giovedì 1 gennaio 2009

DELITTO MATTEOTTI, UNA PAGINA DI STORIA ANCORA DA SCRIVERE


Il primo giornale a parlare di “un’altra verità”, a riguardo del delitto Matteotti è stato - se non vado errato - proprio il nostro “Avanti!” del 27 luglio 1985 con un articolo di Antonio Landolfi dal titolo: “La Massoneria e il delitto Matteotti: un’altra verità”.L’articolo faceva riferimento a quanto pubblicato da Matteo Matteotti nel suo libro “Quei vent’anni. Dal fascismo all’Italia che cambia”. Intanto “Storia illustrata” nel suo numero del novembre 1985, dedicava ampio spazio all’argomento, pubblicando un articolo dal titolo: “Fu uno sporco affare di petrolio” e come sopratitolo “Delitto Matteotti”. E Matteo Matteotti, figlio del martire, in un altro articolo parlò del delitto. L’articolo ha un titolo “Dietro la morte di mio padre c’era il re” e un sottotitolo: “l’assassinio di Giacomo Matteotti non fu un delitto politico, ma affaristico. Mussolini non aveva alcun interesse a farlo uccidere. Sotto c’era lo scandalo di petrolio e la longa mano della Corona. La verità verrà presto a galla”. Nel testo dell’articolo (intervista di Marcello Staglieno) si legge che il libro di Matteo Matteotti permette “interrogativi interessanti sull’assassinio di Giacomo Matteotti; questi: Vittorio Emanuele III ebbe una parte decisiva nel delitto? Il re implicato in quello scandalo del petrolio (l’affare Sinclair) di cui parlò e straparlò la stampa del tempo e, scoperto da Matteotti, manovrò per assassinarlo?”. Nella intervista Matteo Matteotti afferma che nel 1924 i giornali parlarono della denuncia che avrebbe dovuto essere portata da Giacomo Matteotti davanti alla Camera, riferendosi in particolare a un dossier, contenuto nella sua cartella il giorno del rapimento, che riguardava appunto, assieme alle bische, i petroli. Nella intervista affiora anche la Massoneria. 

Dice Matteo Matteotti che “Stampa Sera” del 2 gennaio del 1978 pubblicò un articolo a firma di Giancarlo Fusco, con precise affermazioni: “in sintesi, eccole: nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia, duca d’Aosta raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla Rispettabile Loggia “The Unicorn And The Lion”. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil, la futura Bp, esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel registro degli azionisti senza sborsare una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (covered) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone dell’entroterra libico”. Aggiunse ancora: “Sempre sul piano delle ipotesi, ai primi di giugno a De Bono si sarebbe presentato un informatore, certo Thishwalder, con una notizia preziosa: Matteotti aveva un dossier non solo sui brogli elettorali fascisti del ’24, ma anche sulle collusioni fra il re e la Sinclair”. A queste notizie, la stampa quotidiana dedicò negli ultimi giorni dell’ottobre ’85 ampi servizi, fra i quali “la Repubblica” con un articolo di Alberto Stabile così intitolato: “L’ipotesi collega il delitto del 1924 con l’affare del petrolio Sinclair. C’era la mano della Corona, nell’omicidio di mio padre. Il figlio di Matteotti riscrive la storia”. 

La nota interessante è che tutti i giornali danno notizia dell’articolo pubblicato da Giancarlo Fusco per “Stampa Sera” del 2 gennaio 1978. Quello che ha veramente importanza è che l’onorevole Matteotti, non massone, è stato realmente ricevuto da una Loggia massonica con tutti gli onori. Ora è logico supporre che la presenza di un così prestigioso esponente dell’antifascismo in una Loggia massonica aveva un particolare significato e viene logico anche pensare che aveva un motivo: e cioè fornirgli documenti per aiutare i socialisti e le opposizioni democratiche a scrollarsi da dosso il fascismo (che la Massoneria internazionale già prevedeva funesto per l’Europa). Infatti tali documenti che compromettevano personalmente il re avrebbero suscitato una enorme impressione, scatenando una serie di reazioni dirompenti da rendere facile un capovolgimento della situazione italiana, l’abdicazione di Vittorio Emanuele III, complice di Mussolini per la “marcia su Roma”, e l’annientamento del fascismo. Ma Mussolini venne a conoscenza di questi documenti (Matteotti ne aveva parlato con molti e non solo con i membri della sua direzione) e con una mossa di magistrale furbizia decise di rapire Matteotti e mettere mano ai documenti. In una sola mossa avrebbe così eliminato il capo della opposizione e obbligato il re a dargli d’ora innanzi tutto l’appoggio, ricattandolo con quei documenti, la cui pubblicazione - aggiunta all’assassinio di Matteotti -, sarebbe indubbiamente costata la corona ai Savoia. E questo era quanto maggiormente conveniva a Mussolini che aveva bisogno (soprattutto per prestigio internazionale) della Corona per sbaragliare definitivamente tutte le opposizioni, anche a costo di vincolare per sempre le sorti del fascismo a quelle di casa Savoia. 

Vittorio Emanuele III accusò il colpo preferendo indubbiamente che sull’Italia scendesse il buio della notte, piuttosto di una Italia libera al prezzo del suo annientamento. E questa sarà la più grande delle macchie di casa Savoia perché da quel momento le mani di Vittorio Emanuele grondano sangue… Mussolini da quel momento era diventato il padrone dell’Italia. Mussolini aveva vinto: la Corona ormai compromessa nel delitto Matteotti, la Massoneria che sarebbe stata messa al bando l’anno dopo e la stipulazione del Concordato nel 1929, ecco il grande piano di Mussolini perfettamente riuscito. Molto più tardi, nel 1945, all’epoca della Repubblica di Salò, Mussolini confida al giornalista Carlo Silvestri che il delitto Matteotti era stato premeditato dagli sporchi ambienti finanziari che gravavano sul Pnf, allo scopo di destabilizzare il regime fascista. L’intervista a Carlo Silvestri viene data a Mussolini il 29 gennaio 1945 a quasi un anno di distanza da una violenta campagna montata dai giornali fascisti contro la Massoneria. I titoli a caratteri di stampa e a tutta pagina segnalavano “sensazionali rivelazioni in un carteggio segreto fra i dignitari del Grande Oriente. A mo’ di esempio “Il lavoro” quotidiano di Genova, nel suo numero del 14 febbraio del ’44, mette come titolo di una intera pagina “La criminale sotterranea attività della massoneria per minare alle basi il regime fascista e dissociarlo dal popolo che Mussolini aveva portato a un benessere e a un prestigio mai goduto” e come sottotitolo: “Lo studio e la messa in opera di un piano delittuoso per abbattere il fascismo attraverso la guerra e la disfatta. 

La collusione delle democrazie quattrinarie col bolscevismo anticapitalista. L’inquinamento massonico delle classi alte nell’esercito e nella burocrazia. Esplico cenno al re simpatizzante e gradito visitatore delle Logge”. E nell’articolo si legge ancora: “A qualche giorno di distanza dal fatidico 10 giugno, Mussolini riceve da un corrispondente anonimo, che si presenta come un devoto amico, una lettera nella quale questi si dichiara convinto dell’origine massonica del delitto Matteotti e aggiunge, per sovramercato, di sapere dove a Palazzo Giustiniani (sede della Massoneria di Palazzo Giustiniani - nota di A.C.) era stato nascosto un foglio con le istruzioni per l’eccidio, vergato dal Grande Oriente francese”. Il che è assolutamente incredibile, perché se Mussolini avesse realmente ricevuto una simile segnalazione (che l’avrebbe scagionato completamente dall’assassinio) non avrebbe esitato un solo istante a mandare le sue squadracce per avere in pugno un documento che da accusato, lo avrebbe visto accusatore e trionfatore. Anche Candido, nel suo numero del 30 gennaio 1986, dedica al “caso Matteotti” ben due pagine con sopratitolo “Finalmente la verità dopo sessanta anni di menzogne” e titolo: “L’assassinio dell’esponente socialista fu deciso in un ristretto ambiente affaristico e massonico milanese”. E la tesi di tanti articolisti è questa “La massoneria fa uccidere Matteotti per addossare la responsabilità a Mussolini e conseguentemente costringerlo alle dimissioni”. 

Articoli finiti nel nulla e nel ridicolo, soprattutto per le “rivelazioni” del “Candido”: “Il gruppo che decretò la morte di Matteotti era legato a grossi industriali, si trattava insomma di un gruppo di potere che poteva contare, fra l’altro, sull’attivo concorso della Massoneria di Palazzo Giustiniani e su uomini politici del peso di Filippo Turati e di Giovanni Amendola”. Stupisce che una simile polemica sia datata 1985, quando la matrice dell’omicidio era stata provata e comprovata da centinaia di prove e di testimoni. La morte di Matteotti legata a grossi industriali? Ma non era il fascismo che era venuto al potere con i soldi del triangolo industriale e degli agrari della Valle Padana? Con una disinvoltura incredibile si è cercato di capovolgere la storia e dare la responsabilità dell’assassinio del grande leader socialista a Giovanni Amendola e a Filippo Turati, morti in esilio in Francia.Dal delitto Matteotti, Mussolini e Casa Savoia sono sempre andati d’accordo e mai alcun dissidio è nato in seguito fra fascismo e monarchia, dalle leggi liberticide del 1925, alle leggi razziali del 1938, alla dichiarazione di guerra del 1940, sino al 25 luglio 1943 e all’8 settembre 1943, quando per cercare di salvare la Corona, il re non trovò di meglio che fuggire all’estero lasciando esercito e popolazione in piena confusione alla mercé dell’ex alleato tedesco. Da un simile personaggio, la tesi dell’altra verità che lo ha inchiodato come correo dell’assassinio Matteotti, diventa non solo possibile, ma di una completa logicità.

Fonte: di Aldo Chiarle su L'Avanti!