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venerdì 19 febbraio 2016

Ecco la chiesa dell'infinito

di Valentina Marelli



Il variegato ed affascinante panorama delle Marche, una regione che regala innumerevoli sorprese storiche ed artistiche a chi decide di visitarla, possiede credo il più alto numero di chiese romaniche pressoché intatte. Un patrimonio culturale che pone questa regione al secondo posto dopo la Francia, in termini di qualità e quantità dei luoghi risalenti al periodo Romanico.

Uno di questi è la piccola chiesa di San Vittore alle Chiuse  che si trova a San Vittore Terme nel comune di Genga (provincia di Ancona), in posizione isolata alla confluenza del fiume Sentino nell'Esino e presso la gola e le grotte di Frasassi. È emozionante arrivarci in macchina ripercorrendo la tortuosa strada che costeggia la gola e trovarsela, se pur in lontananza, riprendere di bianco illuminata dal sole che si staglia sullo sfondo delle montagne ricoperte della verde e rigogliosa vegetazione. La prima cosa a cui ho pensato quando l’ho visitata per la prima volta è stato che doveva essere stato un posto di pellegrinaggio estremamente affascinante; chissà che emozione nei secoli passati dovevano aver provato i pellegrini nello scorgerla dopo giorni o mesi di cammino fatto a piedi.

Sorta come chiesa conventuale benedettina di un complesso monastico documentato fin dal 1007 la sua edificazione dovrebbe risalire al periodo 1060-1080. Si tratta di una delle maggiori testimonianze di architettura romanica delle Marche e nonostante pesanti restauri novecenteschi mostra ancora l'articolazione volumetrica originale. All'inizio del XIII secolo il convento raggiunge il periodo di maggiore splendore, esercitando la giurisdizione su 42 chiese e su vasti beni e territori. Dopo una lunga decadenza, nel XV secolo l'abbazia fu soppressa; del complesso monastico rimangono solo pochi ambienti. La sua storia pare sia legata ad un’altra notevole costruzione di cui parleremo in seguito che è in provincia di Macerata, da una leggenda che vedrebbe il Vescovo di San Vittore aver ricevuto in sogno il computo di erigere una Abbazia, come poi ha fatto; ma questa è una leggenda di cui parleremo qui sul blog nei prossimi articoli.

La chiesa, costruita in pietra calcarea, presenta una pianta a croce greca iscritta in un perimetro quasi quadrato, con quattro colonne che dividono la chiesa in nove campate coperte da volte a crociera a parte quella centrale sulla quale si imposta una cupola con tiburio ottagonale, poggiante sulle colonne, tramite arconi e pennacchi a tromba. Sono presenti cinque absidi semicircolari lungo il perimetro: una su ciascun fianco e tre sul lato absidale a oriente. La facciata è caratterizzata da una bassa torre cilindrica e da un alto torrione quadrangolare che probabilmente ha sostituito l'altra torre cilindrica in epoca successiva. Le due torri e la compatta volumetria contribuiscono a dare alla chiesa un aspetto di fortezza.




Ma la caratteristica più peculiare di questa Abbazia resta certamente l’unico fregio simbolico che rappresenta un elemento unico all’interno dell’austera e vuota chiesa. Un simbolo nascosto perché volutamente non messo in bella mostra, scolpito in una pietra accanto ad una finestra: il simbolo che per molti rappresenta L’infinito.

In effetti a ben guardarlo assomiglia moltissimo al numero 8 anche se appena lo vidi la mia mente iniziò a lavorare autonomamente cercando di trovare una connessione tra quel simbolo che mi risultava familiare a qualcosa di nascosto nella mia mente, ed in effetti mi ricordava in Nastro di Moebius, rappresentazione simbolica dell’Infinto appunto che il matematico August Ferdinand Möbius creò tra il 1790 ed il 1868 anni in cui visse.
Simbolo sicuramente legato molto più alle scienze che non alla religiosità resta un elemento da approfondire e studiare in quando estremamente inusuale all’interno di un luogo di culto.





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venerdì 12 febbraio 2016

Il Medioevo a Valvasone

di Valentina Marelli



La sede dell'ultima conferenza del Clan Sinclair Italia tenutasi a Valvasone in provincia di Pordenone è stato un castello medioevale, il castello che sovrasta il borgo. Un luogo su cui sono visibili le cicatrici del tempo, i mutevoli restauri e i successivi ampliamenti. Un luogo però che ha un fascino ed un'energia particolare.
Ecco cosa ci hanno raccontato su di esso i ragazzi del G.A.F. Il Group Artistic Furlan con i quali abbiamo organizzato l'evento, e che ci hanno accompagnato, insieme ai ragazzi dell'ente del turismo a visitarlo:

Il fulcro che diede vita al primo nucleo del borgo di Valvasone è stato il castello. Costruito in muratura su preesistenze tardo antiche nel XIII secolo, è appartenuto all’antica e nobile casata dei di Valvasone, discendente dalla famiglia carinziana dei di Cosa. Nel 1293 divenne possesso del ramo familiare dei Cuccagna di Spilimbergo che da quel momento in avanti affiancò il suo stemma con il leone rosso a quello dei di Valvasone, ovvero un lupo nero in campo bianco (il nome Valvasone deriverebbe dal tedesco wolfes +höfe ovvero masseria del lupo). Il luogo, su cui sorge il castello, è stato strategico fin dall’epoca romana, poiché permetteva il controllo del tratto della via Postumia che sfruttava il vicino guado sul fiume Tagliamento in uso fino all’800. Incendiato, ricostruito e danneggiato più volte, anche dagli eventi sismici dei nostri tempi, il castello ha subito nel corso dei secoli notevoli modifiche ed appare oggi come un palazzo rinascimentale ormai privo dei sistemi difensivi di cui era dotato in origine (torri,fossato e ponte levatoio). Nel corso dei secoli ha ospitato diversi personaggi importanti come papa Gregorio XII nel 1409, papa Pio VI nel 1782 e Napoleone Bonaparte nel marzo del 1797.

Eccoci spiegata l'attuale fattura che oggettivamente sembra un collage di stili ed opere murarie che richiamano a periodi storici diversi; che rendono il posto ancor più pittoresco ed affascinate.




Grazie ai recenti restauri all’interno dell’ala centrale del castello, di proprietà comunale, è possibile ammirare un prezioso TEATRINO, ad uso privato, di fine ‘700 attorniato da uno splendido fregio più antico, risalente alla fine del ‘500, affrescato con putti e scene tratte dalla mitologia classica. Quest’ultimo è stato ispirato dall’opera del conte ERASMO di VALVASON (1523-1593), autore di poemi come “La Caccia” e “L’Angeleida” e traduttore di opere classiche. In un’altra sala sono stati riportati alla luce affreschi della seconda metà del ‘300. Nei piani superiori sono ospitati un Oratorio dedicato all’Immacolata con stucchi tardo seicenteschi di Bernadino Barelio, saloni con soffitti lignei cinquecenteschi perfettamente conservati e con decorazioni neoclassiche attribuite a Domenico Paghini.

Su uno di questi affreschi ci è stato detto di porre maggiore attenzione da Daniele Franceschi, l'organizzatore dell'evento in quanto richiama, in veste simbolica e allegorica, quella che è conosciuta come la Guerra di Zoppola, nella quale si fronteggiarono le famiglie di Valvasone e quelle di Zoppola per il possesso di un feudo.




L'affresco in questione si chiama L'Asino e il Lupo, l'allegoria, come si vede dalla foto, raffigura il saggio asino che rappresenta il Patriarca, mentre insegna al lupo, che rappresenta i Valvasone, ed è risalente al XV secolo.

Queste che vi ho raccontato sono la punta dell' iceberg di una cultura enorme e che non è andata perduta perché vive nelle tradizioni e nella personalità degli abitanti di queste zone. Più di ogni altro posto in cui sono stata gli abitanti conoscono la loro storia e questo è incredibile ed affascinate allo stesso tempo, oggettivamente resteresti ad ascoltarli per giorni e giorni, ti raccontano la storia, ma anche il “pettegolezzo”, le leggende ed i miti del passato e del presente, a queste storie si intrecciano le vite dei loro avi.

Ad esempio gli anziani raccontano che all'interno del castello c'era un sotterraneo che oltrepassate le fondamenta e il fossato di cinta, conduceva fuori dal paese. Non è dato di conoscerne precisamente il percorso ma sicuramente portava lontano, in mezzo ai campi, affinché i conti, i nobili e la loro servitù potessero mettersi in salvo. Un passaggio che adesso non esiste più ma di cui si racconta nella tradizione popolare.

A Valvasone rivive il mito del medioevo a settembre in occasione delle celebrazioni di Medioevo a Valvasone, ecco io vi consiglio un giro da queste parti e magari ritagliatevi del tempo per parlare con le persone e farvi raccontare la loro storia.

venerdì 5 febbraio 2016

La Chiesa Templare di Tempio di Ormelle

di Valentina Marelli

In occasione della conferenza del Clan Sinclair Italia dal titolo Il Medioevo delle Eresie che si è tenuta a Valvasone in provincia di Pordenone, il nostro socio Daniele Franceschi ci ha organizzato una visita alla chiesa Templare di Ormelle.
All'inizio credevo che la località si chiamasse Ormelle e che la denominazione “Tempio di Ormelle” fosse riferita alla chiesa della città, in realtà la località si chiama Tempio ed è una frazione del paese più grande che è Ormelle; questo già a segnalarci che l'antico territorio era un possedimento dei Cavalieri del Tempio già in epoca delle Crociate.


Come ci ha raccontato la guida la denominazione di Tempio riferito al luogo risale al 1178 in quanto viene citato in un documento ufficiale conservato negli archivi del tribunale di Ormelle, come testimone un tale Giovanni de Templo, questo a prova del fatto che questa frazione era già conosciuta con il nome di Tempio, ma esistono altri documenti risalenti al 1312 quando viene stilato un elenco dei beni del Priorato, c'è l'intervento dell'inquisizione e a seguito di una lite tra il Priorato del Tempio e la famiglia dei Dacameno, liti che di solito avevano come motivo i confini delle proprietà, viene imprigionato un tale Giovanni di Castel Arquato.
Queste due date, assolutamente certe perché esistono tutt'oggi i documenti citati, sono molto importanti perché ci danno il lasso di tempo nel quale comincia la storia di questa chiesa e il suo legame certo con l'Ordine del Tempio, in quanto ci troviamo con la prima vicini alla sua  fondazione, con la seconda appena dopo la sua fine.

La Chiesa dei Templari fu quindi edificata intorno al XII secolo proprio dall'Ordine Monastico-Guerriero dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme; con successivi ampliamenti e nuove costruzioni tra il XIV e XVIII secolo, quando ai Templari subentrarono i cavalieri del Sovrano Ordine Militare di Malta.
La chiesa era anticamente inserita in una unità architettonica ed amministrativa ben delineata chiamata Masòn, termine derivante dal francese Maison, che sta ad indicare un insediamento isolato, originariamente connesso a stazioni di sosta lungo strade principali. La chiesa quindi risulta essere l'unica costruzione sopravvissuta del periodo templare mentre gli altri edifici oggi superstiti appartengono al periodo Giovannita.
I Templari si insediarono in questo luogo dove si snodava uno degli antichi percorsi romani, la Via Opitergium-Tridentum vicinissima alla Via Postumia che collegava Genova ad Aquileia.

Dell'impianto originario di epoca templare abbiamo la prima parte della chiesa costruita in perfetto stile romanico, nel pavimento possiamo vedere i segni di dove un tempo la chiesa finiva e sorgeva l'abside


 

ed il portico con i suoi affreschi, che purtroppo essendo molto rovinati sono quasi illeggibili per la maggior parte. Di uno, quello maggiormente visibile si raccontano molte storie e mille ipotesi sul suo significato. Due ci sono sembrate particolarmente interessanti.

La prima ce l'ha raccontata la nostra guida e pare che l’affresco sia la rappresentazione di una dormizio Virginis cioè la morte della Madonna pensata come nei luoghi d’origine della Madonna e nella sua epoca, non certamente come qui da noi adesso che quando pensiamo alla morte della vergine qui pensiamo subito all’Assunta, precedentemente era rappresentata con il catafalco con la vergine addormentata ed il figlio che ne raccoglie l’anima qui rappresentato da quella specie di bambolotto che si distingue nell’affresco.

La seconda interpreta l'affresco come Maria Maddalena che, seduta su di una sedia gestatoria, porge quello che sembra un bambino fasciato, quindi un neonato al suo sposo. Secondo i sostenitori di questa ipotesi questo affresco sarebbe la testimonianza della Genia di Gesù e di Maria Maddalena e che quindi la chiesa fosse uno dei luoghi in cui i Templari avevano scelto di custodire il Santo Graal, quindi le prove della discendenza Reale.


Indipendentemente da quale storia si sceglie di credere visitare la chiesa di Tempio ad Ormelle è una esperienza che è meglio non farsi scappare.

venerdì 29 gennaio 2016

Le Nuraghe di Barumini

di Valentina Marelli

Il sito archeologico “Su Nuraxi” è un complesso che dista circa 100 kilometri dalla città di Cagliari, in Sardegna; risalente al XV secolo A.C. Questo importantissimo ed affascinante sito è dal 1997 riconosciuto dall' UNESCO come Patrimonio Mondiale dell'Umanità proprio per la sua unicità.

Circa 6 anni fa conobbi lo studioso Massimo Agostini, attualmente Vice Presidente del Clan Sinclair Italia e autore di vari libri, l'ultimo ancora caldo di stampa è Nel Nome della Dea – Sulle tracce dell'Antica Religione (Tipheret). Gli studi di Massimo si sono evoluti nel corso di questi anni fino a specializzarsi su temi il cui argomento è il Sacro e la sua evoluzione nel corso dei secoli. Qualche mese prima che Nel Nome della Dea venisse dato alle stampe, in un incontro con Massimo, il discorso cadde su di un argomento per me molto interessate, i così detti Popoli del Mare, quelli che lui ha definito i Popoli che vennero da dietro al sole e dalle isole poste nel verde, questa misteriosa stirpe viene indicata con nomi diversi uno di questi è Shardana (Sardi), come Agostini scrive nei suoi libri: Una civiltà misteriosa quella dei “Popoli del Mare” che, sebbene di origine incerta, presentava caratteristiche sociali e di conoscenza talmente evolute, da essere ritenuta dagli storici responsabile dell'epocale passaggio dell'umanità dall'età del bronzo a quella del ferro... Gli Shardana erano dei coraggiosi guerrieri che ben prima del XII secolo A.C. esercitavano la loro influenza su alcuni territori del mediterraneo, avendo come principale insediamento la Sardegna.

È opinione dello stesso Agostini che la Sardegna sia una terra ricca di reperti del periodo neolitico come dolmen, le tombe dei giganti, i pozzo sacri e i villaggi Nuragici. Potevamo pensare che Shardana e Nuraghi fossero la stessa etnia?  Nel recente viaggio a Cagliari con il Rito di York essendo il sito archeologico di Su Nuraxi così vicino alla città che ci ha ospitato con queste domande in testa abbiamo colto l'occasione per andare a vedere con i nostri occhi se potevamo trovare una parziale risposta alle nostre domande. L'esigenza di una visita divenne maggiormente pressante quando, esposte le idee di Massimo a pranzo ci confermarono la vicinanza tra l'Antico popolo degli Shardana con gli abitanti dei Nuraghi e la loro presunta discendenza con il Popolo di Atlantide.

Le teorie archeologiche sui Nuraghi sono abbastanza controverse, la quasi totalità degli archeologi sostiene si tratti di insediamenti fortificati ad uso abitativo / militare, riuscendo ad argomentare questa ipotesi interessante e plausibile ma altrettanto poco veritiera, attraverso ritrovamenti e studi coadiuvati da architetti ed ingegneri che per anni hanno studiato e misurato i siti. Questa è insomma la spiegazione ufficiale sui villaggi Nuragici.
Esiste però una piccola e ristretta cerca di studiosi che invece sostengono altro, che raccontano una storia diversa, molto più complessa molto più affascinante e noi cercatori sui sentieri del senso volevamo vedere con i nostri occhi di cosa si trattava, raccogliere le nostre personali impressioni, confrontare intuizioni ed ipotesi certo non per schieraci dalla parte dell'una o dell'altra fazione, ma per verificare con la nostra mente e nozioni che cosa poteva rivelarsi ai nostri occhi.
Abbiamo avuto la fortuna di trovare un appassionato compagno di viaggio e di ricerca Gianluca Mosca che come noi aveva voglia di confrontarsi con questa realtà così importante.

Dalla nostra visita è risultato evidente che i Nuraghi erano templi e che ogni villaggio ne aveva almeno uno. Erano orientati in direzione Sud/Sud-Est, cioè verso la luce. Il Nuraghe in tal senso era per come fu costruito la manifestazione in terra dell'astro che ci da la vita, Il Sole.


Gianluca ci raccontò che questa ipotesi di uno scopo legato al Sacro veniva confermata dal fatto che ogni anno in coincidenza del solstizio estivo, dal foro apicale della torre, quando il Nuraghe è ben conservato, il raggio di luce comincia lentamente a scendere e a illuminare la nicchia centrale della camera nuragica normalmente buia (quella che tanto per intenderci gli archeologi sostengono essere un giaciglio e gli ingegneri sostengono essere un elemento di alleggerimento della portanza della struttura). L'atmosfera che si crea all'interno, per circa un'ora, diventa davvero magica.


La parte più interna del Nuraghe invece contiene un pozzo sacro che era una struttura dedicata al culto delle acque, e le acque ci riportano al culto della Luna, il connubio Luna-Acqua come simbolo di vita, di fertilità e di femminilità. Da questi due semplici e superficiali esempi si evince come in questo antico popolo fossero presenti le polarità Sacre, quella maschile e quella femminile. Il pozzo esiste attualmente e prende l'acqua direttamente dalla vena sottostante.


Quello che ha maggiormente colpito Tiziano fu, all'esterno la presenza di archi di pietra di fattura complessa, che confermano l'ipotesi che i popoli Nuragici possedessero capacità costruttive eccezionali.


Alla fine siamo entrati a Su Nuraxi con mille domande, e benché qualche risposta fossimo riuscita a trovarla, in realtà siamo andati via portandocene diecimila insieme ad una gran voglia di ritornarci in occasione del prossimo solstizio.

venerdì 22 gennaio 2016

La città magica e il Tempio di Iside

di Valentina Marelli




Torino è la città magica per eccellenza, da sempre la città degli opposti, dove il bene e il male convivono, e continueranno a convivere per sempre. Vi si trovano addirittura un punto estremamente negativo ed uno estremamente positivo, luoghi fisici realmente esistenti, nei quali le energie negative o positive si concentrerebbero dando il peggio o il meglio di se. Torino è stata, per chi forse non lo ricorda, la prima capitale d'Italia dal 1861 al 1864 prima ancora di Firenze e di Roma, è la città da dove tutto inizia ma anche da dove, altrettanto sorprendentemente, tutto fugge.

Nei primi del cinquecento vi è passato Paracelso, il noto filosofo e medico svizzero, noto anche per essere uno studioso dell'occulto; in questa città visse Nostradamus che, durante la sua permanenza a Torino, curò Margherita di Valois, moglie di Emanuele Filiberto I di Savoia. E poi ancora Cagliostro, Nietzsche, che proprio a Torino scrisse la sua famosa opera Ecce Homo ed infine un uomo conosciuto con lo pseudonimo di Fulcanelli, che si rivelò particolarmente interessato alla Torino sotterranea ed alle grotte Alchemiche.

La sorprendente peculiarità di questa città dalle mille sfaccettature le cui vicende storiche nel corso dei secoli si intrecciano con quelle mitiche e leggendarie sarebbe anche dovuta ad un “difetto di fabbricazione”, nonostante la città fosse stata edificata a pianta quadrata, la pianta tipica degli accampamenti romani, sarebbe orientata verso ovest, li dove il sole tramonta, conferendole secondo alcuni un significato lugubre ed oscuro.
Una delle frasi che sento ripetere più spesso è: a Torino stai certa che l'esoterismo è radicato, ed io mi sono sempre chiesta che cosa ha di tanto speciale questa città?
Sicuramente molto importanti ed evidenti sono i rapporti con il mondo egizio in particolare con il culto della Dea Iside, spesso identificata con l'appellativo di Grande Madre. Iside è anche la Dea della fertilità, ed era associata alle piene del Nilo, che portavano una terra scura e fertile dal nome di AL-Kimiya, che noi conosciamo come Alchimia. La Dea Iside è raffigurata come una grande madre appunto dalla pelle scura, e per chi volesse addentrarsi in uno studio approfondito e serio sulle Tracce dell'Antica Religione può avvalersi di uno strumento molto efficace; l'ultimo libro di Massimo Agostini edito da Tipheret dal titolo Nel Nome della Dea.

E guarda un po' proprio a Torino esiste una chiesa, splendida ed a pianta circolare, che viene chiamata appunto La Grande Madre, nei cui sotterranei è custodita una Vergine Nera, ma la sua leggenda non si ferma solo a questo.

La Chiesa della Gran Madre di Dio venne commissionata dal Municipio di Torino nel 1814, per celebrare il ritorno di Vittorio Emanuele I dopo il congresso di Vienna. Il progetto venne affidato all'architetto reale Ferdinando Bonsignore, che per la sua realizzazione si ispirò al Pantheon di Roma. I lavori cominciarono nel 1818 e terminarono 13 anni dopo, nel 1831. Tra il 1933 e il 1940 subì alcuni cambiamenti in occasione della sistemazione dell'Ossario dei Caduti della Grande Guerra. Ai lati della scalinata d'accesso sono collocate le due statue che raffigurano la Fede e la Religione, opera dell'artista cararrese Carlo Chelli.
Sono proprio queste due statue oggetto di significati occulti che le vogliono portatrici di un grande segreto: il luogo di sepoltura della reliquia delle reliquie; il Santo Graal.
Difatti se osserviamo bene la statua che rappresenta la Fede notiamo subito che in una mano ha una coppa che alza verso il cielo mentre l'altra indica in basso un punto nel pavimento , questo particolare posizionamento delle mani non trovando una spiegazione convincente è stato interpretato come il segno inequivocabile del luogo di sepoltura del Graal. Per qualcuno invece è lo sguardo della statua ad indicare il luogo in cui sarebbe custodito il Santo Graal. Per altri invece la spiegazione è un'altra, ovvero la rappresentazione di una delle massime più famose della tradizione esoterica che recita: “Come in alto, così in basso”, a riprova di ciò ci viene fatto notare che la statua  non ha pupille, i suoi occhi sono come ciechi e che quindi non possono in realtà indicare nessun luogo.

Forse la Verità come sempre sta nel mezzo, nell'interpretazione del simbolo che non è mai univoca, ma che richiama sfaccettature di senso diverse a seconda di chi lo osserva. La Verità è che forse se esiste un segreto il segreto non va rivelato, da qui la cecità della statua, il segreto si mostra e solo chi possiede la Conoscenza può vederlo.
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venerdì 15 gennaio 2016

A Venezia c'è una casa Maledetta

di Valentina Marelli




La bella ed intrigante città di Venezia, nasconde un cupo segreto. Si narra che tra i palazzi maestosi che si affacciano sul Canal Grande, ce ne sia uno maledetto. Quando si arriva a Venezia in genere si lascia la macchina in Piazza Roma e si prende il vaporetto che porta in San Marco. Il tragitto lo si percorre sul Canal Grande, ancora più suggestivo è di sera quando si intravedono le grandi sale da ballo o i disimpegni coperti illuminati da fastosi lampadari in stile veneziano. In quella mezz'ora di tragitto mi sono spesso soffermata ad immaginare la vita che poteva svolgersi in quei meravigliosi palazzi che nascondevano dietro facciate fatiscenti, barocchi e tracotanti saloni. Immaginavo le feste in maschera,  broccati, gli abiti dell'ottocento; ma quello che non sapevo era che tra di essi si nascondeva un palazzo con una lugubre storia: Ca' Dario.

Ca' Dario è un palazzo di Venezia situato nel sestriere di Dorsoduro, ed è tristemente famoso per la maledizione che graverebbe su di esso: secondo la leggenda infatti i suoi proprietari sarebbero destinati a morire di morte violenta o di finire in bancarotta, è ovvio sono solo legende ed antiche superstizioni ma …

Era il 1479 quando il senatore di Venezia Giovanni Dario decise la costruzione del palazzo di famiglia. Forse non sapeva che nel punto sul quale l'avrebbe fatto erigere si trovava un cimitero, secondo alcuni si trattava di un cimitero templare. Una volta completata la costruzione, naturalmente, ci andò ad abitare, ma molti membri della famiglia Dario morirono prematuramente per disgrazia, assassinio o suicidio. Ad altri invece toccò una sorte diversa, si ridussero sul lastrico e giunti alla più totale indigenza, vendettero il Palazzo Maledetto. Fu da quel momento che si cominciò a pensare che il palazzo portasse sventura a chi ne fosse il proprietario creando la leggende che esiste ancora ai giorni nostri.

La famiglia Barbaro rimase in possesso del Palazzo Dario fino agli inizi del XIX secolo, quando Alessandro Barbaro (1764-1839), membro dell'ultimo Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia e Consigliere Aulico del Tribunale Supremo di Verona, vendette il palazzo a Arbit Abdoll, un commerciante armeno di pietre preziose. L'uomo non ebbe molto tempo per godersi la nuova abitazione, poiché presto la sua attività fallì miseramente e morì subito dopo. Radon Brown, studioso inglese che acquistò l’edificio, fu uno degli sfortunati che morì misteriosamente insieme al suo compagno. Si pensò al suicidio. L'americano Charles Briggs, fuggito in Italia con il suo amante perché negli Stati Uniti l'omosessualità era fuorilegge, non ebbe vita lunga una volta giunto a Venezia e acquistata Ca' Dario: si suicidò con il proprio amante. Tra il 1899 e il 1901 il poeta francese Henry De Regnier visse da ospite all'interno del Palazzo, fino al sopraggiungere di grave malattia che pose termine ai suoi soggiorni veneziani. Agli inizi degli anni Settanta l'edificio venne acquistato da Filippo Giordano delle Lanze. Anche lui subì una tragica fine, ucciso dall’amante, un diciottenne che gli spaccò una statuetta sulla testa. Il ragazzo fuggì a Londra ma morì a sua volta per mano di sconosciuti. Christopher "Kit" Lambert, manager del gruppo rock The Who, acquistò Ca' Dario e morì cadendo dalle scale. Si ipotizzò, anche in questo caso, il suicidio. Fabrizio Ferrari, un manager veneziano, acquistò e si trasferì a Ca' Dario agli inizi degli anni '80. Ben presto ebbe un tracollo economico, mentre sua sorella Nicoletta morì in un incidente d'auto senza testimoni, a pochi metri dalla propria auto capovolta. Poco più di vent'anni fa Raul Gardini acquistò il palazzo per farne dono alla figlia. Fu poco dopo coinvolto in numerosi scandali finanziari e subì pesanti perdite. Morì anch'egli suicida, sparandosi, in circostanze poco chiare: fu trovato morto nella sua casa di Milano, il 23 luglio 1993. L'illustre tenore Mario Del Monaco si schiantò con l’auto mentre stava andando a stilare l’atto per l'acquisto della casa. Sopravvisse allo schianto ma dovette abbandonare per sempre il palco: la sua carriera era morta. Si racconta che in ambulanza, con voce strozzata, abbia detto al segretario che era con lui: "Sbrega quele carte" (distruggi il contratto). Agli inizi del 2000 anche il regista Woody Allen era interessato all’acquisto della Casa che Uccide, ma lasciò perdere (per sua fortuna!).

Questa serie di sfortunati eventi ha, come è naturale che sia, aiutato ad incrementare la leggenda di Ca' Dario tanto che i veneziani stessi se ne tengono debitamente alla larga, c'è chi ha ipotizzato che il palazzo sia infestato dai fantasmi dei vecchi proprietari; che si creda o no ai fantasmi ed alle leggende una cosa che mi ha raccontato un veneziano è degna di nota: sulla facciata del palazzo, per la precisione sulla facciata che da sul Canal Grande, in latino su legge: genio urbis joannes darius, una semplice traduzione ce la riporta come un complimento a Giovanni Dario, ma qualcuno si è divertito ad anagrammare la frase. Utilizzando le stesse lettere si ottiene: sub ruina insidiosa genero la cui traduzione sarebbe “ Io genero sotto un'insidiosa rovina”.

Non c'è da sottolineare che nulla di scientifico esiste nella storia di Ca' Dario ma avendo i soldi voi la comprereste?


venerdì 18 dicembre 2015

Temple Church

di Valentina Marelli



Meglio conosciuta come la Chiesa del Tempio è una chiesa medievale di Londra. Si trova all'interno dell'area chiamata Temple, ubicata tra Fleet Street e il Tamigi, nella City. Vicine alla chiesa sorgono la Inner Temple e la Middle Temple, antiche e prestigiose scuole universitarie di formazione professionale per avvocati e magistrati.
La chiesa venne edificata nel XII secolo dai Cavalieri Templari, sul terreno da loro acquistato nel 1160 al fine di costruirvi la nuova sede londinese dell'Ordine. Attorno alla chiesa sorsero altri edifici, che formarono presto un vasto complesso monastico.
La chiesa, costruita su modello della basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme, era ed è costituita da due parti: la più antica, a pianta circolare, detta Round Church, venne consacrata nel 1185 dal patriarca di Gerusalemme Heraclius. Una seconda struttura, detta The Chancel (il presbiterio) o The Oblong, a pianta rettangolare, venne aggiunta agli inizi del XIII secolo, quando re Enrico III espresse il desiderio di essere sepolto nella chiesa dopo la sua morte (in realtà nella chiesa venne sepolto uno dei suoi figli, mentre la tomba di Enrico si trova nell'Abbazia di Westminster). The Oblong venne consacrato nel 1240.
Nel 1307, il seguito alla soppressione dell'ordine dei Templari, la chiesa passò in mano alla corona, che successivamente la concesse all'ordine di Malta, mentre gli altri locali del complesso divennero sede delle due scuole per avvocati, ancora oggi esistenti. Tanto è vero che il quartiere dove un tempo sorgeva il Tempio di Londra è adesso il cuore pulsante della giurisprudenza. È difficile immaginare adesso che questo quartiere affacciasse sull'acqua, ma pochi sanno che Fleet Street deve il suo nome al fatto che un tempo era un corso d'acqua navigabile.
Visitare Temple Church è una esperienza di certo tra le più emozionanti visto anche il clamore suscitato da famoso film di Dan Brown “Il Codice da Vinci” che ha visto questa chiesa il luogo in cui il regista ha ambientato molte scene del film, ma è sicuramente un impresa abbastanza complessa in quanto ha degli orari di apertura  inspiegabilmente limitati. Siamo dovuti andare a Londra per ben tre volte prima di poterci entrare, adesso amici in vacanza nella città ci hanno riferito che è chiusa fino a data da destinarsi per lavori. Al di la di Dan Brown è certamente un luogo carico di fascino e mistero in cui ho personalmente sperimentato l’evento che voglio raccontarvi.
Dopo aver programmato l’ennesima gita nella capitale del Regno Unito per evitare spiacevoli sorprese abbiamo studiato con estrema attenzione gli orari di apertura, per essere più che certi di poter godere di una visita senza problemi, arrivati siamo stati accolti dall’obelisco sulla cui sommità è riportato l’emblema dei Cavalieri del Tempio, i due Cavalieri sullo stesso cavallo, per molti e per molto tempo ritenuto il simbolo del voto di povertà che ogni Cavaliere faceva quando entrava nell’Ordine, ma a ben pensarci simbolo che a mio avviso rappresenta molto di più. Non sono sicura che i due Cavalieri che dividono lo stesso cavallo si possa interpretare esclusivamente con l’aspetto della povertà, che se ben presente all’interno delle caratteristiche e delle regole dell’ordine di certo lo sminuiscono; credo che abbia molto più a che fare con il segreto iniziatico di questo antico, controverso e potente Ordine, di cui si parla molto ma di cui alla fine si sa così poco. Parte di questo segreto, in-trasmissibile e perduto, ha sicuramente a che fare con l’armonia che i Templari professavano tra gli opposti; Armonia che traspare nel Bianco e Nero dello stendardo ad esempio. Sono convinta che una delle cose che hanno provato a trasmetterci sia quella di aver trovato il modo di far andare d'accordo due aspetti apparentemente inconciliabili, due aspetti che altro non sono che le due facce di una stessa medaglia. Ecco allora che su questa falsariga i due Cavalieri condividono il medesimo destriero non perché non potevano permettersi un cavallo a testa, ma perché questo rappresentava il tener ben presente che ogni cosa a questo mondo ha due volti e due valenze, ogni aspetto della vita è duale, anche l’essere umano è fatto di bene e male, allo stesso modo in cui l'orine era sia Spirituale perché composto da Monaci, sia Materiale perché gli stessi Monaci erano anche Guerrieri. Il segreto era appunto l’armonia tra questi paradossi. Ma torniamo alla nostra visita.
Finalmente riusciamo ad entrare, con questa constatazione ancora che ci frullava nella testa, la prima parte, the Cancel per intenderci, pur essendo esteticamente ed architettonicamente molto bella, presenta pochi simboli su cui poter lavorare, la parte a pianta circolare più antica è esattamente l’opposto. Quello che provoca in un primo momento un sobbalzo sono le effigi dei cavalieri che adornano il pavimento, maestose ed imponenti trasmettono in senso di grande pace e serenità. Tutto intorno archi e gargouille adornano la navata circolare, i visi sembrano rimandarci e rimandarsi l'un l'altro strani sguardi di complicità. In un primo momento mi sono divertita a fare una cosa e cioè a seguire quegli sguardi quasi come se stessi cercando un percorso immaginario. Oggettivamente esiste ancora un rimando diretto che viene interrotto laddove la vecchia chiesa si congiunge con la nuova costruzione. Interessante ma non ero ancora soddisfatta, secondo me quella chiesa voleva dirmi altre cose ancora, eppure non riuscivo a trovarle.
Mi sono quindi seduta, ho chiuso gli occhi, ed ho cominciato ad intonare tra me e me il Non Nobis domine, ho incominciato a canticchiarlo in tono sempre maggiore, poi per evitare di essere presa per pazza e di essere gentilmente fatta accomodare fuori dai ragazzi all’ingresso, mi sono zittita. Quando ho aperto gli occhi e voltato lo sguardo in altro alla mia sinistra ho notato un particolare che mi era sfuggito. Incredibile perché da appassionata fotografa pensavo di aver fotografato ogni cosa presente nella chiesa. Nella parte interna degli archi non visibile immediatamente dall'esterno, c’era li che mi guardava una Croce Patente, la croce dei Cavalieri Templari. Incuriosita da quella piccola e strana scoperta allora ho rifatto il giro di tutta la chiesa alla ricerca di possibili altre croci nascoste. Non ho trovato delle croci ma sempre nascoste ho trovato altri simboli, tra cui melograni e cipree. Li per li non avevo capito sinceramente, e se devo essere completamente onesta, non ho capito del tutto neanche adesso, ma ero comunque carica positivamente da questa esperienza. Quando sono rientrata ho avuto modo di approfondire il significato di quei simboli che sinceramente nella mia poca esperienza non riuscivo a collocare all’interno di quelli propriamente legati ai Templari ed invece, quando li ho fatti vedere ad un esperto mi ha detto che  sono simboli che richiamano la geometria sacra e che quindi con i Templari erano estremamente compatibili. Mi aspettavo sinceramente che non rimanesse stupito e che anzi sapesse esattamente in che punto di Temple Church si trovassero ed invece no anche lui, insieme ad altri si sono meravigliati della loro ubicazione.
Quello che mi porto ancora dentro alla fine di questa esperienza è che siamo tutti un po cercatori di senso e questa singolare esperienza mi ha motivato nella ricerca, sicuramente nello studio del simbolo e della storia, ma ancor di più nel mio rapportarmi a loro, cambiando non soltanto le nozioni ad esso collegate ma me stessa ogni volta che ne aggiungevo di nuove. Siamo parte attiva nel meccanismo della conoscenza nel quale man mano cambiamo noi stessi. In quest’ottica il mio Io di adesso non è più quello della visita che vi ho raccontato e quindi mi piacerebbe ritornare a Londra e vedere cosa Temple Church ha da dirmi ancora.

venerdì 11 dicembre 2015

Il Culto delle Anime “Pezzentelle”. Il complesso di Santa Maria del Purgatorio

di Valentina Marelli




Le città nelle quali viviamo quotidianamente sono piene di misteri e segreti che molto spesso non immaginiamo nemmeno. La città di Napoli si offre molto come esempio in questo caso. Forse, essendo napoletana, si potrebbe pensare che io sia un po’ di parte, e ci potrebbe pure stare, ma a voler essere sincera è una città che ho apprezzato quando sono andata via più che quando ci vivevo. In questo percorso di riscoperta anche delle mie radici, ho imparato a conoscere gli aspetti più squisitamente pagani della mia città.

Napoli è la città nata da una sirena, le origini della mia città sono fondamentalmente queste, un mito di fondazione che si mescola con la leggenda; si narra appunto che tremila anni fa, sullo scoglio dove oggi ritroviamo Castel dell’Ovo, si fosse adagiata per riposare una sirena dopo essere uscita dall’acqua. Il nome di questa fantastica creatura era Partenope.


Napoli è una città tanto intrigante e misteriosa in superficie quanto nel suo sottosuolo. Ed è proprio di quel sottosuolo, che i napoletani abitano e vivono, di cui ora vogliamo parlare, raccontando di un culto la cui origine si perde nella notte dei tempi; quello delle Anime Pezzentelle. I morti e la morte in genere fanno paura e ce ne si tiene accuratamente a distanza per quello che si riesce, bisogna proprio inciamparci dentro la Morte, non è propriamente qualcosa che ti vai a cercare, a Napoli è tutto un po’ diverso in quanto la Morte è una presenza costante della vita di questa città e dei suoi abitanti. Il culto delle Anime Pezzentelle lo dimostra abbastanza: la città di Napoli sorge su un lungo ed intricato labirinto di cunicoli sotterranei che nel corso dei secoli sono stati usati per gli scopi più disparati, uno di questi, durante le epidemie di peste bubbonica che colpirono la città, fu quello di luogo di sepoltura. I cunicoli furono trasformati in ossari atti ad accogliere i resti delle centinaia di persone morte di peste. Li furono accumulati alla rinfusa centinaia di corpi senza vita e senza nome, privando in questo modo i familiari di avere un simulacro a cui rivolgere le proprie preghiere. Ma i napoletani, esperti nell’arte detta dell’arrangiarsi, non si persero d’animo e, partendo dal presupposto che nella morte siamo tutti uguali, decisero di “adottare” semplicemente uno qualsiasi di quei teschi e di pregare tramite lui per la redenzione di tutte le anime del Purgatorio.
Da allora questo culto è assai presente nella ritualità napoletana, tanto che le Anime Pezzentelle sono nella pratica il punto di incontro tra il materiale e lo spirituale, sono l’intercessione tra questi due universi, ed è un culto nel quale un simulacro viene rivestito da una veste Sacra e Sacrale, in una forma di religiosità che non ha bisogno di intermediari, ma che è una comunicazione tra Uomo e Dio, in cui alle volte Dio risponde.

Tanti sono i luoghi in cui si può osservare e perché no partecipare a questo culto nella città di Napoli, uno è il Complesso museale di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, lungo l’antica via Tribunali. La chiesa fu edificata per volontà di un Opera Pia e consacrata nel 1638, è un monumento che non solo è un capolavoro dell’arte barocca, ma il luogo dove nasce e si perpetua il culto delle Anime Pezzentelle. La visita al monumento consente di ammirare i capolavori di Massimo Stanzione, Luca Giordano, Andrea Vaccaro, Dionisio Lazzari;  i preziosi oggetti di culto nella raffinata sagrestia e soprattutto, di scendere fisicamente nel Purgatorio.


Una stretta scaletta introduce il visitatore nella grande chiesa inferiore, da cui inizia il percorso sotterraneo che si snoda in cunicoli stretti ed umidi letteralmente ricoperti da teschi e ossa.
Il più famoso in assoluto è quello di Lucia che è facilmente distinguibile dagli altri perché ornato da una corona di perline ed un candido velo da sposa, tante sono le leggende legate al teschio di Lucia, una di esse racconta che Lucia era una giovane e bellissima donna in procinto di sposare l’amore dalla sua vita quando si ammalò di peste e morì. Da allora, ogni giorno, decine di giovani si recano da Lucia e la pregano di far loro incontrare l’amore della vita. In segno di riconoscenza e come testimonianza dell’efficace intercessione di Lucia, è uso deporre ai piedi dell’altare su cui è custodito il suo teschio, il velo da sposa. Periodicamente i veli deposti sono portati via perché sono talmente tanti da occupare tutte la stretta stanza.


Questa è un’esperienza unica, un viaggio nel complesso mondo di una spiritualità che i più reputano scomparsa, un assaggio di quell’aspetto misterioso della cultura napoletana, di cui solo i napoletano conoscono le chiavi di lettura.
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venerdì 4 dicembre 2015

Campo de' Fiori

di Valentina Marelli




Roma, la Città Eterna, come la chiamano, nasconde e offre tanti posti interessanti. Mi sono sempre chiesta come potesse vivere un romano questa condizione di dispiegamento storico, a Roma il tempo un po’ è come se non esistesse, anzi ad essere più precisi, non è che non esiste, c’è ma non scorre; se fosse possibile definire Roma con una sola parola io sceglierei contemporaneità. Tutto a Roma è coesistente, puoi vivere in un palazzo anni 70, ma camminare sulle strade costruite dai romani 1000 anni prima, cenare in un ristorante aperto da due settimane oppure andare al ghetto in una taverna dei primi del 800 con una storia ancora più antica.

In una città in cui ogni angolo è un luogo leggendario vi assicuro che ce n'è uno più di tutti in cui si può sentire la congiunzione tra la terra e il cielo: Campo de’ Fiori

Fino al Quattrocento la piazza non esisteva in quanto tale, e al suo posto vi era un prato fiorito con alcuni orti coltivati, da cui il nome. Secondo una tradizione inattendibile, la piazza dovrebbe invece il suo nome a una donna di nome Flora. La piazza raggiunse la sua attuale estensione dopo il 1858 quando furono demolite le case esistenti sul lato nord tra via dei Baullari e vicolo del Gallo, spostando nella nuova area recuperata la copia della fontana della Terrina, posta precedentemente al centro della piazza. Anche qui si risente di quella continuità storica caratteristica di questa città del sud, di giorno piazza del mercato grondante di bancarelle, di sera polo attrattivo della vita notturna, ma nel tempo e nell'eternità luogo in cui si è consumata una delle tante morti in nome del pensiero libero.
In Campo de' Fiori avevano luogo le esecuzioni capitali e le punizioni con tratti di corda. Giovedì 17 febbraio 1600 vi fu arso vivo il filosofo e frate domenicano Giordano Bruno, accusato di eresia. Nel 1876 si costituì un comitato di studenti universitari, ferventi repubblicani, allo scopo di promuovere in ricordo del filosofo nolano la realizzazione di un monumento bronzeo sul luogo stesso del rogo. Al comitato aderirono numerosi intellettuali di ogni parte del mondo quali Walt Whitman, Ernest Renan, Victor Hugo, Silvio Spaventa e Henrik Ibsen. Nonostante la forte ostilità del mondo ecclesiastico il monumento, opera dallo scultore Ettore Ferrari, venne inaugurato il 9 giugno 1889. Il prototipo usato per la statua originale, è custodito attualmente a Napoli nella galleria Umberto I.

Adesso il nolano è li a sovrastare le tende del mercato inglobato nella quotidianità della città di Roma. Per gli ambulanti Giordano Bruno è un vecchio amico che gli tiene compagnia. Tutti lo conoscono e tutti ne conoscono la storia.  Vado spesso in Campo de’ Fiori quando sono a Roma, per salutare Fra' Giordano e rendergli omaggio e mi sorprendo sempre di quante persone come me fanno la stessa cosa,  vanno in pellegrinaggio alla sua statua, trovo sempre fiori e biglietti o cartoline con frasi di libertà. Giordano è diventato l'icona dei liberi pensatori, dei vogliosi di libertà intellettuale.



Lo spirito di Giordano e delle persone che vivono Campo de’ Fiori consci di chi fosse e del perché della sua morte, hanno trasformato un patibolo di morte e dolore in altare alla scienza e alla libertà, sono riusciti a cambiare l'energia di quel luogo in cui si ricorda il pensiero dell'uomo e non la sua morte, perché le idee non si possono uccidere.

venerdì 27 novembre 2015

Grand Lodge of Free & Accepted Mason of the State of New York

di Valentina Marelli



Una esperienza che visitando la Grande Mela, la città di New York, non deve assolutamente mancare è un tour all'interno della Gran Loggia.
È aperta a tutti e vengono organizzate visite guidate che permettono di vedere i templi che sono ospitati al suo interno e che ne raccontano la storia, nonostante la storia americana sia relativamente recente rispetto a quella Europea, c'è da dargli merito di essere riusciti a documentare in maniera impeccabile il loro passato, e conservare quella parte di strutture o eventi che hanno, nel corso dei secoli costruito la loro identità. La sensazione forte che si ha visitando i musei in America è quella dello scorrere del tempo in un mondo nel quale tutto è documentabile e documentato; non fugge a questa valutazione anche il tour in una delle sue Gran Logge.
Come ci è stato raccontato la Gran Loggia di New York fu istituita il 15 dicembre del 1782, il 6 giugno del 1787 dichiarò la sua indipendenza e prese il titolo di “ Gran Loggia dei Liberi ed Accettati Muratori dello Stato di New York”.

In effetti la Massoneria era già presente di fatto dal 1730 infatti in quegli anni Daniel Coxe, Duca di Norfolk, fu nominato Gran Maestro Provinciale per le provincie di New York del New Jersey e della Pennsylvania.

In questo modo inizia la storia di un Tempio dei valori e della cultura iniziatica che ha vissuto e testimoniato il succedersi di 65 Gran Maestri ognuno dei quali ha contribuito ad arricchire, con dedizione ed esempio personale questa istituzione.

Nel 1784 Robert R Livingston fu nominato Gran Maestro e fu eletto per i successivi 16 anni. Livingston e colui il quale ha presieduto la cerimonia del solo Presidente degli Stati Uniti d'America che prestò giuramento in occasione della cerimonia di insediamento come presidente a New York City il 30 aprile del 1789,  il Fratello George Washington primo Presidente degli Stati Uniti.

Durante la cerimonia il neo eletto Presidente giurò apponendo la mano sulla Bibbia che da allora viene chiamata La Bibbia di Washington, e che attualmente è ancora di proprietà della casa massonica St. John ° 1 di New York. La bibbia era già di proprietà della loggia pare infatti che al momento del giuramento, Jacob Morton, capo cerimoniere e Maestro Venerabile della loggia, accortosi che mancava un volume della bibbia, si recò personalmente nella propria loggia per procurare il volume. Ancora oggi sulla bibbia di Washington giurano i Maestri Venerabili e a richiesta, i Presidenti.

Prima di ripercorrere la visita guidata con l'ausilio di qualche immagine lasciate un piccola considerazione personale. Se c'è una cosa che questa esperienza americana mi ha trasmesso, in riferimento alle emozioni vissute attraverso l'ambiente della Massoneria, è che il sentimento di appartenenza è molto forte e sentito nelle persone, ne parlano con orgoglio, ed è piacevole la sensazione che sanno trasmetterti perché è coinvolgente, ti verrebbe voglia di chiedere d'entrare immediatamente in massoneria.

Iniziamo il nostro Tour.




L’edificio, di notevoli dimensioni, comprende oltre agli uffici amministrativi, biblioteche, segreterie, e sale riunioni che non sono aperte al pubblico, ben sei Templi di stili diversi che richiamano diverse epoche storiche; dallo stile Vittoriano a quello Dorico, passando per il Coloniale e per quello Egizio. Ogni Tempio ha il nome dello stile in cui è stato decorato. Un curiosità: in realtà ce ne era uno in più, chiamato il Tempio Francese perché arredato in stile francese, quando nacquero delle divergenze di opinione con la Francia, il Tempio fu smantellato e la sala fu usata come salone per le feste e per le Agapi, a tutt’oggi.  Al piano terra è presente invece il Tempio Grande che è considerato tra i più grande degli Stati Uniti, per un totale di sette Templi.








venerdì 20 novembre 2015

La Tavola Rotonda di Artù

di Valentina Marelli



Esiste una Leggenda che accomuna tutti i cercatori del Graal, una leggenda che conosciamo fin dall'infanzia, ne siamo talmente impregnati che quasi non ce ne rendiamo conto, ci riaffiora nella mente quando per casualità ci troviamo a percorrere le strade della conoscenza, come quando ad esempio ci capita di collaborare con una Associazione culturale come il Clan Sinclair Italia, ecco è proprio in quei momenti, quando ad esempio ti imbatti continuamente nei cosi detti “Cicli Arturiani”, bene allora ecco che quella strana sensazione di familiarità nei confronti di quegli argomenti si fa più forte e decisa, ed è proprio allora che ad un certo punto, come in una epifania, colleghi tutto, e ti riaffiora alla mente il ricordo della tua mamma che ti raccontava da bambino la Favola di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Re Artù, i suoi Cavalieri, la spada nella roccia sono concetti con i quali abbiamo familiarità fin dall'infanzia ma che abbiamo sempre catalogato come delle favole, racconti inventati al solo scopo di rallegrare dei bambini, chi non ricorda il fantastico cartone della Disney “La Spada Nella Roccia”?
In realtà da adulti impariamo che tra questa storia leggendaria e l'Ordine del Tempio ci sono delle connessioni importanti, e la leggenda assume un significato diverso. Assume il significato di un modo diverso di raccontare la storia.

A tutto questo ho pensato quando ho cominciato a leggere un libro che oltre ad essere interessante è scritto anche molto bene ed ha anche una storia misteriosa e strana; mi è stato dato dall'autore, un socio del Clan, che tempo addietro mi aveva raccontato che era quasi stato spinto a scrivere questo libro dopo l'incontro con uno strano personaggio di nome Artur, ma non escludo che fosse un nome di fantasia, Artur gli raccontò una storia su Gesù e la Maddalena, su Re Artù ed i suoi Cavalieri, su Merlino e Morgana collegati da una sottile ma ben delineata linea che da Gesù arrivava ai Templari passando attraverso il leggendario e misterioso Re Artù. Ed allora mi sono ricordata quando da adolescente mi ero recata i Inghilterra alla ricerca dei luoghi di questa leggenda, al Castello di Tintagel fino alla cittadina di Winchester.

E se vi dicessi che al mondo esiste un posto in cui è custodita la Tavola Rotonda e che è possibile vederla con i propri occhi? Bene se avete voglia di far diventare reale una favola dell'infanzia dovete recarvi nell'Inghilterra meridionale e più precisamente nella città di Winchester.
Capitale amministrativa e sede della contea dell'Hampshire, Winchester è una cittadina molto bella ed anche famosa per la sua splendida Cattedrale Gotica, di cui parleremo un'altra volta, famosa anche grazie ad un singolo realizzato  nel tardo 1966 e pubblicato dalla Fontana Records dal titolo appunto di “Winchester Catthedral”.

Pochi sanno invece che all'interno della Great Hall è custodita la Tavola Rotonda delle Leggende Arturiane. La Great Hall è l'unica parte rimasta del castello Normanno della città la cui costruzione viene definita intorno al 1222- 36 per questo motivo è considerata una delle più belle sale del 13 secolo, sopravvissuta alle guerre ed all’abbandono.



La Tavola Rotonda ha un diametro di circa 6 metri, un peso di circa 2 tonnellate ed un superficie che contiene ben 121 pezzi di legno di quercia che si è stimato provenire da almeno 7 alberi. La superficie è formata da 51 spicchi.
La Tavola era custodita a Winchester fin dal medioevo, ci sono dei documenti che lo provano, ed addirittura pare che la collocazione che vediamo oggi sia la collocazione originale che aveva nel medioevo. Benché non sembrerebbe appartenere al 5-6 secolo, periodo nel quale tradizionalmente vengono collocate le vicende Arturiane ed in particolare le sue battaglie contro gli invasori Anglo-Sassoni, l’esame al Carbonio 14 effettuato sulla Tavola nel 1976, anno dei lavori di restauro, pare datarla tra il 1250 ed il 1280 sotto il regno di Re Eduardo I, in un momento in cui i valori della Cavalleria stavano toccando il loro apice. Eduardo I era molto sensibile all’argomento, ed era una grande estimatore della leggenda di Re Artù tanto che nel 1278, insieme alla regina sua moglie, visitò il Monastero di Glastonbury quando furono trovate le tombe che sembravano appartenere a Re Artù e Ginevra.
Nella Tavola, la cui figura preponderante è Artù seduto sul trono, sono riportati i nomi dei 24 cavalieri della Tavola Rotonda, con al centro la Rosa, come Leggenda vuole.



Indipendentemente dall'opinione che si possa avere nei riguardi di questa leggenda sicuramente questo è un posto in cui andare almeno una volta nella vita perché al di là dei fini puramente legati allo studio ed alla ricerca ogni tanto abbiamo bisogno di quella speranza che ci fa credere nei sogni e nelle favole. E se avete voglia di leggere una bella e strana storia, bhe vi consiglio La linea Dell'Orso di Davide Ursi. Buon Viaggio dello spirito.

venerdì 6 novembre 2015

Saintes-Maries de la Mer

di Valentina Marelli



Pare che una antica leggenda narri che durante le persecuzioni cristiane fomentate da Erode Agrippa, alcuni discepoli di Gesù furono messi su una imbarcazione senza vele, ne remi, in rappresaglia della loro fedeltà al Cristo. Fra di loro erano presenti: Maria Salomè la madre di Giacomo il Maggiore, Maria Jacoba sorella o cugina della madre del Cristo, Maria Maddalena sua sposa, Lazzaro e sua sorella Marta, Massimino e Sedonio. Sempre poi secondo questa leggenda, Sara dalla pelle scura, raggiunse il piccolo gruppo e li pregò di potersi unire a loro. All’alba della nostra era, verso il 44/45, questa fragile imbarcazione venuta dalla Terrasanta si arenò in quella che oggi si chiama Saintes-Maries de la Mer ma che un tempo era : “L’Oppido Ra”.

Da qui poi le strade degli apostoli sopravvissuti si divisero: Santa Marta si reca in Tarascona, Santa Maria Maddalena si sposta nei luoghi tra la Sainte-Baume e Saint-Maximin, Lazzaro va fino a Marsiglia e Massimino invece si sposta verso Aix per predicare il Vangelo. Maria Jacoba e Maria Salomè invece rimaste sul posto predicano gli insegnamenti del Cristo. Secondo la leggenda le due Marie morirono a distanza di pochi mesi l’una dall’altra e poco prima di Sara e vennero inumate in un piccolo pezzo di terra accanto all’altrettanto piccolo Oratorio che avevano costruito.

Ma dove finisce la leggenda e comincia la storia?

Ad ogni modo nel 1448 Re Renato, Conte di Provenza, ordina di intraprendere degli scavi sul posto, nel dicembre di quell’anno vengono rivenuti diversi crani disposti a croce accanto a due corpi che un esame stabilirà essere gli scheletri di due donne.
Sono anche riportati alla luce un altare ed una lastra di marmo levigato, tutto faceva pensare di aver trovato il luogo di sepoltura di Maria Jacoba e Maria Salomè le due Apostole di Cristo. A confermare ancora di più questa tesi fu il fatto che le reliquie riportate alla luce erano poste esattamente sotto l’altare maggiore; era infatti usanza nella prima Chiesa di celebrare la Messa sopra le Sante Reliquie. Attualmente quella che oggi rappresenta la cripta della chiesa era il vecchio piccolo oratorio dove predicavano le Sante.



Quando siamo arrivati nel nostro pellegrinaggio a Saintes-Maries de la Mer eravamo carichi di mille aspettative, la nostra prima tappa erano stati i luoghi della Maddalena, e qui avevamo l’impressione di ritornare alla fonte, al punto in cui tutto era cominciato.

Siamo arrivati a Saintes-Maries de la Mer in un giorno di vento freddo e pungente e la piccola cittadina era particolarmente tranquilla, la stagione turistica oramai voltava al termine, con nostro immenso dispiacere quando arrivammo alla chiesa la trovammo chiusa per lavori di restauro, potete ben immaginare la nostra delusione. Non potevamo credere di essere arrivati fin li invano ma d'altronde non potevamo fare altrimenti una bella transenna impediva l’accesso alla chiesa, Tiziano che non voleva darsi per vinto bussò allora alla porta della residenza del prete che dopo le prime titubanze ci confermò che non poteva farci entrare nella chiesa perché pericolosa in quanto piena di impalcature dato che operai avevano iniziato i lavori ma ci disse anche che se avevamo piacere ci avrebbe mostrato le statue che erano state spostate in una cappella provvisoria adibita al culto perché nella popolazione locare il culto delle Sante era molto sentito, ovviamente accettammo.



Il prete con orgoglio ci raccontò un po’ la storia della chiesa che è simile ad un imponente vascello di pietra rosa che si staglia sul pianeggiante paesaggio della Camargue, l’elegante sobrietà dello stile romanico e l’equilibrio estetico sono stati rispettati nonostante le numerose mutazioni subite nei secoli. Nel IX secolo la chiesa primitiva costruita sull’oratorio delle Sante viene fortificata e viene inglobata nelle mura della città, ma la chiesa assumerà il suo aspetto definitivo soltanto nel XV secolo. Il prete ci racconta quello che non possiamo vedere, la cappella di San Michele detta anche Cappella Alta si trova sopra al coro ed è riccamente decorata con rivestimenti in legno scolpiti ed ornati d’oro, ospita le teche di legno dipinto che contengono le reliquie di Santa Maria Jacoba e di Santa Maria Salomè. Al centro della navata, sulla parete di sinistra, in una nicchia scavata direttamente nella pietra, le statue delle Sante sembrano aspettare nella barca i giorni di pellegrinaggio dove saranno condotte fino al mare, a commemorazione del loro arrivo su questa riva del mediterraneo. Nella cripta invece la statua di Santa Sara è coperto dai numerosi mantelli portati dalle zingare in segno di venerazione e di pietà. Emerge soltanto il suo viso scuro, dall’impressionante bellezza giovanile. Ci dice che durante il mese di maggio, mese del pellegrinaggio dei fedeli e degli zingari, i ceri portati nella cripta sono talmente tanti che il calore della cripta è intensissimo. Con questo racconto narrato un francese con qualche parola d’inglese giungiamo nella cappella provvisoria ansiosi di vedere con in nostri occhi le statue tanto venerate.


Le nostre aspettative non furono deluse stavolta, nonostante estrapolate dal loro contesto originario, le due statue erano cariche di un fascino commovente che ci ha lasciato tutti senza parole. È stato come se un sogno si fosse avverato, come quando si trovano le prove della presenza di un mitologico tesoro sulle cui tracce si è da molto tempo. In quella piccola e spoglia costruzione prefabbricata il tempo si era annullato, l’unica cosa che mi venne spontanea fare fu inginocchiarmi e rivolgere alle icone di quelle Sante Donne un pensiero che era molto simile ad una preghiera.





Avevo persino scordato di fotografarle, me ne ricordai all’uscita, e tornai indietro immediatamente per testimoniare a me stessa che quella visita era accaduta realmente.

Quando uscimmo ringraziammo il prete che ci disse di tornare a lavori terminati, il cui periodo sarebbe stato la prossima primavera giusto in occasione della festa del 24 maggio in cui si svolge il pellegrinaggio degli zingari e la cerimonia chiamata di “discesa delle teche” in cui le reliquie delle Sante vengono calate dalla Cappella Alta con un argano accompagnate da canti di ovazione. La statua di Santa Sara invece viene scortata in mare e i portatori entrano in acqua fino alla vita accompagnati da una numerosa folla che grida in coro “Sara la Kali”, poi lentamente viene ricondotta nella cripta.  Il giorno dopo il 25 maggio, dopo la messa, la statua delle Sante viene condotta dai pellegrini sino in mare a simboleggiare il loro arrivo sulle sponde della Camargue.

Dopo questa esperienza e questo racconto ci siamo promessi di ritornarci, e credo proprio che lo faremo.

venerdì 30 ottobre 2015

L'Abbazia di Alet Les Bain

di Valentina Marelli



Correva l’anno 813 e il conte di Razes decide di fondare l’Abbazia di Santa Maria di Alet, sotto la guida di Papa Leone III.

Ci siamo imbattuti in questo luogo decadente ma dalla bellezza straordinaria mentre ci recavamo alla più famosa Rennes le Chateaux, qualcuno ci aveva detto che nel cimitero del paesino erano presenti lapidi con simboli che richiamavano la massoneria, bhe fatto sta che il cimitero non lo abbiamo trovato, ma quando abbiamo visto l’abbazia non abbiamo resistito.
Ora dell’antico edificio restano solo i ruderi decadenti, ma è palpabile la strana sensazione di essere accompagnati nella visita dai personaggi che un tempo vi ci hanno vissuto le vicende controverse che andremo a narrare.

Il Conte di Razes, Bera, ansioso di controllare la sua contea, decide di creare una sede monastica e quindi costruisce e fonda l’abbazia. Padre Benoit di Saint-Hilaire fu il primo abate del famoso santuario. Fin dal suo esordio l’abbazia visse un periodo di agitazioni e di lotte tra i vari monasteri, compreso Lagrasse, tanto è vero che la lista degli abati rimase sconosciuta fino all’apoteosi del monastero del XII secolo.
Fu l’abate Raimond che, approfittando della fine del conflitto, ripristinerà le attività dell’abbazia, insieme a quelle dei monasteri vicini, tra le reliquie che furono “ritrovate”  fu vantato anche un frammento della vera croce di Cristo, e come c’era da immaginarsi questo portò un ingente numero di donazioni tanto che, con questa nuova ricchezza, Padre Pons Amiel inizierà la costruzione delle mura della città. Sembrava iniziare un periodo fiorente per questo luogo sacro costruito in una zona già importante ed energetica sin dall’antichità, tuttavia questa ripresa è ancora segnata da un episodio sanguinoso, nel 1197 l’abate di S. Policarpo, S. Bernardo di Ironwood viene eletto abate di Alet ma questa scelta è aspramente contestata da Bertrand de Saissac.
Dopo aver imprigionato l’abate e fatta una nuova elezione presieduta dal corpo del defunto abate Pons Amiel, che per l’occasione fu vestito di tutto punto e posizionato sulla sedia abbaziale, l’abate Boson viene posto a capo del monastero. Scelta che si rivelerà alquanto fallimentare. E vista la cerimonia a dir poco macabra dell’elezione, cominciò nel volgo a serpeggiare una nefasta profezia che vedeva Boson fautore della rovina del monastero.
La rovina dell’abbazia si avvera a causa delle spese di Padre Boson, in cerca di protezione a pagamento, a causa della confisca dei beni durante le Crociate.
Bisognerà attendere il 1318 affinché si vedesse una ripresa del monastero,  con l’elezione di Alet, preferito a Limoux a seguito delle petizioni dei domenicani, che percependo un reddito dai suoi possedimenti non hanno visto di buon occhio l’elezione dello stesso.
In questo modo l’abbazia diventa Cattedrale e Bartolomeo fu di conseguenza l’ultimo abate e primo vescovo, i vescovi a venire trasformeranno la vecchia abbazia romanica in una grande cattedrale gotica.

Le guerre di religione inaugurano un nuovo periodo molto travagliato: nel 1575 gli ugonotti assediano la città, nel 1577, i protestanti distrussero le statue e gli altari, nel 1583 venne l’era dei cattolici ma oramai la cattedrale era già irrimediabilmente rovinata. Per ovviare a questi problemi strutturali viene costruita una chiesa provvisoria nell’ala est del monastero, questo luogo di culto diventa definitivo con il nome di Cattedrale di San Benedetto.
Nel XVII secolo, precisamente nel 1637, Nicolas Pavillon è nominato vescovo di Alet, si dedicherà all’educazione dei suoi sacerdoti, delle ragazze meno abbienti, creando in tal modo una comunità di reggenti e un seminario. Nel 1662 farà costruire un ponte sul fiume Aude che faciliterà l’accesso alla città, muore nel 1677 e viene sepolto nel cimitero parrocchiale di Alet.

Di diversa natura è invece il suo successore, Charles del Chanterac Cropte, l’ultimo vescovo, che autorizzerà la vendita di un lembo di terra dove sorgeva l’abside gotica, per costruire la nuova strada. Il risultato è la rimozione di alcune cappelle. Oramai il decadimento era in fase di caduta libera, con la Rivoluzione la diocesi di Alet è smembrata, le trasformazioni e la distruzione del monumento accelerano in maniera irreversibile e rapidissima.
Nel 1840 Prosper Merimee, ispettore generale dei monumenti storici propose, in vano, la classificazione delle vestigia di Alet come monumento storico. Bisognerà attendere il 1889 perché il sito venga dotato di tale protezione ma è solo a partire dal XX secolo che verranno adottate le prime misure per la salvaguardia strutturale del sito.

Questa che via abbiamo narrato è una storia tragica che raramente si incontra quando si parla di siti sacri, ed il rudere che si può visitare porta visibili le ferite della sua storia travagliata. È strano come una sorte simile sia capitata alla vicina chiesa di Maria Maddalena di Rennes, tanto conosciuta e meta di milioni di pellegrini ogni anno. Oggi dei fasti vissuti dal famigerato abate Saunier non resta più nulla Villa Betania e la sua biblioteca sono oramai vuote. ma questa è un’altra storia che racconteremo un’altra volta.

Il Sommo Sacerdote  del Rito di York Tiziano Busca

venerdì 23 ottobre 2015

La cattedrale di Anagni

di Valentina Marelli



Che Anagni fosse la Città dei Papi è fatto risaputo, è altrettanto risaputo che Anagni ha una Cattedrale di magnifica fattura che conserva un segreto di bellezza e sapienza. Questa Cattedrale, con la possente facciata romanica e il poderoso campanile alto ben 30 metri, sorge sul punto più alto della città. Venne costruita per volere di San Pietro da Salerno ed ultimata nel 1104 e dedicata e consacrata a Santa Maria Annunziata. Al di là di tutto l'aspetto architettonico in assoluto più bello è il pavimento in marmo policromo rimasto intatto al trascorrere dei secoli e all'uso. Nel pavimento, nascosti dai disegni geometrici, sono presenti simboli di natura gnostica, sigilli di Salomone e fiori della vita ad esempio, il cui messaggio non è mai stato decifrato; sì perché c'è chi sostiene che i simboli rappresentati nel pavimento non siano stati messi insieme  al fine esclusivamente di un risultato estetico, ma che nascondano un vero e proprio messaggio. Certo è di pavimenti simili e contemporanei ad Anagni se ne possono trovare, a Viterbo ad esempio, segno che il codice comunicativo era comune.

Ma come dicevamo la Cattedrale di Anagni conserva un antico tesoro, la sua cripta completamente affrescata e perfettamente conservata, è definita la Piccola Sistina Sotterranea. È emozionante scendere in questa cripta, con le sue tre navate absidate, per quel manto colorato che copre le sue pareti, una specie di immenso e affascinante codice miniato cristallizzato su volte e superfici, fissato in una eternità che non conosce appannamento nonostante le ferite del tempo. Studiosi di tutto il mondo hanno provato a decifrare l’immenso e misterioso codice creato da tre artisti differenti che con i loro pennelli hanno lavorato a questa opera per un periodo che oscilla tra il 1231 ed il 1255 anno della consacrazione ad opera di Alessandro IV.
Al di là della bellezza estetica e tecnica quello che sorprende maggiormente, e ricordiamoci che siamo nella città dei Papi, la culla del Cattolicesimo, bene, dicevamo che quello che sorprende di più è il costante dialogo tra scienza e fede che caratterizza tutti i dipinti in una visione laica degli infiniti campi della Creazione. Un dialogo che gli artisti hanno immaginato nell’indimenticabile incontro tra Ippocrate e Galeno, che rappresenta l’archetipo laico del passaggio sapienziale tra il Maestro ed il Discepolo.



Il certamente platonico diagramma sulla teoria degli elementi dipinto sul pilastro vicino, diagramma contenuto nel Timeo nel quale la teoria Platonica degli elementi in cui il Fuoco e la Terra sono gli estremi l'Aria e l'Acqua sono i medi; la Terra è significata dal cubo di 2, il Fuoco dal cubo di 3, e fra questi numeri sono inseriti due medi proporzionali rappresentanti l'Acqua e l'Aria, sì che VIII : XII = XVII : XXVII è la proporzione che avvince in un Tutto indissolubile l'universo. O meglio ancora come ha scritto Toesca: «La composizione armonica del mondo mediante l’unione proporzionale degli elementi».



Subito dopo abbiamo la trascrizione laica della genesi, in questo affresco del Microcosmo, che riassume in una perfetta cifra il cosmo intero, appare l’uomo che è nella sua stessa fisiologia parabola dell’universo. Qui viene schematicamente esposta la concezione che Ippocrate ebbe dell'uomo l'alternarsi dei quattro elementi con le loro qualità caldo freddo l'umido e il secco e i quattro umori sangue pituita bile nera e bile flava, ma comunque sempre: H.O.M.O. MIKROCOSMVS IDEST MINOR MVNDVS.



Quello che ci attende subito dopo è il ciclo della storia dell’Arca dell’Alleanza, qui il rimando al testo biblico è netto. Sfilano davanti a noi tutte quelle vicende che il testo sacro evoca: ecco i Filistei uccidere gli indegni figli del sacerdote Eli, Ofni e Finees, ecco l’Arca catturata dai nemici d’Israele, Eli che muore riverso a terra, ecco il pellegrinaggio dell’Arca ad Azoto, Gaza, Accaron, Ascalon seminando morte e terrore tra i Filistei, eccola ritornare su un carro trainato da giovenchi a Bet-Semes e così via.



Ed infine troviamo anche l’incontro tra Abramo e Melchisedec e ricordiamo le parole di Andrew Sinclair, parole che abbiamo già citato in merito alla Cattedrale di Reims:  «Questa raffigurazione del XIII secolo è insolita perché ritrae un cavaliere che riceve la comunione direttamente dal Re-Sacerdote senza l’apporto della Chiesa, un uso non ancora in auge all’epoca».



I tesori di Anagni non sono certamente finiti qui, e sicuramente questo è uno di quei luoghi che meritano di essere visitati.