La Città di Noto ha in sé, nell’eleganza dei suoi palazzi monumentali del tardo barocco, chiari ed evidenti segni dello spirito Massonico, che idealmente la legano ai costruttori di Cattedrali e alle conoscenze edificatorie che essi custodivano e tramandavo, quale espressione di Città ideale, voluta all’insegna dell’Armonia e della Gioia di vivere. Esponenti di spicco tra i suoi fondatori, furono legati all’Ideale Massonico ed esoterico dell’epoca. Tra di essi spicca la nobile famiglia Nicolaci, i Paternò Castello, i Trigona. In particolare ricordiamo l’illustre Giacomo Nicolaci, detto il gobbo, appartenente all’Accademia dei Trasformati e il di lui fratello Corrado Nicolaci. Negli anni a seguire altri netini illustri furono iniziati alla Massoneria, nel periodo risorgimentale, in particolare ricordiamo ad esempio il Ministro Matteo Raeli, successivamente il Letterato e Poeta Giuseppe Cassone; la poetessa Mariannina Coffa che aderì ai medesimi ideali, così pure il padre, Avvocato Coffa e una nutrita schiera di uomini dell’epoca. La presenza delle Logge a Noto è proseguita nei primi anni del ’900 con le Logge Arnaldo e Ferruccio, Darwin, e sino agli anni ’70 con la Loggia Mazzini, dalla quale ha tratto un fertile innesto, oggi in piena fioritura, la R∴.L∴ Agape n.1381, grazie ai numerosi fratelli che ne adornano le colonne.
Le principali notizie della massoneria Italiana ed estera. Il simbolismo, la filosofia, gli Studi Tradizionali
venerdì 30 ottobre 2020
giovedì 29 ottobre 2020
Il Grande Oriente ricorda il fratello Achille Ballori ucciso il 31 ottobre del 1917
ll Grande Oriente d’Italia ricorda Achille Ballori, il fratello martire ucciso a colpi di pistola nella serata del 31 ottobre del 1917 all’interno di Palazzo Giustiniani da un folle, spinto a questo insano gesto dal clima fortemente antimassonico che cominciava a soffiare sull’ Italia, alla vigilia della marcia su Roma e dell’ascesa del fascismo, che perseguiterà i liberi muratori, mettendo a ferro e a fuoco le logge fino a sequestrare la sede del Goi.
Nato a Dicomano (Pisa) il 29 aprile 1850 Ballori era un medico dalle straordinarie qualità. Aveva diretto l’ospedale civile di Mantova prima e poi gli Ospedali Riuniti di Roma e durante l’amministrazione di Ernesto Nathan era stato assessore all’Igiene della Capitale. Ineccepibile anche il suo curriculum massonico: nel 1874 era già maestro nella loggia “Umanità e Progresso” di Pisa e nel 1891 venerabile dell’officina “Rienzi” di Roma. Nel 1893 era stato eletto Grande Maestro Aggiunto del Grande Oriente d’Italia e il 20 marzo 1899 era stato insignito del 33° grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato, del quale divenne nel 1906 Sovrano Gran Commendatore, carica che ricoprì sino alla morte. Per sua volontà fu cremato e seppellito nella tomba monumentale dei Gran Maestri al Verano.
La ricostruzione dei fatti
Ballori era un personaggio noto e i media dell’epoca si occuparono molto del suo omicidio avvenuto la sera del l 31 ottobre 1917. Erano le 18, 15, secondo le testimonianza raccolte dagli investigatori, quando un uomo sulla quarantina con pizzetto, abito grigio e cappello a lobbia, di media statura e robusto, suonò al campanello del portone in via della Dogana Vecchia di Palazzo Giustiniani a Roma. Si presentò come Giobbe Giobbi e chiese di parlare con Ballori. Giobbi si era recato già, senza trovarlo, nella casa del Gran Maestro Aggiunto in Via San Martino al Macao, ed era stata Filomena, la governante, a dirgli che lo avrebbe trovato appunto nella sede del Grande Oriente. Ballori, che era in compagnia del professor Ulisse Bacci, Gran Segretario, andò personalmente a riceverlo all’ingresso. “È lei il commendator Ballori?”, gli domandò il sedicente Giobbi, tirando fuori una pistola e cominciando a sparare contro di lui alcuni colpi mortali di arma da fuoco, per poi fuggirsene, nella confusione generale, fischiettando l’incipit della Cavalleria Rusticana. L’assassino lasciò Palazzo Giustiniani e salì su un tram per presentarsi, alle 19,30, al numero 9 di via Augusto Valenziani dove si trovava la casa dell’ex Gran Maestro Ettore Ferrari. La portiera gli riferì che lo avrebbe trovato solo mattina successiva. Di qui, l’uomo si diresse poia palazzo Sciarra, sede del “Giornale d’Italia”, dove chiese a un fattorino perché il giornale non fosse ancora uscito, non nascondendo la sua soddisfazione, quando questi gli rispose che il ritardo era dovuto alla notizia dell’uccisione del professor Ballori. Intanto la Questura aveva disposto misure di sicurezza davanti alle abitazioni di tutti i massimi dirigenti della Massoneria. E Giobbi fu arrestato il giorno dopo proprio nei pressi dell’abitazione in via Torino dell’ex sindaco di Roma ed ex Gran Maestro del Grande Oriente Ernesto Nathan.
Il pericoloso pregiudizio antimassonico
Il vero nome di Giobbi era Lorenzo D’Ambrosio. L’attentatore di Ballori era un farmacista, aveva 47 anni, era nato ad Avellino e resiedeva a Roma. Era sposato e padre di due figli. Portato al commissariato di via Magnanapoli, venne perquisito e trovato in possesso di un coltello a serramanico «a foglia d’olivo» di 9 cm e un revolver Smith & Wesson a 5 colpi, calibro 7,65 scarico. Anarchico individualista, nel corso dell’interrogatorio cui venne sottoposto, manifestò tutta la sua avversione psicotica contro la Massoneria, accusandola di ogni male e anche di alcuni suoi problemi personali: dal suo internamento nel manicomio di Nocera nel 1916 alla morte della sorella Costantina in America, asfissiata dalle esalazioni di gas illuminante per un rubinetto lasciato aperto. D’Ambrosio spiegò che si era voluto vendicare. “Debbo dichiarare – disse che non avevo ragione alcuna di speciale antipatia per il Ballori, persona di ottimo cuore e di grande onestà. La mia intenzione era di colpire la Massoneria nelle sue personalità più rappresentative: avevo idea di uccidere, oltre il povero Ballori, anche Ettore Ferrari ed Ernesto Nathan. Che io non avessi ragione di odio contro il Ballori ve lo dimostra il fatto che stamane ho comprato due mazzi di fiori da deporre sulla sua tomba. Se non mi aveste arrestato avrei seguito fino all’ultimo il mio programma. Sabato mi sarei recato ai funerali del Ballori, e avrei fatto una strage […]”. Il 29 aprile 1918, lD’Ambrosio venne riconosciuto affetto da demenza paranoide, prosciolto dall’accusa di omicidio e rinchiuso per sempre in un manicomio giudiziario.
venerdì 23 ottobre 2020
Yakhin la parola sacra del Compagno d’Arte
di Luca Delli Santi
Il grado di Compagno d’Arte è spesso non sufficientemente valorizzato nella vita delle officine, i fratelli lo vivono come una transizione fra il primo grado ed il terzo, in molti casi si lavora in camera di Compagno solo per celebrare gli aumenti di salari, tutto ciò non consente di valorizzare i profondi insegnamenti che vi sono custoditi.
In ambito cabalistico fra gli aspetti più interessanti sui quali riflettere vi sono certo la parola di passo Shiboleth, su cui si è già detto, e la parola sacra Yakhin.
Nella simbologia del tempio di Salomone in relazione all’Albero della Vita la colonna di Yakhin rappresenta la sephira Netzach, eternità, vittoria, intese come trionfo della vita eterna sulla morte.
Riguardo Netzach abbiamo già avuto modo di scrivere in precedenza qualche accenno, prendiamo in considerazione la parola Yakin in quanto tale.
Il significato letterale è Stabilità, come noto nel tempio di Salomone era posta a destra. La parola Boaz, il nome della colonna di sinistra, significa forza, ben si sposa questo concetto con il lavoro dell’Apprendista che è prima di tutto esercizio di volontà. Nel secondo grado il fratello dovrebbe aver acquisito il dominio di questa qualità e renderla un elemento permanente, stabile del lavoro. Yakin è la capacità di restare fedele a ciò che ci si è proposti, l’impegno a percorrere incessantemente la via iniziatica tradizionale, un impegno assunto in primo luogo con se stessi.
La pima lettera di questa parola in ebraico è la Yod, da ciò traiamo il suo carattere maschile ed attivo, l’ideogramma della Yod rappresenta un seme, il potenziale luminoso che se ben coltivato produce fecondi frutti.
La ghematria è 90 come quello della parola Man, la Manna. Shiboleth ci richiamava al cum panis, la condivisone fra pari della conoscenza, Yakhin ci proietta alla fine del lavoro, il pane condiviso fra i compagni si sublima diventando la Manna, il cibo concesso direttamente dal divino, una “sostanza” che connette i piani spirituali e quelli materiali, il cibo concesso direttamente da dio è un allegoria della conoscenza trasmessa direttamente dal divino all’umano senza mediazioni. L’essere umano ha ritrovato il ponte con l’Assoluto che si era rotto a causa della caduta e la conseguente perdita dello stato edenico.
Un’altra ghematria che si riconnette direttamente al significato della conoscenza è Maim, l’acqua.
Infine Yakhin condivide la ghematria di Melek, il re, il libero muratore è re di se stesso, domina le proprie pulsioni, trasforma ogni energia in una forza in grado di alimentare il lavoro spirituale.
Il grado di Compagno d’Arte ha già in sé tutti gli elementi che consentono al libero muratore di percorrere la via regale, è qui che gli viene indicato che solo attraverso la condivisone delle conoscenza fra fratelli, egli potrà aspirare al sapere più elevato: la Manna.
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giovedì 22 ottobre 2020
Da Ipazia a Filelfo, un’antica tradizione può salvare il mondo
Nella crisi dei tempi — che si tratti della caduta dell’impero romano o della catastrofe ambientale che minaccia il pianeta — la tradizione antica ci insegna a rivolgerci alla madre terra, per rinnovare in noi stessi quell’opus di trasformazione che l’ars magna garantisce sempre possibile. Due sapienti, una donna e un uomo come nel Mutus Liber, ci fanno da guida, ricordandoci che la nostra anima individuale non esiste se non come parte dell’unica anima del mondo: un mondo che possiamo e dobbiamo, attingendo alla loro sapienza, salvare.
Al centro dell’incontro che si terrà il 17 novembre alle ore 19 che il Servizio Biblioteca ha organizzato con Silvia Ronchey ci sono due storie di straordinaria attualità: la prima su Ipazia, matematica, astronoma, filosofa, influente politica, sfrontata e carismatica maestra di pensiero e di comportamento. La nuova edizione aggiornata e accresciuta di Ipazia. La vera storia che verrà pubblicata da Einaudi nei prossimi mesi, si è data un compito ambizioso: da un lato, dare conto di tutti gli interventi apparsi su Ipazia e analizzare tutte le opinioni che sono state espresse nel decennio che la separa dalla prima edizione (2010, con sei ristampe); d’altro lato, chiarire ulteriormente l’oggetto e opporre i fatti, in molti casi, alla fantasia o all’errore. La seconda storia riguarda una favola scritta dal misterioso Filelfo intitolata: L’assemblea degli animali. La vicenda del libro è raccontata dal punto di vista degli animali, che sanno come l’uomo si sia allontanato dall’antica sapienza grazie alla quale viveva in armonia con la natura, abbia smarrito la consapevolezza di far parte di un’unica anima del mondo e sia avviato a distruggere la casa comune di tutti gli esseri viventi. L’assemblea degli animali racchiude più libri in uno: favola ecologica di questi tempi, accessibile a ogni tipo di lettore; gioco letterario a scovare le citazioni nascoste nel testo; e opera pedagogica grazie al puntuale regesto in appendice, in cui le centinaia di rimandi alle opere vengono riportati fornendo al lettore la possibilità di approfondire gli autori menzionati.
Chi volesse partecipare dovrà inviare una e-mail di registrazione all’indirizzo: bibliogoi@grandeoriente.it, indicando le proprie Generalità. Al ricevimento della richiesta di registrazione verranno inviate le istruzioni per poter partecipare. Ci si può prenotare entro il 16 novembre alle ore 15.00.
mercoledì 21 ottobre 2020
Dioniso immortale. Il don Giovanni tra iniziazione e mito
Per rinvenire ciò che da tempo è rimasto nascosto del Don Giovanni di Mozart è essenziale andare oltre. Un percorso insicuro e non facile, tra ordine e disordine, tra libertà e negazione, tra Eros e Tanathos, tra sacro e profano, tra sublime bellezza e oscenità. Ma il mito ci è compagno con Dioniso l’immortale. Conoscerlo, quando afferrati da un rischioso processo di conoscenza, egli ci mostra un (nostro) rimosso pezzo del Sé. Rispetto alle altre opere non è azzardato definire il Don Giovanni come la più misteriosa tra le opere di Mozart. Proprio per quella sua peculiare dimensione altra, posta sulla soglia della metacognizione, espressione dell’archetipo coperto come tale, che si manifesta a tratti nell’Opera tra le evidenti apparenze comico-drammatiche. Il libro narra di una ribollente vitalità, in parte provocatoria ma solidamente fondata su significati tradizionali che disvelano dimensioni meno note riguardanti sicuramente più il mito e il numinoso, la massoneria e gli Illuminati di Baviera, che non delle avventure di un play boy di campagna della fine del XVIII secolo. Qui Praga: rappresentazione dell’Opera 1787 appena venti mesi dalla Rivoluzione francese, dove con audace incoscienza si anticipa il trinomio: Libertà, Uguaglianza, Fraternità. Viva la Libertà.
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