giovedì 14 agosto 2008

Giuseppe Garibaldi massone.


In questi ultimi mesi si è potuto assistere, meglio ancora leggere, di una sottile, carsica azione denigratrice nei confronti della figura e del ruolo svolto da Giuseppe Garibaldi, in particolare il suo contributo all’unità d’Italia.

Ha pertanto pertanto piacere leggere ieri su alcuni quotidiani italiani che il Premier Silvio Berlusconi guiderà il comitato per festeggiare i 150 anni dell’unificazione, nel 2011.

Facendo seguito a questa notizia, la redazione del Blog pubblica un’interessante articolo “Postato” il 7 dicembre 2008 sul Blog”fratellomassone”, riguardante Giuseppe Garibaldi massone, e un video sul Bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi con la nipote Anita Garibaldi.

Il Video




L'articolo.

Garibaldi fu forse il massone italiano dell'Ottocento più noto e autorevole.

Dobbiamo considerare la sua adesione alla massoneria alla stessa stregua di quella che egli fornì a innumerevoli associazioni politiche o di mutuo soccorso, talvolta di orientamento assai diverso, di cui accettò la presidenza onoraria? Oppure essa rappresentò per lui qualcosa di diverso, una scelta più vincolante e impegnativa, che egli maturò a metà della sua esistenza e mantenne in modo consapevole fino alla morte? Gli elementi a nostra disposizione ci inducono a propendere per la seconda ipotesi.

Per Garibaldi, specie dopo il 1860, la massoneria, sfrondata degli orpelli esoterici e rituali che egli dimostrò di non tenere in grande considerazione, fu un luogo di aggregazione e uno strumento organizzativo del quale cercò a più riprese di avvalersi per realizzare i propri progetti politici e culturali.

E la massoneria a sua volta utilizzò Garibaldi, sia prima sia dopo la sua morte, come straordinario testimonial e come veicolo di propaganda dei propri ideali.

Ma procediamo con ordine.

Garibaldi fu iniziato alla massoneria nel 1844, all'età di trentasette anni, nella loggia L'Asil de la Vertud di Montevideo, una loggia irregolare, emanazione della massoneria brasiliana, non riconosciuta dalle principali obbedienze massoniche internazionali, quali erano la Gran Loggia d'Inghilterra e il Grande Oriente di Francia.

Sempre nel corso del 1844 egli regolarizzò tuttavia la sua posizione presso la loggia Les Amis de la Patrie di Montevideo posta all'obbedienza del grande Oriente di Parigi.

Al pari di altri influenti massoni italiani egli entrò quindi in massoneria in età relativamente avanzata (undici anni dopo l'affiliazione alla Giovine Italia) e durante l'esperienza dell'esilio.

Le logge massoniche, com'è noto, in virtù dell'umanitarismo universalistico che le animava, offrirono importanti punti di riferimento agli esuli politici dei paesi europei governati da regimi dispotici e ostili a ogni apertura in direzione democratica e nazionalistica.

Importanti furono anche i contatti che Garibaldi ebbe durante il secondo esilio, quando frequentò le logge massoniche di New York e intorno al 1853-54, prima di rientrare nel Regno di Sardegna, la loggia Philadelphes di Londra: qui si raccoglievano alcuni esponenti dell'internazionalismo democratico aperti ai contributi del pensiero socialista e incline a collocare la massoneria su posizioni molto antipapiste.

Soltanto nel giugno 1860, nella Palermo appena conquistata, Garibaldi fu elevato al grado di maestro massone.

L'impresa dei Mille si stava imponendo all'attenzione della comunità internazionale e certo poteva giovare che egli ribadisse la propria militanza massonica, specie in considerazione della simpatia con cui le organizzazioni liberomuratorie di alcuni paesi, come l'Inghilterra e gli Stati Uniti, guardavano alla lotta per l'indipendenza nazionale italiana.

Il ricostituito Grande Oriente Italiano, inizialmente dominato da esponenti vicini a Cavour, affidò, però la carica di gran maestro a Costantino Nigra e conferì a Garibaldi soltanto il titolo onorifico di «primo libero muratore italiano», gratificandolo di una medaglia commemorativa di oro massiccio.

Lo spirito apparentemente conciliatorio di questa decisione, con la quale s’intendeva rendere omaggio alle due anime del Risorgimento, quella dinastico-cavouriana e quella democratico-popolare, non servì a nascondere i forti dissensi che dividevano i moderati dai democratici e a impedire che essi combattessero una dura lotta per assicurarsi la guida della famiglia massonica.

Garibaldi divenne immediatamente il candidato sostenuto dai democratici, ma quando Costantino Nigra diede le dimissioni da gran maestro e un'assemblea straordinaria fu chiamata a eleggere il suo successore, il prescelto risultò Filippo Cordova, già ministro di Cavour, che prevalse su Garibaldi con 15 voti contro 13.

Era il 1° marzo 1862.

Pochi giorni dopo il Supremo Consiglio del Rito Scozzese di Palermo, luogo di raccolta di massoni italiani di fede repubblicana e radicale, decise di sottolineare la propria autonomia rispetto a Torino e conferì a Garibaldi, insignito da Crispi dei gradi scozzesi dal 4° al 33°, il titolo di gran maestro.

Si stava preparando, in quello scorcio del 1862, la spedizione per la liberazione di Roma che sarebbe stata interrotta, il 29 agosto, dalle fucilate di Aspromonte.

Garibaldi, accettando la carica offertagli dall'obbedienza scozzesista siciliana, dimostrò che in quella fase egli attribuiva evidentemente alla Massoneria una funzione importante quale strumento organizzativo e di raccordo fra le varie correnti democratiche.

Non a caso, appena giunto in Sicilia, presenziò all'iniziazione del figlio Menotti (il 1° luglio) e firmò egli stesso (il 3 luglio) la proposta di affiliazione dell'intero suo stato maggiore (Pietro Ripari, Giacinto Bruzzesi, Francesco Nullo, Giuseppe Guerzoni, e gli altri).

«A tal fine e con gli alti poteri a me conferiti gli dispenso dalle solite formalità»: così dichiarò in tale circostanza, ribadendo ancora una volta il proprio disinteresse per gli aspetti rituali e ponendo l'accento sul contributo sostanziale che egli riteneva potesse venire dal coinvolgimento diretto della massoneria nella lotta per il completamento dell'unità nazionale.

«Fu il fallimento dell'impresa dell'agosto 1862 – ha osservato Aldo Alessandro Mola – a spingere Garibaldi su posizioni di anticlericalismo intransigente».

In effetti, da quel momento in poi, il generale manifestò una sempre più convinta adesione alle posizioni della che fu la principale sostenitrice nella penisola di un laicismo inflessibile e di una guerra a oltranza contro la Chiesa cattolica.

L'obiettivo politico della liberazione di Roma dal dominio pontificio ben si coniugava evidentemente con l'obiettivo di dar vita a uno Stato laico e democratico, ove il potere temporale dei papi fosse soltanto un ricordo.

D'altro canto, anche dentro il Grande Oriente d'Italia, la componente democratica di provenienza garibaldina cominciava a consolidare la propria presenza e a imporre le proprie scelte politiche e ideologiche.

Non stupisce perciò che la prima vera Costituente massonica italiana, quella che si tenne a Firenze nel maggio 1864 con la partecipazione di 72 delegati, riuscisse finalmente a eleggere Garibaldi, a larghissima maggioranza, come nuovo gran maestro.

Com’è noto, egli detenne questa carica solo per pochi mesi.

Troppo vivaci erano gli scontri in atto proprio in quel periodo fra i vari gruppi della sinistra italiana perché questi potessero riconoscersi nella leadership unificante di Garibaldi, com’era accaduto nel recente passato.

Per fare un solo esempio, Antonio Mordini, che Garibaldi scelse come proprio plenipotenziario massonico, era in quel momento impegnato con Crispi e Bargoni nel tentativo di formazione del cosiddetto «terzo partito», un raggruppamento politico collocato a metà strada fra la sinistra costituzionale e l'estrema repubblicana, che intendeva utilizzare proprio il generale e l'organizzazione massonica come strumento per propagandare le proprie idee e raccogliere su di esse il consenso dei democratici.

Vi erano poi coloro, come il futuro Gran Maestro Lodovico Frapolli, che si battevano per impiantare anche in Italia una massoneria di modello anglosassone, estranea alle beghe di partito.

«È già una fatalità – scrisse Frapolli a Mordini, commentando l'elezione di Garibaldi – che le circostanze ci abbiano forzato a scegliere per l'Italia, a gran maestro, un uomo politico.

Inconveniente che non può essere tollerato, se non ammettendo la funzione che Garibaldi sia la bandiera del popolo, il mito incarnato dell'umanitarismo, mentre d'altronde, se quel nome è da tutti accettato, egli è perché ognuno presume che il generale si contenti di questo rôle eccezionale e non se ne mescoli altrimenti».

In realtà, Garibaldi non aveva nessuna intenzione di dare alla sua carica una valenza meramente formale, né pensava che la massoneria dovesse estraniarsi dalle vicende politiche nazionali.

Si vide bene nel maggio 1867, quando egli lanciò un celebre appello a tutti i «fratelli» della penisola: “Come non abbiamo ancora patria perché non abbiamo Roma, così non abbiamo Massoneria perché divisi.

[…] Facciasi in massoneria quel fascio romano che, a onta di tanti sforzi, non si è potuto ancora ottenere in politica.

Io reputo i massoni eletta porzione del popolo italiano.

Essi pongano da parte le passioni profane e con la coscienza dell'alta missione che dalla nobile istituzione massonica gli è affidata, creino l'unità morale della Nazione.

Noi non abbiamo ancora l'unità morale; che la Massoneria faccia questa, e quella [l'unità della nazione] sarà subito fatta. […] L'astensione è inerzia, è morte.

Urge l'intendersi, e nell'unità degli intendimenti avremo l'unità di azione”.

La battaglia per completare l'unificazione nazionale e quella per riunire le varie obbedienze massoniche dovevano dunque andare di pari passo e quasi sovrapporsi.

Per Garibaldi la massoneria, unico organismo che fosse dotato di una pur labile articolazione su base nazionale, doveva rappresentare lo strumento di aggregazione di tutte le forze progressiste italiane, per le quali, in quel momento, l'obiettivo assolutamente prioritario era rappresentato dalla lotta per la liberazione di Roma.

Proprio a sancire questo suo intento ecumenico e conciliatorio Garibaldi, nel giugno 1867, pur conservando la carica di gran maestro del Consiglio scozzesista palermitano, accettò la nomina a gran maestro onorario del Grande Oriente d'Italia che gli fu conferita dalla Costituente massonica di Napoli.
Il legame con l'istituzione liberomuratoria era ormai saldissimo, come pure profonda era l'identificazione con gli ideali e i valori culturali di cui essa si faceva portavoce.

Non valsero a incrinare questo rapporto neppure le divergenze manifestatesi in occasione dell'Anticoncilio di Napoli del 1869, cui egli aderì con grande entusiasmo e dal quale la Massoneria, per volere di Frapolli, rimase invece sostanzialmente estranea, né il tiepido sostegno dato dal Grande Oriente d'Italia alle ultime iniziative per la liberazione di Roma del 1867 e del 1870.

Già nel 1872 Garibaldi rilanciò con estrema chiarezza quello che sarebbe divenuto il principale progetto politico dei suoi ultimi anni di vita e il testamento ideale che egli avrebbe lasciato alla sinistra italiana post-risorgimentale: l'idea cioè di riunire in un fascio comune tutte le correnti della democrazia, tutte le forze impegnate nella diffusione dei valori della cultura laica, della libertà, del progresso, di un riformismo che accettava di muoversi all'interno del quadro istituzionale vigente, pur non rinunciando alla prospettiva di cambiamenti più radicali in un lontano futuro.

La massoneria doveva farsi promotrice di questo progetto e fornire il collante ideologico e organizzativo di cui esso necessitava per essere coronato dal successo.

«Perché tutte le associazioni italiane tendenti al bene – si domandava nel 1873 - non si affratellano e non si pongono per amore d'indispensabile disciplina sotto il vessillo democratico del Patto di Roma? […] La più antica e la più veneranda delle società democratiche, la Massoneria, non darà essa l'esempio di aggregazione al fascio italiano? Le società operaie, internazionali, artigiane, ecc. non portano esse nel loro emblema la fratellanza universale, quanto la Massoneria? Formate il fascio, adunque, repubblicani ringhiosi; stringetevi intorno al Patto di Roma».

Nell'ultimo scorcio della vita la coincidenza fra le sue posizioni e quelle della Massoneria fu pressoché totale.

Basterà ricordare il suo impegno nelle file del movimento pacifista e la battaglia, che vide ovunque i massoni in prima fila, per promuovere la costituzione di organismi di arbitrato a livello internazionale che scongiurassero il ricorso alle guerre.

Oppure le sue battaglie per il suffragio universale, per l'emancipazione femminile, per la diffusione dell'istruzione obbligatoria, laica e gratuita: tutti temi che costituivano il patrimonio comune della sinistra democratica italiana di matrice risorgimentale e che la Massoneria inserì nel proprio programma e decise di sostenere con le modalità più diverse.

Ma si pensi, per avere una conferma della forte consonanza di vedute che vi fu anche sul versante del razionalismo positivistico e della militanza anticlericale, all'adesione che Garibaldi dette al movimento per diffondere in Italia l'idea e la pratica della cremazione: movimento che fu direttamente promosso dalle logge massoniche e che ebbe fra i suoi maggiori dirigenti molte figure di primo piano della Massoneria.

Si ricordi infine nel 1881 la sua mobilitazione, condivisa da molti democratici e fatta propria dal Grande Oriente d'Italia anche in virtù delle pressioni da lui esercitate sul Gran Maestro Giuseppe Petroni, per impedire che dopo il colpo di Tunisi si rompessero i rapporti con la Francia repubblicana e il governo fosse sospinto verso l'alleanza con gli Imperi centrali.

Dopo la morte di Garibaldi la Massoneria fu tra le forze politiche e sociali italiane quella che più di altre s’incaricò di conservarne la memoria e di alimentarne il mito.

Nel momento in cui le classi dirigenti del paese stavano profondendo le maggiori energie per costruire un paradigma identitario nel quale l'intera nazione potesse riconoscersi, la morte dell'eroe popolare per eccellenza mise a disposizione un riferimento simbolico prezioso, capace di affiancare e rafforzare l'ormai insufficiente e sbiadita immagine dinastica.

Specialmente negli anni di Crispi, intorno alla figura di Garibaldi si cercò di costruire una religione civile imperniata sul mito laico del Risorgimento, e la Massoneria, all'epoca sotto la guida di Adriano Lemmi, ebbe un ruolo notevolissimo nel favorire la riuscita dell'operazione. Garibaldi fu il nome di gran lunga più diffuso fra quelli dati alle logge della penisola o alle logge italiane d'oltremare (in America Latina, in Africa del Nord, ecc.); altre denominazioni, come Caprera, Luce di Caprera, Leone di Caprera, erano ispirate dalla medesima volontà di rendere omaggio all'eroe nizzardo.

La Massoneria promosse inoltre innumerevoli cerimonie, commemorazioni, inaugurazioni di lapidi e monumenti alla memoria di Garibaldi.

La più importante di queste iniziative fu l'inaugurazione a Roma del monumento sul Gianicolo, che si tenne emblematicamente il 20 settembre 1895, nel venticinquesimo anniversario di Porta Pia, e vide il massone e capo del governo Francesco Crispi enfatizzare il contributo dato dalle forze laiche e popolari al Risorgimento.

La massoneria, grande sostenitrice della necessità di trasformare il 20 settembre in festa civile della nazione, vide in quest’occasione coronata la sua richiesta.

Al tempo stesso, prima che di lì a un anno difficoltà di varia natura travolgessero i due grandi artefici dell'iniziativa, Francesco Crispi e Adriano Lemmi, essa poté celebrare, nel nome di Garibaldi, la propria consacrazione come struttura associativa laica e democratica depositaria della migliore eredità del Risorgimento e come luogo di coagulo delle energie più vitali e più moderne del paese.

Dal Blog:fratellomassone