martedì 31 marzo 2020

Portatori di fuoco

di Carlo de Giacomo



Il termine fratello (frater) ha sempre suscitato in me una ridda di sollecitazioni e riflessioni che mi è sembrato di qualche utilità attirarne, in questo particolare momento del nostro “cammino”, l’attenzione dei Fratelli.
Superando indagini di carattere meramente semantico, penso che tale tematica possa suscitare, ben al di là di ogni mero soddisfacimento erudito, qualche riflessione di carattere esoterico, ed exoterico.
Appare evidente che il nome “fratello” in diversi idiomi, anche molto antichi, ha teso ad allargare la sua valenza, designando non solo il figlio dello stesso padre (e della stessa madre), ma spesso evocando una sorta di parentela mistica, di legame trascendente rispetto ai meri fatti biologici, una comune discendenza, a volte clanica, a volte elettiva o per scelta, da un patriarca storico o più di sovente mitologico.
Non è, quindi, un caso che, sulla scorta della tradizione cristiana in Occidente ( e non solo di questa) e degli usi consolidatisi nell’ambito delle confraternite professionali tardo-antiche e poi medievali, che, a loro volta, continuavano una tradizione legata al patrimonio di collegi professionali ancor più antichi, posti sotto la protezione di un padre fondatore o di un essere divino e quindi di un santo patrono, anche i Massoni abbiano adottato il termine Fratello per riconoscersi tra di loro ed abbiano designato come fratellanza la propria fratria o sodalizio spirituale.
Nel nostro caso, la “corda” che tiene allacciati i fratelli si annoda a partire dalla testimonianza simbolica ed esoterica del martirio di Hiram Abif, il padre di tutti i Liberi Muratori, i quali, non a caso sono detti “figli della vedova”. Non, quindi, “fratelli germani” o couterini secondo il destino o il caso, ma fratelli per scelta, e soprattutto per iniziazione.
L’ipotesi che spiega il termine indeuropeo bhr a ter - come “colui che accudisce il fuoco”, mi sembra però la più affascinante tra le tante, poiché immagina che i Massoni siano divenuti “fratelli” non solo perché iniziati nel solco della tradizione hiramitica, ma anche in virtù del fatto che essi si sono dimostrati degni e capaci di curare insieme il fuoco, in altri termini la luce della tradizione iniziatica.

E ben si attaglia questa interpretazione al mito prometeico.

Il terzo dramma di Eschilo, Prometeo portatore di fuoco conteneva il racconto dell’avvenuta liberazione, della riconciliazione di Prometeo con i nuovi dei e della loro accoglienza al titano liberato, assunto nell’Olimpo.
Nell’ultima parte, il poeta tratta di argomenti propri dei Misteri del culto prometeico nell’Attica. Che tali soggetti formassero parte dei misteri Sabasii, ci è fatto conoscere da molti scrittori antichi, fra cui Cicerone e Clemente Alessandrino.
Questi due scrittori, sono i soli che fanno risalire alla sua vera causa, il fatto che Eschilo fosse accusato dagli Ateniesi di sacrilegio e condannato alla morte per lapidazione. Essi affermano che Eschilo, non essendo stato iniziato, aveva profanato i Misteri, rappresentandoli nella sua trilogia, in un pubblico teatro. Ma sarebbe incorso nella stessa condanna anche se fosse stato iniziato e così deve essere effettivamente, altrimenti egli avrebbe dovuto possedere, come Socrate, un daimon che gli avesse rivelato il sacro dramma segreto ed allegorico dell’iniziazione.
In ogni modo, non fu certo il "Padre della Tragedia Greca" ad inventare la profezia di Prometeo; poiché egli ripeté solo, in forza di dramma, ciò che veniva rivelato dai sacerdoti durante i misteri nella Sabazia.
La Sabazia era una festa periodica, accompagnata da Misteri celebrati in onore di certi dei, una variante dei Misteri Mitriaci. Era una delle più antiche festività sacre, le cui origini sono, fino ad ora, sconosciute alla storia. Gli studiosi di Mitologia, la ricollegano, a causa di Mitra (il Sole, che in certi monumenti antichi era chiamato Sabazio), con Giove e Bacco.
Prometeo deriva dal greco   (pro metis), “previdenza”.
Alvin Boyd Kuhn considera il nome del Titano derivato dalla parola sanscrita Pramantha, lo strumento usato per accendere il fuoco. La radice manth, contiene l’idea di un movimento rotatorio e la parola manthami (usata per designare il processo dell’accensione del fuoco), acquistò il significato secondario di ‘rapire’, portar via; così troviamo un’altra parola dello stesso gruppo, pramatha, che significa furto.
La parola manthami passò nella lingua greca e divenne manthano "apprendere", vale a dire appropriarsi della conoscenza, da cui Prometheia - prescienza, previdenza, preveggenza.

Seguendo, quindi, questa direzione, noi possiamo trovare ancora un’origine più poetica al "portatore del fuoco".

Il libro di Cormac McCarthy “The road“, ambientato in un mondo ormai morto per l’effetto di una non meglio precisata catastrofe naturale o tecnologica, narra del percorso drammatico di un padre e di un figlio che lottano per la sopravvivenza ai margini di una civiltà annichilita e popolata da orde di cannibali.
L’uomo, in viaggio con il figlio, lotta per non morire e cerca di mantenere vivo nel bambino l’interesse per qualcosa che possa avvicinarsi ad una prospettiva di senso.
La condizione paradossale di sospensione nella quale si trovano i due personaggi, evidenzia l’angoscia del limite, la drammatica lotta che sospende il corpo tra la vita e la morte ma anche tra un’umanità da difendere tenacemente ed un’animalità che rischia sempre di prendere il sopravvento.
Questo secondo aspetto rende spettrale gli uomini, ed analogamente la natura ed i suoi baluardi simbolici, trasformando tutto ciò che circonda i protagonisti in una realtà grigia e vuota di senso.
McCarthy inserisce all’inizio del racconto quasi fosse un monito antropologico, la tematica prometeica che si pone a fondamento della “speranza” di una salvezza terrena incentrata sulla possibilità di ricostituzione della socialità perduta. Infatti, anche se la tematica dello sprofondamento nella barbarie è rievocata continuamente, i due protagonisti si definiscono fino alla fine “ portatori di fuoco”, cioè rappresentanti dell’ultimo sprazzo di umanità e di civiltà in un mondo nel quale le regole morali minime sono state perse. 
Così le domande del bambino sono volte a sottolineare continuamente il confine tra la barbarie e l’umanità, limite che i due protagonisti non possono permettersi di superare perché “ portare il fuoco” significa soprattutto non nuocere agli altri uomini.
Anche nel romanzo di McCarthy, dunque, la fiamma prometeica ha una funzione molto importante: mostrare l’esistenza di una speranza riposta nell’umanità ‘ostinata’ del bambino, nella sua determinazione a non cedere alla barbarie, nella sua volontà di continuare con estrema difficoltà a scindere il bene dal male.
Infatti, alla disperazione e alla collera del padre risponde l’ingenuità del bambino, la sua voglia di essere ancora umano.




«Ce la caveremo, vero, papà?» 
«Sì. Ce la caveremo» 
«E non ci succederà niente di male»
«Esatto» 
«Perché noi portiamo il fuoco» 
«Sì. Perché noi portiamo il fuoco»




lunedì 30 marzo 2020

Esiste un inferno? Esiste un paradiso? E se esistono, da dove si entra? Confronto tra Buddismo zen e Massoneria

di Angelo Vincenzo Saia



Mi sono chiesto in questa riflessione lasciando aperto il discorso a tutti voi, cos’è la riflessione e se a volte la confondiamo con la meditazione e ancora il dubbio che tante volte evochiamo, come massoni viene dal raziocinio o dal cuore? Arrivare al centro di noi stessi ci arriviamo con la riflessione o con la meditazione? E ancora come il raziocinio convulso ci tiene lontani dalla nostra Anima, dimenticandosi così della nostra parte spirituale.
Ecco che in tutte queste mie domande, riflessioni e piccole esperienze di meditazione, è stato fatale nella lettura l’incontro con Hakuin Ekaku ( 1685/86–1768/69) una delle figure più importanti del buddismo zen giapponese, rigoroso riformatore del rinzai, che ricondusse verso una pratica più attenta della meditazione e del koan; una riforma tuttora attuale e a cui si riallacciano anche molte scuole zen d'oggigiorno. Raggiunse l'illuminazione all'età di 41 anni circa mentre leggeva il Sutra del loto, un testo che in gioventù aveva disprezzato e di cui aveva pensato – e detto- che non era nulla più che una raccolta di racconti sulle cause ed effetti. Dedicò il resto della sua vita all'insegnamento, e lasciò ottanta discepoli dietro di sé. Si spense nella città natale di Nara, che grazie a lui si era trasformata in un fiorente centro di studi, all'età di 83 anni.
Zen e Massoneria s’intrecciano più di quanto possa apparire a prima vista. Due Vie una sola Vetta. Metodi diversi per uno stesso scopo: conoscere se stessi.
All’interno di queste Vie c’è una figura fondamentale per entrambe: il Maestro. Nell’immaginario collettivo (occidentale) il Maestro Zen è quell’ometto che se ne sta buono a meditare sotto un Loto, che è sempre pacato e dispensa gocce di saggezza ogni volta che parla. Niente di più sbagliato: il Maestro Zen, in genere, è un tipetto sufficientemente “fumino”, che gira con un bastone che utilizza per svegliare gli Allievi, non dispensa nessuna goccia di saggezza, dice la sua solo ed esclusivamente se gli viene richiesto e soprattutto non gli importa niente dell’Allievo.
È l’Allievo che cerca e sceglie il Maestro, il Maestro, di contro, decide se accettare o meno di essere “visibile” all’Allievo. Quando dico: non gli importa niente dell’Allievo, intendo che non insegnerà nulla, indicherà soltanto, sarà l’Allievo che dovrà apprendere dal Maestro. Il Maestro dona la sua esperienza attraverso il proprio “essere”, e l’Allievo potrà imparare facendo esperienza a sua volta.
Lo Zen è vita, la Massoneria è vita. Il Maestro in Massoneria indica all’Apprendista il metodo simbologico di apprendimento, lo indica… non lo insegna, non lo spiega. Lo affianca nel percorso iniziatico intrapreso… lo affianca, non sta né davanti e né dietro. Operazione difficile per i malati di grembiulite o cinturite (per le Arti Marziali). Il Maestro ormai ha raggiunto la consapevolezza dell’essere, traccia le sue Tavole, osserva in silenzio ciò che l’Apprendista fa, avverte ogni cambiamento di vibrazione per poi sparire su livelli sottili irraggiungibili da chi ancora sta appeso alla Materia. Lo stesso fa il Maestro Zen, rastrella le foglie in giardino, dà da mangiare alle Carpe Koi per poi trasformarsi in scimmia in modo che chi si specchia in Lui veda esattamente la propria immagine.
Il Maestro e l’Allievo, o l’Apprendista, in fondo, fanno le stesse cose, sono sulla stessa Via, solo che uno ancora deve raggiungere la consapevolezza di chi è, mentre l’altro “è”. Diverse volte mi è capitato di ascoltare maestri (massoni) dire: io so di non sapere, sarò sempre un Apprendista! Eh… giusto, sarai sempre un Apprendista. Nell’apparente umiltà di questa frase può celarsi tutta la grandezza dell’ego e della presunzione. Il Maestro non è presuntuoso, il Maestro “è” e basta. Ha già superato la fase del Sapere, il sapere che intende il finto umile fa parte del mondo dell’avere, e tutto ciò che fa parte di questo mondo non attrae più chi “è”. Il Maestro non ha saggezza, “è” la saggezza; non ha conoscenze, “è” la conoscenza… il Maestro Massone non ha bisogno di dimostrare nulla perché è consapevolezza allo stato puro, tanto che nella frase che Platone fa dire a Socrate: so di non sapere, c’è tutta la consapevolezza dell’essere. Socrate ha chiuso il cerchio (toh… simbolo dello Zen, un cerchio che si sta chiudendo), ha trasceso la conoscenza, sa di non sapere perché non ne ha bisogno: lui è il sapere. La stessa frase ripetuta a pappagallo non supportata dalla consapevolezza risulta stucchevole e puzza d’illusoria umiltà. Quindi non confondiamo la consapevolezza del Maestro con l’arroganza dell’ignorante.
Un Maestro non farà mai nulla per farvi ombra, anzi, cercherà sempre di tirare fuori il meglio da voi stessi, a volte facendovi scoprire doti che nemmeno immaginavate di possedere. Il finto umile invece cercherà in ogni modo di dimostrarvi che, dietro sorrisi e sguardi bassi, lui, in fondo è meglio di voi perché ha fatto il tal percorso, conosce quel tale autore, sa a memoria tutti i libri del Wirth e il Guénon lo leggeva all’asilo. Leggere non significa capire. Avere una mente nozionistica significa avere una mente piena… ma sono le menti vuote che si elevano, quelle piene restano attaccate ai metalli e, come ben si sa, pesano parecchio. Oltretutto in una mente piena zeppa non c’è posto per null’altro. Perciò apprendete tante nozioni e dimenticatevele, incidete la Tavola di cera e poi cancellatela, in modo che potrete inciderne una nuova.
Lo stesso fa il Maestro Zen con il Mandala… passa le giornate a disegnalo con la sabbia colorata e una volta finito lo distrugge, in questo modo avrà la possibilità di rifarne un altro senza restare attaccato a ciò che ha fatto.
Oggi in Massoneria c’è troppa mente… poco cuore questo direbbe un Maestro Zen, e magari lo direbbe tirando bastonate a destra e a manca. Finita la sfuriata si metterebbe una ciabatta in testa e uscirebbe dal Tempio, perché le Carpe Koi hanno fame.
Ecco allora Hakuin e il Koan, metodo meditativo zen, che, come quello massonico, è volto ad azzerare nell’uomo il punto di vista profano e a risvegliarlo, invece, alla propria essenza spirituale, portando la vita e la morte sullo stesso piano, dove la morale naturale è indicatrice dell’essere.

Dice il maestro Hakuin :

“Un giorno un samurai andò dal maestro spirituale Hakuin e chiese:
“Esiste un inferno? Esiste un paradiso? 
Se esistono da dove si entra?”
Era un semplice guerriero. 
I guerrieri conoscono solo due cose: la vita e la morte. Il samurai non era venuto per imparare una dottrina, voleva sapere dov’erano le porte, per evitare l’inferno ed entrare in paradiso.
Hakuin chiese: “Chi sei tu?”
Il guerriero rispose: “Sono un samurai”
In Giappone essere un samurai è motivo di grande orgoglio. Significa essere un guerriero perfetto. Uno che non esiterebbe un attimo a dare la vita.
“Sono un grande guerriero, anche l’imperatore mi rispetta”
Hakuin rise e disse: “Tu, un samurai? Sembri un mendicante!”
L’uomo si sentì ferito nell’orgoglio. Sfoderò la spada, con l’intenzione di uccidere Hakuin. 
Il maestro rise: “Questa è la porta dell’inferno – disse – con questa spada, con questa collera, con questo ego, si apre quella porta”.
Il samurai rinfoderò la spada… 
e Hakuin disse: “Qui si apre la porta del paradiso”.
L’inferno e il paradiso sono dentro di te. Entrambe le porte sono in te.
Quando ti comporti in modo inconsapevole, si apre la porta dell’inferno; quando sei attento e consapevole, si apre la porta del paradiso.
La mente è sia paradiso che l’inferno, perché la mente ha la capacità di diventare sia l’uno che l’altro.
Ma la gente continua a pensare che tutto esista in un luogo imprecisato all’esterno…

Il Guerriero Samurai seguiva un codice di condotta militare: il Bushido, parola composta dai due Kanji (ideogrammi) Bushi  (guerriero) e Do via, morale, condotta. Il bushido, cioè il modo di vivere da guerriero, improntato su principi di onore, rispetto, fedeltà, autocontrollo (ecco il suo comportamento nel racconto) imperturbabilità, motivo di successo dell’élite dei Samurai.
All’inizio le regole non scritte erano tramandate con l’esempio e per via orale, poi alcuni maestri tra i quali Yamamoto Tsunemoto (1659 – 1719), autore dell’Hagakure, e Miyamoto Musashi (1584 – 1645) autore de “Il libro dei cinque anelli”, ne codificarono alcuni aspetti che ci hanno permesso di comprendere l’essenza del codice dei Samurai.

Nello stesso periodo del codice bushido, i Templari difendevano Gerusalemme e le affinità tra Samurai e cavalieri Templari sono molte. Templari e Samurai, oltre ad essere dei guerrieri, erano anche uomini di fede dediti alla preghiera ed alla meditazione.
Certamente entrambi coltivavano la vita interiore ed avevano una visione spirituale della vita. Da uomini d’arme quali erano avevano un continuo confronto con la morte, per questo praticavano le virtù, al fine di far trovare la loro anima pronta nel momento del trapasso che poteva avvenire in battaglia o fuori di essa. Ecco cari compagni la mia personale riflessione, ricca di cuore e spero si arricchisca con la vostra.

sabato 28 marzo 2020

Angiolo Martini

Il comp. "Angiolino" attorniato da alcuni compagni e fr.lli mentre riceve dall'allora Sommo Sacerdote comp. Tiziano Busca ul diploma di "Sommo Sacerdote Onorario".


Nel clima surreale, provocato dalla pandemia in corso, dove la morte non sembra più nemmeno un evento estremo, è passato all’Oriente Eterno il fratello Angiolo Martini, conosciuto da tutti quelli che gli volevano bene, come Angiolino. La notizia è giunta inaspettata, nonostante le sue condizioni di salute fossero, da tempo, compromesse. Ci eravamo così abituati ai suoi recuperi da vecchio leone ferito, che non ci pensavamo più che un giorno avrebbe potuto mollare davvero. Invece è successo. Quando mi hanno chiesto di ricordare la figura del fratello Angiolino, ho provato a descriverne i tratti, ma ogni vota cancellavo quello che avevo scritto, perché non rispondeva a nessuna descrizione. Era un uomo rigoroso e inflessibile? Certamente no; ma non era nemmeno negligente o trascurato. Era un uomo di sapere e di cultura? No,  non era nemmeno questo, ma aveva dentro di se la conoscenza delle persone pratiche e giuste. Alla fine ho capito, non potevo descrivere chi era Angiolo Martini, ma potevo solo dire chi era per me il fratello Angiolino. Quando sono stato iniziato era seduto all’Oriente, col suo bel faccione indulgente e un po’ scanzonato. Poi è stato fratello e amico. Ho condiviso con lui e con il fratello Vittorio Bruzzone e con molti altri, momenti indimenticabili di autentica Massoneria, lavorando con passione per le attività di Loggia. Insieme, abbiamo fondato nell’Oriente di Piombino, il Capitolo del Rito di York e della Commenda Templare, dei quali è stato Gran Sacerdote e Commendatore. Rammento la sua felicità e commozione quando Tiziano Busca volle andarlo ad incontrare alla sua abitazione per consegnarli personalmente la bolla di Sommo Sacerdote Onorario. Pensava di essere un provocatore. Mi sembra ancora di sentirlo dire: “adesso vi butto una bomba delle mie …..”. In realtà, quelle che lui chiamava bombe, erano solo esortazioni a fare bene, a vivere la Massoneria con semplicità e con profondo senso di fratellanza. Anche se lui non vorrebbe sentirselo dire, era soprattutto un uomo con un grande cuore, che metteva  a disposizione di tutti. E’ stato un ottimo imprenditore ed anche quando la crisi ha colpito duramente le aziende del nostro territorio, ha saputo mantenere il timone e non ha mai rinunciato alla sua dignità, cosa questa che gli ha permesso di sopravvivere ad ogni tempesta. La grave situazione legata alla pandemia da coronavirus, ci ha privato della possibilità di vedere un’ultima volta il fratello Angiolino e di rendergli gli onori funebri che meritava, ma non ci impedisce di ricordarlo come un fratello straordinario, un amico carissimo e una delle colonne portanti della sua e della nostra Loggia: La Gagliarda Maremma. Angiolo, comunque, non se ne andrà del tutto, infatti tra le colonne della Loggia ci ha lasciato in eredità suo figlio, il fratello Stefano, al quale, insieme ai suoi familiari, va il nostro caloroso abbraccio.Vorrei salutare oggi, Angiolino, prendendo a prestito le parole da un antico rituale che lui conosceva bene: “Mondi ignoti si schiudono davanti al volo della colomba, cangianti paesaggi sono illuminati dalle albe interiori e voi, scegliete dove, come e quando esistere, poiché la morte diventa sonno e la vita diventa veglia, nella sublime terra dell’armonia”.

Un compagno del Rito.

giovedì 26 marzo 2020

La Dalet, il superamento dell'ego

di Luca Delli Santi



Scrivere della Dalet è un compito particolarmente grato per quanto mi riguarda, essa è l’iniziale del nome Dauid, il nome iniziatico ebraico che mi fu donato dal mio maestro di Cabala, Nadav Hadar Crivelli, circa un anno prima che mi concedesse il privilegio di insegnare la cabala, privilegio acquisito grazie al percorso di studio, che tutt’ora pratico, nella sua scuola letiel letiel. La vibrazione della Dalet è una porta, un canale di comunicazione fra i mondi, essa è connessa con l’ordine che l’intelligenza cosmica ha posto nel creato.
Dalet è la stabilità della Creazione germogliata da Bet, la materia è un addensarsi della Luce, l’Ain Sof è Luce alla stato più puro che progressivamente discende nei modi inferiori fino a formare il mondo sensibile che conosciamo, per questo la Dalet viene considerata simbolo di povertà, essa ha perso la ricchezza che in Ghimel era contenuta, quella della luce dei piani superiori.
Le prime lettere della parola Dalet danno dal che in ebraico significa povero indigente. «Perché il piede di Ghimel si estende verso Dalet? Per insegnarci che i gamel, i dispensatori di generosità, devono sempre cercare di andare verso il dal, il beneficiario della loro generosità e aiutarlo senza indugio” (Talmud – Shabatt 104 a).
L’immagine di questa lettera antropomorfizzata rappresenta l’uomo povero nell’atto di beneficiare della generosità di un benestante, simbolizza l’atteggiamento di chi riconosce di avere bisogno dell’altro venendo meno alla propensione all’egoismo, con Dalet è connessa quella umiltà che consente di superare le pulsioni egocentriche, la presunzione, la superbia tutte le caratteristiche che ci allontanano dai mondi superiori confinandoci nella materia, si rimane sull’uscio della porta.

“La cima di Dalet è simile ad un orecchio rivolto indietro, indicando che il dal presta viva attenzione a colui che lo segue, sperando segretamente che gli offra aiuto. Anche se un indigente non può osare di chiedere, egli spera fortemente nel suo cuore di ricevere assistenza” ( Othioth di R. Akiva ).

Il valore ghematrico di questa lettera vale quattro, la caratteristica divisiva del due prende forma e si
manifesta nella Creazione, la dimensione sensibile è dominata da questo numero: quattro sono gli elementi della tradizione classica, fuoco, terra, acqua, aria, 4 sono le direzioni cardinali, 4 le matriarche di Israele

Sara, Rebecca, Lea, Rachele. Nella cabala il numero quattro evoca direttamente l’atto della creazione
dell’Universo attraverso i quattro balzi della Creazione, quattro tappe successive con cui l’intelligenza cosmica si è manifestata nella creazione, in letteratura cabalistica vengono definiti Olamoth, i quattro Mondi, il mondo dell’Emanazione, della Creazione, della Formazione e dell’Azione, quello in cui siamo posti, il quarto in cui la vibrazione della Dalet si esprime compiuta.
Questa lettera rende creatrice la parola e consente l’azione individuale sulle cose, nonché la concentrazione del pensiero e della volontà. A noi rivolge l’invito ad essere pienamente consapevoli, ad osare pur rimanendo umili, ad essere intelligenza ordinante del nostro essere in primis sul piano fisico per poi attraversare la porta ed andare oltre, verso la dimensione dello spirto dove ci attende l’eternità.
La prima volta che Dalet compare nel testo biblico è in Genesi 19:6 nel passo in cui viene narrata la distruzione di Sodoma: “Lot usci verso di loro sull’ingresso ( pata’h ) e, essendosi chiuso dietro la porta (dalet)… “ Da questo versetto evinciamo l’ambivalenza della dalet che è sia porta che ingresso, la parola pata’h, ingresso in ebraico, è il nome della prima vocale della parola Dalet.
In merito all’ingresso nello Zohar è scritto: “ Colui che non sa come uscire è bene che non entri neppure”, si tratta di un riferimento ai cosiddetti guardiani della soglia, presenti in ogni tradizione iniziatica, simbolo delle difficoltà di cui è lastricata la strada del ricercatore della Verità, una strada che certo non può essere percorsa da chi non sia disposto a sopportare i pesi che è necessario portare per godere, infine, del succo del frutto oltre la buccia.
Il quattro al livello più elevato naturalmente è il Tetragramma, il nome ineffabile, il Ben Dalet, il figlio del quattro uno dei nomi con cui viene chiamato il nome dalle quattro lettere, ora ci si potrà stupire che il più sacro dei nomi possa essere ritrovato nella creazione compiuta nella materia, ma non vi è contraddizione in questo, infatti l’attributo YHWH è l’attributo divino che governa i 4 mondi, ciascuno dei quali contiene un albero della vita con le dieci sephirot, tutto è in comunicazione constante e continua e inoltre questo ci rammenta che il “ritiro” del Creatore dalla Creazione avvenuto il settimo giorno è solo apparente, l’Eterno vuole tornare ad essere manifesto, anzi insegnano i saggi della cabala che Egli è manifesto è il genere umano che non ha ancora compiuto il suo cammino evolutivo e non può vederlo.
Nella scuola chassidica la caratteristica della povertà viene letta come la qualità del Bitul, la capacità
dell’ego di dissolversi, letteralmente biutl è annullamento dell’ego, requisito necesario per poter finalmente superare i limiti della condizione umana ed essere degni di incontrare l’Eterno.
“….tutti coloro che sono poveri in questo mondo saranno ricchi in quello a venire” (Othioth di R. Akiva)
Nel tempio massonico la vibrazione della Dalet è rappresentata dal simbolo geometrico del quadrilungo, la Dalet è equilibrio ed armonia e la figura geometrica che le si abbina è il quadrato.
Una considerazione finale, ho sempre scritto degli insegnamenti e degli archetipi della cabala che sono validi in ogni tempo, prescindendo da ogni considerazione di attualità e da ogni indicazione di natura pratica, ora però mi viene data l’occasione di svolgere una riflessione: la Dalet, ci insegna il Sefer ha Yetzirah, è connessa con il centro energetico della gola, una meditazione sulla vibrazione della Dalet sostenuta dall’uso del profumo dell’olibano maschio o da un’unzione con un olio essenziale ricavato da esso, certo non ci metterà al riparo dal pericolo di contrarre malattie respiratorie, per quello ci sono consigli e rimedi medici, ma ci potrà donare una certa serenità, mettendoci in connessione con vibrazioni elevate e da questo anche il nostro organismo non potrà che trarre beneficio..

martedì 24 marzo 2020

La lettera del Sommo Sacerdote Bilotta ai Compagni del Rito di York



Carissimi Compagni,
in questo difficile momento nazionale - totalmente stravolto da una pandemia senza precedenti nella recente storia dell’umanità e gravida di conseguenze di difficile se non impossibile declinazione - siamo chiamati come cittadini Italiani, ma ancor più come Massoni appartenenti ad un Corpo Rituale, a svolgere la nostra parte.
Tutto ciò se da un lato ci inorgoglisce, dall’altro ci richiama in modo particolare ai doveri dei Liberi Muratori, e tra questi doveri quello della solidarietà nei momenti del bisogno, è forse il caposaldo più pregnante della Massoneria. A maggior ragione, far parte di un Corpo Rituale richiama la nostra responsabilità ed il nostro impegno ad un livello di intensa consapevolezza.
So di non dover spendere particolari parole con Voi cari Compagni, poiché avendo scelto liberamente di far parte del Gran Capitolo dei Liberi Muratori dell’Arco Reale - Rito di York in Italia, sapevamo tutti perfettamente quale scelta andavamo a fare, e tali particolari esaltanti peculiarità, perfettibili con il contributo collettivo di tutti e di ognuno di noi, sono facilmente riscontrabili nel nostro percorso esoterico. Non a caso nei nostri rituali si parla di aiutare il Fratello bisognoso e di farlo con gioia, ovvero con il sorriso sulle labbra.
Mai come in questo momento abbiamo l’opportunità, oltre che il dovere, di testimoniare la nostra solidarietà nei confronti del Fratello, e dell’intero Paese.... il nostro Paese, a cui dedichiamo la vibrazione del nostro spirito e corpo ogni qualvolta l’Inno di Mameli echeggia nei nostri templi.
Per dare un seguito di concretezza ai Fratelli sofferenti – considerando l’accezione più ampia e universale del termine - il Rito di York ha istituito un conto corrente, cosicché i Gran Sacerdoti dei Capitoli potranno provvedere a discutere con i Compagni le eventuali entità del contributo, secondo le singole realtà a loro ben note, evitando magari incombenze burocratiche ai Compagni. Rimane comunque facoltà di chiunque, anche autonomamente, di poter contribuire alla causa attraverso un proprio bonifico, avendo l’accortezza di inserire nella causale: emergenza covid 19.
Il Rito di York in Italia devolverà l’ammontare complessivo raccolto alla Protezione Civile e supporterà un borsista nella ricerca di un antidoto al virus.
Sicuro della vostra corale adesione, porgo a voi tutti un Triplice Fraterno ed affettuoso Abbraccio.

Domenico Bilotta
Sommo Sacerdote Gran Capitolo dei LLMM dell'Arco Reale - Rito di York

lunedì 23 marzo 2020

In ricordo di Vincenzo Galliani



22 marzo 1770, Montoro Superiore (AV), nasce Vincenzo Galliani. Di famiglia borghese si trasferisce a Napoli per frequentare l'università e studiare discipline umanistiche e giuridiche. Qui ha contatti con elementi della massoneria ed incontra l'ammiraglio francese Latouche-Tréville, reduce della guerra d'indipendenza americana che, all'ancora con la sua nave nel porto della città Partenopea, propaganda le idee rivoluzionarie. In conseguenza di questi incontri, è tra i fondatori nel 1793 della "Società patriottica napoletana", un'associazione giacobina strutturata sul modello delle logge massoniche. Alla scissione della Società nelle "ROMO" (Repubblica O MOrte) e "LOMO" (Libertà O MOrte") aderisce alla prima, più Radicale. Scoperta l'associazione nel marzo 1794 a seguito di delazione, fugge a Civitavecchia, dove viene arrestato dai pontifici che lo riconsegnano alle autorità borboniche. Torturato, processato con rito abbreviato insieme ad altri 30 rivoluzionari, nonostante la difesa di Mario Pagano, è uno dei tre imputati che viene condannato a morte a titolo di esempio. Viene impiccato a Napoli, al Largo del Castello, il 18 ottobre 1794..

Gli uomini della Massoneria: Edward Jenner, il medico che liberò l’umanità dal vaiolo



Tra i grandi liberi muratori, che hanno contribuito a operare per il bene dell’umanità, va senz’altro ricordato, in particolare in questo momento, Edward Jenner, medico e naturalista brittannico (nato a  Berkeley il  17 maggio 1749 e morto nella stessa città il 26 gennaio 1823), l’uomo che debellò  per sempre il vaiolo, malattia che per secoli aveva afflitto il mondo, considerato il padre dell’immunizzazione per aver per primo descritto il processo mediante il quale il sistema immunitario di un individuo viene fortificato contro un agente patogeno. Nel 1761, all’età di dodici anni, finiti  gli studi di grammatica, fece richiesta di entrare a Oxford per poter diventare medico, ma venne rifiutato a causa delle sue condizioni di salute dopo l’epidemia di vaiolo che l’aveva colpito qualche anno prima, ma che era riuscito a superare. Fu quindi affidato a un chirurgo di Chipping Sodbury con il quale rimase per sette anni, durante i quali Jenner imparò tutto quanto c’era da sapere sulla professione di medico di campagna.


Gli esordi

A  ventuno anni, insieme al fratello maggiore Stephen, decise che era arrivato il momento di andare a Londra per imparare la pratica ospedaliera e per fare ciò decise di affidarsi a John Hunter, ex chirurgo dell’esercito e fratello minore del dottor William Hunter, titolare della migliore scuola di anatomia al mondo. I metodi di Hunter erano innovativi ed affascinanti: se un esperimento non riusciva, si perseverava e, come egli stesso consigliava a Jenner, se un trattamento falliva significava che era sbagliato, anche se imposto dalle autorità. Il tempo veniva equamente suddiviso tra pazienti e ricerche.

Il 15 maggio 1772, un documento a firma di William Hunter attestò la fine del suo apprendistato, nonché il superamento brillante di quattro corsi di anatomia e chirurgia. Nei mesi successivi Jenner si dedicò alla pratica della fisica, della materia medica, della chimica e della ostetricia. E alla fine Jenner  decise di ritornare nella sua Berkeley dove iniziò la sua attività di medico.


La storica scoperta

Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, il vaiolo ebbe in Europa un’impennata allarmante. Tra i malati, una persona su sei moriva. In un anno in Inghilterra il morbo uccise 40 mila persone.

Ma come fu che Jenner arrivò a sconfiggere la terribile malattia? Si racconta che un giorno Jenner udì una contadina affermare che lei non si sarebbe mai ammalata di vaiolo perché si dedicava da anni alla mungitura delle mucche ed era noto a tutti i contadini che tale attività, per motivi misteriosi, impediva di contrarre quella terribile e incurabile malattia. Il giovane medico riferì ad altri colleghi più anziani ed esperti quanto aveva udito, ma si sentì rispondere da tutti che si trattava di vecchie quanto radicate superstizioni prive di validità scientifica. Ma Jenner, che era massone, sapeva bene che per la ricerca della Verità occorre essere liberi da pregiudizi e da qualsiasi schematismo preconcetto. Decise pertanto di iniziare una serie e lunga ricerca, sfidando l’incomprensione e il sarcasmo dei colleghi, espressioni della cosiddetta scienza ufficiale. Alla fine Jenner scoprì e dimostrò, su basi rigorosamente scientifiche, che il siero contenuto nelle pustole che si formavano sui capezzoli e sulle mammelle delle mucche sottoposte alla mungitura, conferiva l’immunità al vaiolo a chi eseguiva queste mansioni  e che casualmente entrava in contatto con il siero attraverso piccole ferite nelle mani. Il geniale medico  ottenne la stessa immunità con la preventiva inoculazione per via sottocutanea del siero vaccino (termine che vuol dire appunto di vacca).

Jenner fu maestro venerabile della loggia Royal Faith and Friendship n. 240 di Berkley nel biennio 1811- 1813. (tra le fonti Massoni famosi di Giuseppe Seganti Atanor).

Fonte: GOI

Filosofia politica: un corso online




L’Iniziativa Repubblicana, in collaborazione con La Casa del Senso, propone un corso di Filosofia politica online. Si tratta di lezioni video, disponibili in una piattaforma e-learning, con brevi testi di approfondimento e dei test di autovalutazione. Seguendo il libro di testo consigliato, quello di Virginio Marzocchi (Filosofia politica. Storia, concetti, contesti), nel corso si presentano in ordine cronologico le riflessioni dei maggiori filosofi, da Platone e Aristotele, al mondo cristiano, dal diritto romano e medievale al ‘Covenant’ e alle Costituzioni degli Stati nazionali, da Kant ed Hegel a Karl Marx. Una veloce panoramica che dà la possibilità di prendere confidenza con i temi, gli aspetti, i classici e il lessico di una disciplina sempre più importante per capire il presente.
Il corso è il primo di una serie che sarà proposta, gratuitamente, agli associati de La Casa del Senso, un’associazione che vuole irrobustire le visioni filosofiche del mondo, con corsi online, seminari dal vivo. La filosofia nasce pratica, questo il senso dell’operazione, e deve uscire dalle aule universitarie per scoprirsi vita. L’iscrizione annuale (25 euro il socio ordinario, 50 euro il socio sostenitore) dà diritto a usufruire gratuitamente di tutti i corsi, incluso il primo sulla Filosofia politica, e a uno sconto sugli eventi dal vivo di prossima realizzazione. Per ulteriori informazioni si può scrivere all'indirizzo lepantofoledihegel@gmail.com.

venerdì 20 marzo 2020

Buon equinozio di primavera



Cari compagni.
Oggi è un giorno che ci invita alla riflessione. Perché ci dice, semplicemente, che non esiste una notte infinita. Che ogni periodo oscuro, triste, non dura per sempre. Ha in sé il suo superamento. Lo diceva già Platone, nel Fedone. La natura è circolare. La primavera ci dice che l’inverno è alle spalle. Ci sono forze ed energie nuove, c’è entusiasmo. I liberi muratori sanno che questo è il risveglio. Lasciarsi dietro l’oscurità e rinascere nuovi, perfetti, compiuti. È l’eredità sapienziale di tutte le culture che hanno visto il cielo come un orologio. Ed oggi suona un rintocco in tutte le culture del mondo: in Iran c’è il Nowruz, il capodanno persiano, in Grecia le Adonie e a Roma le Attideia celebravano la risurrezione di Adone e Attis. In Cina si festeggia Quingming che vuol dire “chiarezza e luminosità”. La Pasqua cristiana, che si celebra a ridosso dell’equinozio, ha su di sé il significato ebraico: uscire dalla notte dell’Egitto per dirigersi verso Israele, verso la terra promessa, vuol dire morire ad una dimensione finita, il Cristo in croce, per rischiararsi spirito.

In questi giorni di notte oscura dell’anima, vediamo di vivere l’equinozio in modo diverso. Per lasciarci alle spalle giorni di paura, di difficoltà, di incertezza, giorni in cui abbiamo dovuto cedere, in nome della salute e della sicurezza, diritti fondamentali che la nostra cultura ci ha sempre dato per inalienabili. Lavoriamo dentro di noi per scoprirci migliori, approfittiamo del tempo e del silenzio, per fare quello che non abbiamo mai fatto, in attesa di poterci tutti riabbracciare e ti poter tutti proseguire quel fantastico viaggio dietro il senso della vita che si chiama Rito di York.

Domenico Bilotta, Sommo Sacerdote Gran Capitolo dei LLMM dell'Arco Reale
Alessandro Pusceddu, Gran Maestro f.f. Gran Concilio Massoneria Criptica
Massimo Agostini, Gran Commendatore dei Cavalieri Templari
Rito di York

giovedì 19 marzo 2020

Domenico Bilotta: «Noi dello York costruttori di speranza»

di Domenico Bilotta*



Machiavelli diceva fosse un errore non mettere limite alle speranze, perché le cose sperate, senza altro fondamento o misura, sono destinate a rovinare. Ma viviamo in una cultura fatta non solo di Machiavelli, ma anche di Paolo Di Tarso, per cui la fede è la sostanza delle cose sperate. Che ha un sapore dolcissimo, un invito ad affrontare la vita con la consapevolezza che le asperità non faranno male. Noi iniziati dobbiamo avere il coraggio di prendere su di noi il peso della consapevolezza, ma prenderlo con un sorriso. Non abbiamo bisogno di profeti di sventura, di cupezza, di grigiore. Abbiamo bisogno di speranze e giornate liete, ma fatte di verità e non di menzogna. Ma abbiamo soprattutto bisogno, in giornate difficili come quelle che stiamo vivendo, di quella straordinaria umanità che sta combattendo in prima fila, lontana dalla quotidianità del nostro divano. Un pensiero per chi soffre, ma un pensiero doppio per quei fratelli in corsia che stanno facendo in modo che la speranza non sia un vago sentimentalismo, buttato lì tanto per dire, ma sia una speranza con le gambe sue, che tra qualche settimana se ne può andare sicura incontro al futuro di tutti noi. Un futuro costruito dall’affetto e dall’amore di uno spirito costruito sapientemente giorno dopo giorno, con l’utilizzo diligente dei nostri strumenti. Noi, nel Rito di York, siamo orgogliosi costruttori di entusiasmo, diciamo così. Ci esercitiamo da anni in un’opera di solidarietà contagiosa, che è più di una semplice amicizia, è una rete, un eggregore di intenzioni e di cose da fare insieme. E insieme ce la faremo.

* Sommo Sacerdote del Gran Capitolo dei LLMM dell'Arco Reale - Rito di York

Resh, il Capo del Benedetto in Verità

di Luca Delli Santi


La Resh è il capo, la testa, l’inizio, nelle Othioth di Rabbi Akiva è identificata con la parola ebraica Rosh, testa, sommità ed è connessa con l’attributo dell’umiltà.
Resh è la cima, l’origine, la grande via universale, ovunque ed in ogni cosa, è rinnovamento, mutamento, attraverso distruzione e ricostruzione, la sua curva indica la possibilità di un cambiamento, di una svolta radicale, di imprimere una rivoluzione allo stato delle cose come lo conosciamo, è l’essenza stessa della vita, trasformazione continua. Il crinale è sottile da un lato l’elevazione dall’altro il declino, Resh è l’opportunità che viene data all’Essere Umano di scegliere fra questi due estremi.
E’ la proiezione delle forze divine nell’universo materiale, le stelle, i pianeti, i mondi sono un’estensione della vibrazione della Resh, la prima volta che la troviamo nella Torah è nella parola Bereshit, in principio, che in italiano viene tradotta con genesi, parola che si offre a molteplici interpretazioni e permutazioni che consentono letture molto diverse. Una delle possibili letture è Rosh Bait, il Capo della Casa, la casa è la Creazione che ha un capo, un maestro, un principio, ogni cosa è connessa e guidata da un intelletto cosmico.
Questa lettera custodisce il mistero delle forze cosmiche, ma nel medesimo tempo è un veicolo per l’essere umano che con la vibrazione della Resh si può elevare, può comprendere le forze divine e la logica che governa l’ordine delle cose.
La lettera resh infatti non è la testa solo in senso fisico, è la forza attiva e creatrice del pensiero, l’essere umano attraverso l’uso dell’intelletto può superare i limite della sua condizione ed ascendere verso i livelli più sublimi e reconditi del Creato.
Questo aspetto della vibrazione della Resh, la connessione con le potenzialità dell’intelletto, riguarda l’essenza stessa della Libera Muratoria, il complesso dei simboli con cui opera in loggia  il libero muratore sono tutti esprimibili nel simbolo dell’erezione del Tempio del Re Salomone, che è una costruzione, in ebraico Benah, la medesima radice di Binà Intelligenza, Comprensione; il lavoro del costruttore è l’uso consapevole dell’intelletto umano come veicolo per un viaggio che si prefigge la meta dell’incontro con il Logos cosmico. Questo è il segreto della lettera Resh, una conoscenza che ogni iniziato alla Libera Muratoria dovrebbe possedere, è la sua stessa vibrazione anche se non avesse mai visto il glifo della Resh e non conoscesse della sua esistenza.
La forma della lettera evoca una testa di profilo, il cui tracciato è composto da una Vav.
Naturalmente la cabala è corrispondenza in ogni direzione, così anche la vibrazione della Resh ha i suoi aspetti negativi, la parola rasha significa cattivo, e la parola rav male, si tratta della scelta contenuta nella Resh, di cui parlavamo prima, essa contiene grandi potenzialità da sviluppare oppure la caduta, sta a noi scegliere.
Resh significa anche povero, la sua forma può evocare lo schiavo a capo chino, che dobbiamo intendere come chi dipende interamente dalle risorse altrui per la propria sussistenza, naturalmente vi è anche una lettura simbolica, è altrettanto schiava la persona agiata che assuma una sorta di dipendenza dalla sua condizione e non pensi ad altro che a mantenere le proprie risorse e ad accrescerle, condizione, in cabala, considerata assai peggiore della povertà materiale, si rammenti l’espressione Talmudica: “ non c’è povero se non di conoscenza”.
La ghematria della lettera Resh è 200 è la dualità presente nel cosmo, prima fra tutte fra elemento spirituale e materiale, la dualità con cui l’iniziato si confronta e che grazie alla pratica viene superata, duecento è anche la ghematria della parola etsem, osso, essenza e “Quadmon”, l’antico, l’archetipo, il principio della Resh.
La plenitudine della lettera da 510, come Sarah la moglie di Abramo, una permutazione della parola Resh, che può essere permutata anche in Shir, canto, una delle possibili permutazioni di Bereshit è “ Canto’ la Canzone” il soggetto naturalmente è il Creatore, la Resh infatti è anche equilibrio e armonia, caratteristiche che sempre devono guidare il lavoro del pensiero.

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martedì 17 marzo 2020

Le nuove date della Gran Loggia 2020 “Uniti nelle diversità”. Si terrà a Rimini l’11, il 12 e il 13 settembre



Fissate le nuove date della Gran Loggia 2020. La massima assise del Grande Oriente d’Italia si terrà a Rimini l’11, il 12 e il 13 settembre. Un rinvio, rispetto alla tradizionale convocazione di aprile, che si è reso necessario dopo il decreto del governo, che il 5 marzo scorso  ha disposto la sospensione di ogni attività convegnistica o congressuale a data successiva al 3 aprile.

“Uniti nelle diversità” il titolo scelto per l’edizione di quest’anno  che si annuncia ricca di eventi pubblici che si terranno a margine dei lavori rituali nel tempio. Il taglio del nastro venerdì mattina e nel pomeriggio alle 14 l’apertura dei lavori rituali in grado di Maestro. L’ordine del giorno prevede, tra l’altro, la relazione morale del Grande Oratore, il ricevimento dei rappresentanti dei Corpi rituali e delle Delegazioni estere, il saluto al Presidente della Repubblica e l’omaggio alle bandiere italiana ed europea. Saranno quindi ammessi Apprendisti, Compagni e profani per l’allocuzione del Gran Maestro, che si terrà a porte aperte.

I lavori riprenderanno sabato 12 settembre, alle ore 10,00, con all’ordine del giorno, tra l’altro, la relazione amministrativa del Gran Segretario, la comunicazione del Responsabile della Biblioteca del Grande Oriente, la relazione del Presidente della Corte Centrale, la relazione del Consiglio dell’Ordine e la discussione sulle relazioni.

La sessione conclusiva della Gran Loggia 2020 avrà luogo domenica 13 , alle 9 con la presentazione al pubblico delle iniziative culturali del Grande Oriente. A latere dei lavori nel tempio, sono previsti incontri, presentazioni di libri e mostre, organizzate dal  Servizio Biblioteca. L’Associazione italiana di filatelia massonica esporrà nel suo tradizionale spazio le emissioni più recenti dell’Istituzione. Ancora una volta i lavori della Gran Loggia saranno strumento di riflessione su alcuni temi importanti  con un focus sui grandi valori dell’istituzione che sono libertà, fratellanza e uguaglianza..

17 marzo. La nostra forza l’unità



Il 17 marzo festeggiamo tutti la Giornata dell’Unità Nazionale, della Costituzione, dell’Inno e della Bandiera. Una ricorrenza, che coincide con la proclamazione dello stato unitario nel 1861 e che quest’anno assume un valore simbolico ancora e deve farci sentire più che mai vicini e solidali, anche nella distanza alla quale siamo costretti dall’isolamento.

Questa giornata è diventata  festività civile con la legge n. 222 del 23 novembre 2012, con l’obiettivo di ricordare e promuovere i valori di cittadinanza e riaffermare e consolidare l’identità nazionale attraverso la memoria civica al fine di far conoscere gli eventi e il significato del Risorgimento, nonché di meditare sulle vicende che hanno condotto all’Unità nazionale, alla scelta dell’Inno di Mameli e della bandiera nazionale e all’approvazione della Costituzione, anche alla luce della storia europea.

La completa unificazione del territorio nazionale avvenne comunque solo negli anni seguenti: nel 1866 vennero annessi il Veneto e la provincia di Mantova, nel 1870 il Lazio e nel 1918 il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia.

I 50 anni

Nel 1911, tra i mesi di marzo ed aprile, fu celebrato il 50º anniversario della nascita del Regno d’Italia con una serie di mostre a Roma, Firenze e Torino. In quest’ultima città si tenne l’Esposizione internazionale dell’Industria e del Lavoro. Nella capitale, il cui sindaco a quel tempo era il fratello  Ernesto Nathan, che fu anche Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia,  venne organizzata l’Esposizione etnografica delle regioni (inaugurata il 21 aprile) e la Rassegna internazionale d’arte contemporanea, fu inaugurato il Vittoriano, il ponte “Vittorio Emanuele II” e, sul Gianicolo, il faro degli italiani di Argentina. A Firenze si tenne da marzo a luglio la “Mostra del ritratto italiano dalla fine del XVI secolo al 1861” e l’Esposizione internazionale di floricoltura. Il materiale esposto alla Mostra Etnografica di Roma del 1911 fu successivamente raccolto ed è attualmente esposto nel Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari (MAT) a Roma.

In occasione delle celebrazioni del cinquantenario fu pubblicato anche il volume “Le tre capitali: Torino-Firenze-Roma” scritto da Edmondo De Amicis nel 1898. Il 1º maggio 1911 fu emessa una serie di francobolli per commemorare l’avvenimento appunto nota come Cinquantenario dell’Unità d’Italia.

L’Accademia dei Lincei, sotto la guida di Pietro Blaserna produsse l’opera “Cinquant’anni di storia italiana” formata da tre volumi nei quali era descritta la storia politica, economica e della vita civile d’Italia dal 1861 al 1911.

Il centenario

Le celebrazioni del centenario iniziarono nel 1959 con la visita in Italia del generale De Gaulle, dal 23 al 27 giugno a celebrare il ricordo dell’alleanza franco piemontese che permise la vittoriosa seconda guerra d’indipendenza italiana, che costituì la molla, da cui nel volgere di due anni avvenne l’unificazione nazionale. Durante questa visita furono organizzate manifestazioni sui campi di battaglia di Magenta, Solferino e San Martino e visita dell’altare della Patria a Roma. Nel 1961, in occasione della ricorrenza vera e propria, a Torino furono organizzate tre rassegne: la Mostra Storica dell’Unità d’Italia, la Mostra delle Regioni Italiane e l’Esposizione Internazionale del Lavoro conosciuta anche come Expo 1961. Roberto Rossellini, regista di numerosi film aventi come oggetto periodi o personaggi storici d’Italia, diresse due film centrati sul Risorgimento: il celebrativo Viva l’Italia!, in cui ricostruisce la spedizione dei Mille, e il più intimista Vanina Vanini, ambientato ai tempi dei moti carbonari.

 150 anni

In occasione del 150º anniversario,  che è caduto nel 2011, sono stati organizzati festeggiamenti i in tutta Italia e il 17 marzo è stata proclamata festa nazionale. Le celebrazioni sono inziaite  a Quarto dei Mille, luogo dal quale il 5 maggio del 1860 partì la spedizione di Giuseppe Gari baldi. Al taglio del nastro l’allora presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, insieme alle più alte cariche dello stato.  Il loro scelto per lo storico anniversario le tre bandiere italiane rappresentanti il 50º, 100º e 150º anniversario dell’Unità d’Italia. Il simbolo ha lo scopo di ricordare il coraggio, il sogno e la gioia che caratterizzarono il processo unitario, ed è stato disegnato ispirandosi al volo degli uccelli, a delle vele gonfie e alle feste.

FONTE: GOI

sabato 14 marzo 2020

In ricordo di Emanuele Francica Pancali

di Antonino Zarcone



Il 13 marzo 1783, a Siracusa, nasce il barone Emanuele Francica Pancali. Da giovane si trasferisce a Palermo, dove frequenta i circoli rivoluzionari, partecipa alla cospirazione palermitana del 1795, viene iniziato alla Massoneria e, successivamente, anche alla Carboneria che lo invia nella città natale per fare proselitismo. Anti borbonico, mentre si trova a Siracusa, entra inizialmente in contrasto con alcuni esponenti della carboneria fautori della costituzione ma non ostili alla monarchia napoletana. Eletto Sindaco di Siracusa durante la rivolta del 1837, si trova a fronteggiare gli eccessi rivoluzionari e l'epidemia di colera. Inviato in esilio a Napoli dopo la sanguinosa repressione borbonica, dopo due anni gli è consentito di rientrare in Sicilia, non a Siracusa. Città che può rivedere dopo la rivoluzione del 1848, quando ne diventa rappresentante al parlamento siciliano. Membro del comitato rivoluzionario, fugge per evitare la condanna a morte e si reca a Malta, dove aderisce al Comitato mazziniano degli esuli. Tornato in Sicilia dopo la spedizione dei Mille, si ritira a vita privata. Muore a Siracusa il 10 maggio 1868.

venerdì 13 marzo 2020

Guardarsi dentro. Nell'uno vive il due. Le riflessioni di Massimo Agostini

di Massimo Agostini
Gran Commendatore Cavalieri Templari d'Italia




Carissimi Compagni e Cavalieri, stiamo attraversando giorni difficili, dove la necessità di rallentare il diffondersi di questa subdola epidemia ci conduce ad un necessario isolamento, difficile per tutti i fratelli che neIla sacralità dei nostri rituali e nell’Agape fraterna ricercano l’incontro con le superne energie, che sono strumento di trasmutazione dell’intima essenza.
Come iniziati vive comunque in noi la consapevolezza che i nostri animi hanno la capacità di potersi incontrarsi e unirsi al di là di ogni impedimento fisico, in un Tempio celeste dove tempo e spazio terreni non hanno alcun significato.
Questa improvvisa condizione di “reclusi in casa” inevitabilmente condiziona le nostre consolidate abitudini, potendo diventare fattore destabilizzante per ogni animo perso nel quotidiano divenire materiale, ma per noi potrebbe anche diventare occasione di riflessione, spezzando quel quotidiano divenire  frutto di terrene circonvoluzioni mentali.
Possiamo passare questi drammatici frangenti di vita lasciando che gli eventi si impadroniscano della nostra essenza, annichilendola nel loro becero divenire, lasciandoli liberi di farci precipitare nel disarmante dualismo, dove dolore, paura, egoismo... possono, come insano fuoco, sopraffare ogni nostro benevolo intendimento, trasformando la nostra serena capacità di giudizio.
Possiamo inconsapevolmente anche lasciarci imbrigliare nella maglie di ciò che è stato o poteva essere o nell’illusone di un futuro che non conosciamo, perdendo però la forza del presente per come ci si presenta.
Oppure?
Oppure possiamo tentare di volare liberi, provando ad ascoltare la nostra più intima essenza, ora e adesso, affrontando il viaggio della vita, per ciò che ci offre,  nella consapevolezza che il Tutto vive e vibra in ogni essere umano, anche nei momenti più terribili.

«Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio»
(Gv. 15,15-16)

Dolore e gioia, amore e odio, speranza e delusione … tutto è in noi, in quella magica intuizione che caratterizza l’essere umano che sa vive la bellezza della sua divina essenza.
Sta a noi scrivere le pagine della nostra vita, nella consapevolezza che, una volta scritte, vi è solo la possibilità di rileggerle, senza poterle cambiare, condizionando inevitabilmente le pagine che seguono. Ogni giorno, ogni istante della nostra vita, diventa un file criptato nell’infinita memoria dell’Anima Universale, resta lì, indelebile, a riprova del percorso dell’anima terrena nel suo divenire.
Gli errori ci appartengono, come ci appartengono gli errori degli altri, che non sono poi errori, ma possibili strumenti per chi vuole comprendere la vera essenza della propria anima.
La consapevolezza quasi mai è frutto di insegnamenti più o meno dotti, mentre trova più sicuro alimento dall’intima esperienza, come naturale frutto della propria maestria.
L’uomo è un creatore, sia su questo piano, con l’energia che emana nel suo desiderio di conoscenza e di incontro con la propria essenza divina, nel suo desiderio di riconoscerla e comprenderla, potendo emanare forme energetiche di pensiero capaci di guidarci in questo oscuro labirinto.
In un antico trattato cabalistico troviamo scritto che «L’anima del giusto ascenderà, mentre egli è ancora in vita, sempre più in alto, fino al luogo in cui le anime dei giusti (traggono) diletto, al luogo dell’unione (….)» e poi  «Quando gli uomini pii congiungono il loro pensiero con Entità superiori, qualsiasi cosa stiano contemplando e meditando viene immediatamente a esistere, nel bene o nel male...» (Kitve ha-Ramban)
L’unione del pensiero umano con le entità superiori facilita quindi la discesa dei poteri dall’alto verso il basso sull’oggetto di meditazione, appagando così le sue intenzioni, divenendo egli stesso il “magos”, il “sacerdote-Re", attraverso il quale il Superno interviene nella manifestazione e viceversa.
Oggi un fratello mi ha inviato l’omelia del Vescovo di Ariano della quale condivido questo breve brano: «Rimoduliamo il tutto, questi giorni invitano ad una sapiente gestione del tempo, ad un amore alla vita. Rimoduliamo il tutto – tra le pareti domestiche - alla luce di una “regola”. Una regola non intesa, però, quale insieme di mere prescrizioni ma, piuttosto, quale strumento utile di liberazione dai propri criteri. Una regola che rispecchia il ruolo rappresentato da Mosè per il popolo liberato dalla schiavitù: intesa come un “comando” che educa a vivere il Vangelo».
E il Libro Sacro è parte fondante del nostro percorso iniziatico, consapevoli che lo spirito divino vive in noi e ci parla, sapendolo ascoltare.

 «Guarda in cielo e conta le stelle» (Gen 15,5).

Solleviamo allora lo sguardo nella bellezza della volta celeste, la splendente dea Nut che ci abbraccia in queste notti, poiché noi sappiamo che il cielo stellato è sopra di noi ma anche dentro di noi.  Che la splendida dea guidi i nostri pensieri, i nostri comuni sforzi, fedeli che ogni nostro pensiero si riverbera nel vivere quotidiano, affinché tra i limiti e la fragilità della vita ci si possa sempre  illuminarsi d’immenso.

Concludo questo mia breve riflessione con un brano del Salmo 122: 6-9, che costituisce il proseguo del nostro rituale di Eccellentissimo Maestro:

Pregate per la pace di Gerusalemme!
Quelli che ti amano vivano tranquilli.
Ci sia pace all'interno delle tue mura
e tranquillità nei tuoi palazzi!
Per amore dei miei fratelli e dei miei amici,
io dirò: «La pace sia dentro di te!»
Per amore della casa del SIGNORE,
del nostro Dio,
io cercherò il tuo bene.


Massoneria e Cabala. La lettera Ghimel

di Luca Delli Santi



La lettera Ghimel è un ponte, collega elementi lontani, compensa lo squilibrio fra forze avverse e le unisce rendendo uno ciò che prima era diviso. La parola Ghimel è collegata alla parola gamla, che compare nel Talmud proprio nell’accezione di ponte.
“Ghimel somiglia a una grondaia che fa scolare l’acqua del tetto di una casa, canalizzando l’acqua accumulata con il suo becco alzato e conducendolo a terra. Parallelamente, il Benefattore Eterno riversa la Sua Bontà e il suo Affetto traboccanti verso il basso. Per amore verso l’umanità e in virtù della Sua Ghemilitud Chesed, gli atti di benevolenza che sono il fondamento dell’umanità”.
Questo passo del libro delle Othioth di Rabbi Akiva ci illustra come Ghimel sia il canale di collegamento attraverso cui ci giungono le emanazioni del lato destro dell’Albero della Vita, egli aggiungerà che se anche per un solo istante questo “flusso di amore” dovesse cessare l’intero universo verrebbe meno, la Creazione tutta ed in particolare l’Umanità sono il frutto dell’Amore divino, inteso come Desiderio creativo che sta alla base dell’esistenza di ogni cosa, la Ghimel è un canale di connessione con questa forza.
Ghimel è anche connessa con Giove, pianeta astrologicamente legato al benessere materiale ed alla ricchezza, d’altronde un canale che elargisce Luce non può sul piano materiale che esprimere ricchezza, benessere, ma anche munificenza e soprattutto carità, un simbolo di Ghimel è l’uomo ricco che dona disinteressatamente al povero. Il lavoro per il bene ed il progresso dell’umanità, cui incessantemente è dedicata la Libera Muratoria, si esprime anche con azioni concrete verso i fratelli ed il mondo profano che attraversano momenti di difficoltà economica, lo spirto di questi valori è il medesimo che esprime la Ghimel.
La connessione con la ricchezza è data anche dal significato della parola Ghimel, che deriva dalla radice ebraica Ghimel, Mem, Lamed, che froma la parola “gamal” Cammello, per un popolo che ha origini nella pastorizia nomade nel deserto questo animale era un simbolo di ricchezza, ma anche un simbolo di movimento, in particolare in direzione sud, che in cabala simboleggia la sapienza.
Il movimento è un’altra caratteristica di Ghimel, la sua forma ricorda la sagoma di una persona nell’atto di correre, con il piede posto in avanti, la vibrazione della ghimel è azione, è l’origine stessa del movimento, il Desiderio creativo del creatore si attiva e diventa agente creante, un movimento agile, ma soprattutto veloce che si muove in direzione dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, un legame costante e continuo che lega la molteplicità cosmica in unità, è l’azione cui fa riferimento Ezecchiele in 1:14 : “le creature viventi correvano e ritornavano“ è come il profeta descrive il movimento cosmico che gli appare nella nota visone del “Carro”.
Il movimento, l’azione sono i requisiti essenziali dell’iniziato, nessun percorso di ricerca interiore può essere intrapreso senza un moto profondo, un risveglio della coscienza che viene sollecitata ad intraprendere un viaggio, viaggio interiore certo, ma un viaggio che presuppone azione. Questo è l’insegnamento della parashà Lekh Lekhà, Vai, Vai! È il momento in cui Abramo sente la chiamata dell’Eterno che lo invita ad intraprendere il cammino in cui incontrerà molti pericoli, dovrà anche affrontare dei combattimenti, ma infine raggiungerà una terra in cui si stanzierà e vivrà in serenità e ricchezza. La scrittura, con il suo linguaggio simbolico, ci inviata a intraprendere un viaggio interiore, la terra remota da conquistare è la parte più profonda di noi quella che si può riconnettere con le elevate dimensioni spirituali dell’esistenza.
Ritengo molti in questo simbolismo abbiano riconosciuto analogie con il concetto espresso dalla formula VITRIOL degli ermetici, che l’iniziando libero muratore incontra nel Gabinetto di Riflessione.
Lek Lekhà è la terza parashà, la ghematria della Ghimel è il numero tre, si tratta di un numero fondamentale in cabala, che incontriamo in molti elementi, tre sono i gradini dell’anima umana, la nephesh, la ruah, la neshamah, dedicheremo a questi concetti un articolo sarebbe impossibile affrontarli in sintesi qui. Il tre è alla base di tutti i concetti della creazione, tre sono i pilastri dell’Albero della Vita, tre sono gli elementi fondamentali dell’universo ad essi connessi: acqua, aria e fuoco ( nella antica cabala la terra non era concepito come elemento, la si riteneva una solidificazione dell’acqua ), tre sono le parti fondamentali del corpo umano, capo, petto e ventre, per altro governati dalle medesime lettere madri che governano i pilastri dell’Albero della Vita, Shin, Alef, Mem. Infine Keter, la più elevata delle sephirot, la Corona, è tripartita in tre “ teste”.
Il tre è connesso con tutte le caratteristiche della Ghimel, azione, movimento è alla base della Creazione, è il ponte che unisce l’unità espressa dall’uno e la tendenza divisiva del due, l’uno è la tesi, il due l’antitesi, il tre è la sintesi fra questi elementi dialetticamente contrapposti.
Nel Tempio dei Liberi Muratori diversi simboli colgono la vibrazione espressa dalla Ghimel, certamente la Cazzuola con la sua capacità di mescolare la malta è simbolo unificante della molteplicità ricondotta ad unità, ma anche il nodo d’amore, si pensi alla connessione con la Chesed divina fondamento stesso dell’esistenza umana, ed infine il Melograno. Tutti questi simboli con le loro diverse sfaccettature colgono la vibrazione della Ghimel, che esprime condivisone e moto.

mercoledì 11 marzo 2020

Armando Corona: il cuore repubblicano, la Massoneria



Come nel resto d’Europa, furono saturi di tensione e lacerati da efferatezze, ma anche fucina di quei valori etici che la politica ha perso gradualmente fino a dimenticarsene e a snaturarsi nel potere per il potere. Ci furono uomini che osarono guardare lontano, scavalcando il tempo, il contingente, la paura e seppero dare testimonianza di un altro modo e di un altro mondo, Armando Corona fu uno di questi. Gian Carlo Lucchi cura una biografia in uscita per Tipheret – Gruppo Editoriale Bonanno.

Nel 1979 diventa presidente del consiglio regionale della Sardegna. Negli anni ottanta è vice segretario del Partito Repubblicano. Nel 1997 fonderà il movimento Unità Repubblicana, non accettando lo schieramento con l’Ulivo del Pri. Movimento che riconfluirà nel Pri quattro anni dopo..

Pensare a ritroso. Riflessioni da «L'uomo eterno» di Gilbert K. Chesterton



Gilbert K. Chesterton propose un rovesciamento hegeliano a proposito del rapporto tra uomo e animali. Ce ne parla Slavoj Zizek, nel suo recente Meno di niente: invece di chiederci cosa sono gli animali per gli uomini, dovremmo chiederci cosa è l'uomo per gli animali. Nel suo L'uomo eterno, Chesterton effettua un esperimento mentale, immaginando il mostro che l'uomo primitivo potrebbe essere sembrato, a prima vista, agli animali puramente naturali che lo circondavano:

«La più semplice verità sull'uomo, è che egli è un essere veramente strano; strano, quasi, nel senso che è straniero a questa terra. In breve, egli ha più l'aspetto esterno d'uno che venga con altre abitudini da un altro mondo che di uno cresciuto su questo. Ha vantaggi e svantaggi sproporzionati. Non può dormire nella sua pelle; non può affidarsi ai propri istinti. È, insieme, un creatore miracoloso che muove mani e dita, e una specie di mutilato. È avvolto in bende artificiali che si chiamano vestiti; si appoggia a sostegni artificiali che si chiamano mobili. Il suo spirito ha le stesse malcerte libertà e le stesse bizzarre limitazioni. Solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi egli avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell'universo e lo volesse celare all'universo stesso. Solo tra gli animali sente il bisogno di staccare i suoi pensieri dalle profonde realtà del suo essere corporeo; di nasconderli talora come in presenza di più alte possibilità che gli creano il mistero del pudore. Sia che esaltiamo queste cose come naturali all'uomo, sia che le disprezziamo come artificiali e contro natura, esse rimangono nondimeno uniche».

«Chesterton», scrive Zizek, «definisce questo modo di procedere "pensare a ritroso": dobbiamo riportarci al passato, prima che fossero prese le decisioni fatali o prima che gli accidenti accaduti generassero lo stato di cose che ora ci sembra normale, e il modo migliore per farlo, per rendere palpabile questo momento aperto di decisione, è immaginare come, a quel punto, la storia avrebbe potuto prendere una direzione diversa. Riguardo alla Cristianità, invece di perdere tempo a indagare le sue relazioni con il giudaismo - come essa abbia frainteso il Vecchio Testamento ravvisando in esso l'annuncio dell'arrivo di Cristo cercando poi di ricostruire come erano gli ebrei prima della Cristianità, non toccati dalla prospettiva retroattiva cristiana, si dovrebbe piuttosto capovolgere la visuale ed 'estraniare' la stessa Cristianità, trattarla come Cristianità in di-venire, focalizzando l'attenzione su quale strana bestia, quale scandalosa mostruosità, Cristo deve essere apparso agli occhi dell'establishment ideologico-ebraico.

lunedì 9 marzo 2020

Una lettera aperta del Gran Commendatore Massimo Agostini




Carissimi Compagni e Cavalieri ufficialmente mi trovo in zona rossa, al pari di tanti fratelli.
Molti fratelli sono impegnati in vario modo in prima linea nello svolgere il loro lavoro.
Sono certo che, come iniziati, sapremo donare forza, bellezza e sapienza per alleviare i disagi,  dolori e paure che stanno attraversando il paese,
Ho sentito alcuni fratelli già impegnati come medici in questa ardua battaglia,  sentendo in ognuno  la grande levatura umana, nella consapevolezza della gravità di questa emergenza.
Un particolare ringraziamento a tutti i fratelli, in particolare gli operatori sanitari e chi svolge attività di volontariato, che in vario modo si trovano impegnanti in attività di assistenza e sanità pubblica. Sono certo che come compagni e cavalieri sapremo dimostrare, proprio nelle destabilizzanti emergenze, la potenza della via iniziatica.
Con tutto il mio cuore.
NNDNN
Massimo Agostini

venerdì 6 marzo 2020

H. Un corso di Fenomenologia e Logica per andare dietro l'apparenza delle cose



H. La Filosofia per come non l’hai mai vissuta.  Finalmente in un unico corso (anche online) Fenomenologia, Logica, Reti Neurali e Intelligenza artificiale. E niente sarà più come prima. È la prima iniziativa de La Casa del Senso, l'associazione di divulgazione e pratiche filosofiche che ha questo come obiettivo: far vivere la vita con una maggiore consapevolezza. Una grande avventura dello Spirito, in tre livelli (H1, H2, H3), a partire da 25 euro l’anno. Per informazioni o iscrizioni: lepantofoledihegel@gmail.com

mercoledì 4 marzo 2020

Massoneria e Cabala. La Shin

di Luca Delli Santi




La complessa ed affascinante cerimonia di esaltazione a Maestro Massone dell’Arco Reale prevede, fra i molti suggestivi viaggi proposti al candidato, di rivivere l’episodio del roveto ardente, in cui Mosè incontra il Dio degli ebrei e gli chiede di riferirgli il proprio nome: Ehyeh Asher Ehyeh, comunemente tradotto “ Sono ciò che Sono”, comunemente quanto impropriamente, la formula corretta è Sarò ciò che Sarò”. Rinviamo alle considerazioni su questo a quanto ha scritto Mauro Cascio nel suo testo su Massoneria e Cabala “La Sapienza di Re Salomone “, siamo partiti da qui in quanto nel roveto, in quel fuoco vitale che sprigiona la forza divina, si manifesta la lettera Shin.
La ghematria della lettera ci rinvia alla sua particolare potenza simbolica, vale 300 come Ruah Elohim, lo Spirto di Elohim, si tratta di una componente connessa con libertà  di azione e potenza di espressione, è anche un riferimento alla controparte femminile di Elohim, il nome che rappresenta le potenza creatrici, la parola Ruah in ebraico è femminile, affiancata al plurale maschile ne rappresenta la polarità opposta e complementare, per altro vi è un solo momento in cui Elohim parla al plurale: “facciamo l’Uomo a nostra immagine e somiglianza” Genesi 1:26 in quel momento Elohim è in armonia perfetta fra le sue polarità e crea il primo Adamo, che era  androgino.
La forma della Shin richiama il tema della grazia, intesa come armonia, in ebraico la parola è Chen, le sua forma particolare infatti esprime grazia ed equilibrio. Le tre “teste “ della Shin rappresentano la tripartizione del cervello umano, ma a livello più elevato sono connesse con la tripartizione della sephira Keter: l ‘Estremità Inconoscibile, un luogo inaccessibile alla mente umana ove hanno sede tutti i paradossi cosmici, l’Estremità del Nulla, un luogo accessibile attraverso l’annullamento dell’ego e l’abbandono all’Assoluto,  si tratta anche secondo alcune tradizioni cabaliste, del luogo in cui si genera il desiderio divino  di creare . La terza, infine, l’Estremità Infinitamente lunga è la parte di Keter che conosciamo unendo Comprensione e Sapienza, formando la sephira non sephira Da’at.
La parola “shen”, dente condivide la medesima radice della lettera, in origine anzi erano la stessa parola, il dente è inteso come capacità di masticazione, assimilazione, sul piano spirituale ciò esprime la capacità di individuare le connessioni con i mondi spirituali, riempire l’esistenza al di là degli aspetti quotidiani, cogliendo il senso stesso della nostra incarnazione nel mondo materiale.
La forza vitale della Shin è la radice stessa dell’Albero della Vita, è connessa con l’energia della testa umana, come insegna il Sepher ah Yetzirà, infatti la si trova anche incisa sui Fliatteri che gli ebrei religiosi indossano durante la preghiera del mattino.
Nella creazione la lettera Shin è connessa con le forze della circolarità e del trascorrere del tempo.  Shin infatti significa “anno” ripetizione, ed anche connessa con la parola sheinà, sonno, inteso come inattività, passività rispetto alla necessità di acquisizione della consapevolezza, un processo che nel mondo fisico ha il suo equivalente nelle forze entropiche, negli organismi viventi è connesso con i processi di invecchiamento biologico. Il nome Shin è anche connesso con la parola sanà, odiare, detestare disprezzare, in aramaico ha la medesima radice di shena, essere cambiato, essere diverso, ma anche modificare o trasgredire.
La Shin a Quattro Braccia:
Osservando con attenzione il Filattero (Tefillin ) del capo utilizzato dai religiosi nei rituali del mattino, cui accennavamo in precedenza, si noterà che da un lato vi è la Shin normale, a tre braccia, dall’altro una Shin a quattro braccia. Questa Shin non è un’altra lettera, è la Shin nella forma che assumerà nel Mondo Avvenire l’Olam ha Ba, di cui facemmo cenno trattando della lettera Tav.
La Shin a quattro braccia è citata nel Talmud Menahot, nel commentario sull’Esodo, scrive il Rambam Rashi: “Shin a quattro braccia ci chiede di guardare oltre la dimensione temporale e di trovare il significato in ciò che è evidente e anche in ciò che è velato e nascosto” La Shin da un lato ci inviata a riconoscere i nostri limiti, ma ci sprona, conservando l’umiltà, a superarli, a guardare oltre, rammentando che vi è una realtà infinita al di là dell’esperienza finita.

La Shin e il Telos messianico

La Shin a quattro braccia viene descritta nel Sepher ha Temunah, il libro dei segni o delle figure, si tratta di un testo di cabala medioevale, l’autore è anonimo, che delinea una articolata e complessa descrizione delle lettere dell’Alef Beith, questa guida mistica narra di un segno che verrà raccolto dal Messia: “ Egli correggerà tutti i difetti ed i problemi attuali”, secondo questa trattazione il segno del Messia sarà la lettera Shin a 4 braccia. La stretta connessione con l’elemento messianico lo ritroviamo anche nella ghematria, trecento, la medesima di Ruah Elohim, lo Spirito di Elohim secondo le tradizioni mistiche messianiche dell’ebraismo è uno dei nomi segreti connessi alla manifestazione messianica, che rammentiamo è il più elevato stato dell’essere dell’animo umano.
Nella cabala cristiana, anzi in realtà nell’esoterismo cristiano ben al di là della cabala, la connessione fra la Shin e l’elemento messianico è tenuto in grande rilievo, la potenza vitale della Shin è connessa con l’elemento cristico stesso. Il nome stesso Gesù, in aramaico ( Yod, Shin, Vav, Hey ), letteralmente YHWH salva, è caratterizzato dall’essere scritto con le lettere del Tetragramma cui si aggiunge una Shin, ragionando su questo elemento cabalisti, mistici ed esoteristi cristiani hanno elaborato la nota formula del Petagrammaton ( Yod Hey, Shin, Vav, Hey ) rappresentante la discesa della Spirto Santo nel Tetragramma, operando così l’incarnazione del Logos che si riflette nella composizione del nome Yeshua, Gesù. La Shin ha quindi anche significati riconducibili alla dottrina Martinezista, da cui derivano le prassi del Martinismo moderno e contemporaneo.

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martedì 3 marzo 2020

Massimo Agostini (Rito di York): «Dobbiamo sapere per cosa si vive»



Giusto la settimana scorsa parlavamo della paura. Dicevamo che solo i tempi oscuri fanno in modo che l’uomo possa riflettere sul senso delle cose più piene e vere, riesce a dare priorità ai valori. Dobbiamo certo prendere le distanze dai toni allarmistici, ma una cosa è certa: la questione del Coronavirus ci fa riflettere sotto diversi punti di vista, medico, innanzitutto, ma anche sociale e filosofico. Dobbiamo dare risposte alle tante domande anche da iniziati. Quante cose si sono aperte alla nostra riflessione? L’uomo non ci appare più così potente, un nemico piccolo, subdolo e invisibile ha fatto vacillare le sue certezze. E ha messo a nudo le sue miserie: la sua presunzione sulla natura, il suo preferire l’avere all’essere. Mentre si insinua l’idea che a morire siano i vecchi, come se la vecchiaia, di valori, non ne avesse. Un tempo gli anziani erano i saggi, i detentori della conoscenza. Oggi diventano un peso, uno strumento per attutire le paure dei giovani. C’è un mondo in crisi e l’unica cosa a cui si pensa è il Pil. Quanto ci costerà tutto questo?
E viene in mente uno come Dostoevskij che ha indagato il buio dell’uomo come pochi altri: «Il segreto dell'esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive».

Massimo Agostini - Gran Commendatore Cavalieri Templari - Rito di York

Alessandro Pusceddu (Rito di York): «Un cammino da fare insieme»



Abbiamo voltato pagina. Questo è per tutti un nuovo anno massonico. Ricominciare in qualche modo da zero. Con l’eredità e la ricchezza degli anni precedenti. Ma con la lettera maiuscola. Non è solo andare a capo. È proprio avere tutta la facciata ancora da scrivere. È quello che si chiama in qualche modo ‘futuro’. Perché le pagine scritte, il passato, ci aiutano a capire, ma noi dobbiamo guardare avanti, a chi crede nella bellezza del costruire, nell’immaginare. Abbiamo porticati luminosi e noi ci passeggiamo sereni. Senza questo libro lo spirito dell’uomo camminerebbe nell’oscurità. A questo serve la Massoneria: a sapere che c’è un sentiero in cui siamo tutti insieme e quella possibilità che ci stiamo dando si chiama domani.

Alessandro Pusceddu, Gran Maestro f.f. Gran Concilio Massoni Criptici d'Italia - Rito di York

lunedì 2 marzo 2020

Gli orologi di Schopenhauer



« Chi ha giuste intuizioni in mezzo a cervelli confusi si trova come uno che abbia un orologio che funziona in una città dove tutti i campanili hanno orologi che vanno male. Lui solo conosce l’ora esatta, ma a che gli giova? Tutti si regolano secondo gli orologi della città che indicano l’ora sbagliata, persino chi è al corrente che solo il suo orologio segna l’ora giusta»

(Arthur Schopenhauer)