un processo sommario porta il Cancelliere ad essere giustiziato, ma è pacifico come la cosa non risolva alcunché.
Il 17 dicembre viene sferrato l’attacco che spezza definitivamente la resistenza dell’Ordine: è la milizia rodiota a chiedere al maestro trattare la resa. Solimano accetta le condizioni di l’Isle-Adam: la città e la popolazione saranno risparmiate, le chiese non saranno abbattute, ai fratelli verrà concesso l’onore delle armi e il diritto di portare con loro quanto possiedono; i rodioti che lo vorranno potranno salpare con loro.




L’Ordine a Malta

Il 2 gennaio 1523, seguito da alcune migliaia di rodioti, l’Ordine lascia l’isola alla volta di Creta, disponendo contestualmente lo smantellamento delle guarnigioni presso il castello di San Pietro e l’isola di Langò. Da Creta gli ospedalieri raggiungono Messina, quindi Civitavecchia; l’anno successivo papa Clemente VII concede loro l’usufrutto di Viterbo. Si tratta di una sistemazione transitoria, giacché – complice la peste e il sacco di Roma del 1527 – si ritiene opportuno individuare una nuova sede per il Convento, trasferito in via ancora una volta provvisoria a Nizza. Fra le numerose ipotesi vagliate – fra cui, in Italia, l’Isola d’Elba, Ponza, Ischia – l’unica percorribile risulta essere quella di Malta, in merito alla quale già nel 1523 erano state avviate delle trattative con Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna. Al di fuori delle principali rotte mediterranee, l’isola non è particolarmente ben vista dai fratelli: un’ispezione preliminare ne denuncia l’aridità e la scarsa difendibilità; se si aggiungono alcune condizioni avanzate da Carlo V – su tutte quella, poi caduta, che avrebbe voluto il giuramento di fedeltà dell’Ordine alla corona spagnola – si capisce bene come le trattative si trascinino fino al 1530, allorquando con la bolla di Carlo V del 24 marzo l’Ospedale riceve in feudo perpetuo, nobile e franco l’isola di Malta, l’isola di Gozo e il castello di Tripoli.
I giovanniti prendono possesso di quanto accordato nell’autunno dello stesso anno; a Malta, stante l’inadeguatezza dell’unica città dell’isola, Mdina, collocano il Convento sulla costa nord–orientale, presso il Forte Sant’Angelo. Le incursioni sul mare riprendono speditamente: la guerra di corsa, del resto, aiuta a rimpinguare l’esausto Tesoro dell’Ordine. Beninteso gli sforzi dei fratelli a Malta non si esauriscono in questo: nei venti anni successivi le imbarcazioni giovannite ingrossano le flotte di quelle composite leghe cristiane che, con alterni risultati, si susseguono nel tentativo di arginare la potenza turca nel Mediterraneo. Esposte alla controffensiva ottomana, le guarnigioni dell’Ordine sono peraltro occasionalmente sopraffatte: nel 1551 quella dell’infelice avamposto di Tripoli si trova costretta a negoziare la resa.
Nei primi anni Sessanta, mentre le imbarcazioni giovannite battono le acque dell’Egeo e del Nord Africa, la pressione ottomana su Malta si fa palpabile: il maestro dell’Ordine Jean de La Vallette, un veterano dell’assedio di Rodi, nell’impossibilità di trasferire il Convento altrove predispone quanto necessario per affrontare un attacco che sospetta prossimo. Il sospetto è fondato: Solimano scaglia la propria armata contro Malta nel maggio del 1565, impegnandola in un oneroso assedio di quattro mesi che si rivelerà inconcludente. Le poche migliaia di soldati di La Vallette – fra cui meno di cinquecento fratelli dell’Ordine – riescono nell’intento di sfiancare le quasi quarantamila unità del sultano, fino a che i turchi superstiti non si vedono costretti, in settembre, a tornare a fare vela verso Costantinopoli.
All’indomani dell’assedio La Vallette concepisce la costruzione di una città fortificata sulla penisola maltese di Sciberras: ne nascerà la città nota oggi, non a caso, come La Valletta. Il maestro pone la prima pietra nel 1566, ma lo sviluppo della città – finanziato con i proventi della guerra di corsa, tanto più all’indomani della Riforma luterana e dello scisma anglicano che tolgono all’Ordine importanti capitoli di entrata – potrà dirsi concluso solo un secolo dopo. Una politica urbanistica di tali proporzioni non preclude però ai fratelli il proseguimento del proprio impegno militare contro i turchi, tanto più nell’ambito di nuove leghe: fra Cinque e Seicento i legni giovanniti si distinguono nella battaglia di Lepanto (1571) e in quella dei Dardanelli (1656), nonché nelle numerose operazioni navali che portano la controffensiva cristiana scaturita dalla battaglia di Vienna (1683) a conseguire la definitiva sconfitta turca con la battaglia di Zenta (1697).
Coinvolto nella Rivoluzione – durante la quale sostiene la monarchia e i moti controrivoluzionari – sullo scorcio del Settecento l’Ordine viene privato dalle nazionalizzazioni francesi di ulteriori, importanti introiti, finendo in breve per indebitarsi considerevolmente. Nella primavera del 1798, lungo il viaggio che lo porterà in Egitto, il generale Bonaparte occupa Malta: il 12 giugno, dopo aver offerto una resistenza approssimativa, il maestro Ferdinand von Hompesch zu Bolheim firma la capitolazione, a cui fa seguito la confisca dei beni dell’Ordine e l’espulsione dall’isola dei fratelli.
Malta non verrà più recuperata: strappata dalla Royal Navy ai francesi, ne verrà sancito il possesso inglese con il Trattato di Parigi del 1814. L’Ordine troverà asilo a Roma: esiste a tutt’oggi – stante la conversione ad attività assistenziali e umanitarie – quale entità sovrana, con il nome di Sovrano Militare Ordine di Malta.


I membri dell’Ospedale

L’Ordine, nel quale – previo pronunciamento dei voti di povertà, castità e obbedienza – si accettavano perlopiù uomini adulti, già addestrati e equipaggiati, si articolava in cavalieri e sergenti: a partire dal secondo Duecento fu sempre più l’estrazione sociale dei postulanti – che tendevano a provenire non dalla alta, bensì dalla media e bassa aristocrazia, soprattutto francese – a qualificare tale distinzione. Dotato di propri cappellani, all’esterno l’Ospedale si serviva tanto di mercenari – come turcopoli, balestrieri, ecc. ecc. – quanto di burocrati e inservienti, il tutto senza ovviamente prescindere dal possesso di schiavi. Un’attenzione particolare era rivolta all’ingaggio di medici, chirurghi, salassatori: del resto, nell’ambito della cerimonia di consegna dell’abito dell’Ordine, il postulante doveva dichiararsi “servo e schiavo dei signori malati”.


La gerarchia dell’Ospedale

Al vertice dell’Ordine si trovava il Maestro, eletto da un collegio elettorale i cui meccanismi di formazione cambiarono più volte nel tempo. La discrezionalità del Maestro era ampia, ma incontrava un limite negli usi della comunità dei fratelli, il cosiddetto Convento: questo trovava rappresentanza nel Capitolo, un consesso che – pure di composizione varia e periodicità irregolare – si pronunciava in fatto di politica, guerra, legislazione interna; mossero ad esempio da esso quegli Statuti che, combinati alla Regola e alle usanze, fin dal XII secolo costituirono il regolamento fattuale dell’Ordine. Al di sotto del Maestro vanno ricordati fra gli altri il Commendatore, con compiti amministrativi, e il Maresciallo, con compiti militari: a quest’ultimo era peraltro subordinato fra l’Ammiraglio, una delle ultime cariche ad essere istituite: è attestata per la prima volta nel 1299.





I colori dell'Ospedale

Così come gli altri ordini monastico–militari, anche l'Ospedale ha con il tempo messo a punto per il proprio vestiario – che si pretendeva sobrio – alcune specifiche combinazioni di colori e simboli, così da permettere ai suoi membri di distinguersi sia nella quotidianità sia – soprattutto – nel campo di battaglia. Inizialmente quelle degli ospedalieri erano delle vesti monastiche nere che, in battaglia, venivano indossate sopra l'armatura: le lamentele sulle difficoltà di movimento indotte da tale prassi vennero accolte dal papato solo nel 1248, allorquando Innocenzo IV consentì all'Ordine di adottare alla bisogna delle “ampie sopravvesti, recanti sul petto il simbolo della croce”; tale croce, di colore bianco, già da qualche buon decennio doveva peraltro aver assunto la tipica forma a otto punte richiamante le otto beatitudini del Vangelo.
È pacifico come tale vestiario andò evolvendosi sia nella forma che nel colore. Nella seconda metà del Duecento, ad esempio, l'abito da battaglia dell'Ospedale – che a differenza di altri ordini non distingueva fra cavalieri e sergenti – mantenne la croce bianca ma sostituì al nero il rosso. E ancora: fra Tre e Quattrocento l'abito quotidiano vide la veste nera accorciarsi progressivamente fino a non raggiungere le ginocchia, senza peraltro disdegnare qualche dettaglio pregiato.


Il patrimonio del Tempio

Non c’è alcuna ragione di ritenere che l’Ospedale abbia avuto un qualche ruolo nei processi per eresia che nel 1312 portarono alla soppressione del Tempio. Pure occasionalmente in disaccordo in ambito politico, i due ordini condividevano il medesimo sforzo: non è un caso se, in ragione di una percezione spesso distorta delle loro responsabilità in Terrasanta, l’Occidente del tardo Duecento abbia più volte vagheggiato di fondere ospedalieri e templari in un unico ordine. Se è vero che, con la bolla Ad Providam Christi Vicarii del 1312, l’ingente patrimonio del Tempio viene assegnato all’Ospedale, è anche vero che quest’ultimo impiegherà decenni, e cifre da capogiro, per prenderne pieno possesso. Esemplare in questo senso il caso della Francia, dove il solo Filippo il Bello pretenderà 200 mila lire tornesi quali spese di gestione, nonché quello della Scozia, dove il recupero dei beni si trascinerà fino al 1354.


La decollazione di san Giovanni Battista del Caravaggio alla concattedrale di Malta


Caravaggio a Malta

Fra le personalità storicamente più note prossime all'Ordine di Malta va probabilmente ricordata quella di Michelangelo Merisi (1571 – 1610), indicato più frequentemente come Caravaggio. Questi, ricercato in Italia con l'accusa di omicidio, nel 1607 ripara a Malta, accolto dal gran maestro dell'Ordine Alof de Wignacourt. In virtù della protezione accordatagli – nell'ambito della quale, un anno più tardi, viene insignito del titolo di cavaliere di grazia, che non prevede origini nobili e professione dei voti – Caravaggio impiega il suo soggiorno maltese per realizzare alcune delle sue più grandi opere, come il San Gerolamo e la Decollazione di San Giovanni Battista, oltre che un ritratto dello stesso Wignacourt. Di lì a breve, tuttavia, rimane coinvolto in uno scontro con un altro cavaliere dell’Ordine, che ferisce gravemente: viene allora privato dell’abito e tradotto in carcere. La sua evasione, sullo scorcio del 1608, è romanzesca: Caravaggio viene probabilmente aiutato a fuggire dagli uomini dello stesso maestro – che pubblicamente non può accordargli il perdono – e condotto segretamente a Siracusa; da lì proseguirà per Messina, Palermo e infine Porto Ercole, dove la sua travagliata vicenda troverà una drammatica conclusione.


Cronologia

1113. Papa Pasquale II emana la bolla Pie Postulatio Voluntatis, che formalizza l’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme.

1306–1310. Perduta la Terrasanta, dopo una breve parentesi cipriota l’Ordine conquista l’isola di Rodi, dove crea un principato ecclesiastico indipendente.

1522. Dopo un assedio durato mesi, l’Ordine si vede costretto a trattare la resa con gli ottomani di Solimano il Magnifico, e lascia Rodi.

1565. Insediatosi a Malta nel 1530, l’Ordine deve affrontare un nuovo assedio ottomano: dalla vittoria dei fratelli nascerà La Valletta.

1798. Sullo scorcio della Rivoluzione Francese il generale Bonaparte, diretto in Egitto, conquista Malta e esilia l’Ordine.


La marina giovannita

Pure contenuta per numero di legni, la flotta di cui dispose l’Ospedale fra medioevo e età moderna si distinse per efficacia e innovazione. A partire dal Quattrocento, peraltro, non fu infrequente che un fratello venisse autorizzato dal maestro ad armare o rifornire un’imbarcazione a proprie spese.

La più piccola imbarcazione giovannita era la galeotta, eccellente per le razzie. La galera era più grande, ma pur sempre rapida: temibile negli scontri, tanto più quando lavorava in squadra, fu a lungo l’imbarcazione preferita dall’Ordine. La caracca era imponente: veniva perlopiù impiegata in appoggio a due o più galere. Il vascello di grande tonnellaggio venne adottato solo nel primo Settecento, per fronteggiare in squadra le flotte piratesche dell’Africa settentrionale.

Fra le imbarcazioni giovannite spicca la Sant’Anna, una caracca eccezionale messa in cantiere a Nizza nel 1522 e varata due anni più tardi. Dotata della prima chiglia rivestita in piombo nota in Europa, disponeva di un dislocamento di 3 mila tonnellate, quattro alberi, due ponti di cannoni, 50 bocche da fuoco grandi più numerose altre più piccole, un’armeria per 600 fra cavalieri e soldati, ecc. ecc. Disarmata già nel 1540 a causa dei proibitivi costi di manutenzione, venne demolita nel 1548.

In termini militari era il castello di prua a rappresentare il fulcro della difesa e dell’attacco di una galera. In linea con il pragmatismo dell’Ordine – relativamente precoce nel dotarsi di armi da fuoco, attestate già sullo scorcio del Trecento – le galere vennero quanto prima dotate di cannoni. I mangani occasionalmente attestati a bordo venivano soltanto trasportati per essere impiegati a terra: l’immagine del lancio di pietre nel corso di una battaglia navale è probabilmente da rigettare.

Gli equipaggi delle galere dell’ordine erano costituiti da marinai della più diversa provenienza: assodato come alla fine del Quattrocento due terzi dei vogatori fossero schiavi, va notato come fra i volontari – i cosiddetti buonavoglia – ci fossero molti maltesi già prima che l’ordine si trasferisse sull’isola. Si può ipotizzare come, in funzione militare, una galera giovannita potesse ospitare a bordo fra i 40 e i 60 armati.

Agli ordini dell’Ammiraglio la gerarchia dell’Ordine poneva il Luogotenente e, per il comando operativo delle unità in navigazione, il Capitano delle Galere (poi Capitano Generale delle Galere o semplicemente Generale). Ancora nel Settecento la marina giovannita era considerata fra le migliori d’Europa: non è un caso che non meno di 65 fratelli figurino fra gli ufficiali superiori della flotta francese pre–rivoluzionaria.

Questo articolo è tratto da Storica National Geographic n. 96 del febbraio 2017, e appare qui per gentile concessione dell’editore e dell’autore.