Visualizzazione post con etichetta esoterismo- simbolismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta esoterismo- simbolismo. Mostra tutti i post

lunedì 6 aprile 2020

I misteri di Eleusi

di Michele Leone



Le mani pure, così come molti altri temi delle iniziazioni antiche si riscontrano a volte senza significative variazioni nelle moderne società segrete o scuole iniziatiche. Vedremo a breve l’importanza del modello di Eleusi per tutta la tradizione esoterica occidentale e soprattutto il suo lascito per quanto riguarda il segreto.

Anche Erodoto tace sui Misteri: E per quel che concerne il rito iniziatico di Demetra, che i greci chiamano Tesmoforie, su di esso mi sia consentito restare in religioso silenzio, tranne per ciò che è consentito dire. Il silenzio sui misteri e l’impossibilità di parlarne ritorna sovente nella letteratura.

Eliade ci racconta parte della cerimonia:

Il primo giorno la festa si svolgeva nell’Eleusinion di Atene, ove il giorno prima erano stati solennemente trasportati da Eleusi gli oggetti sacri (hiera). Il secondo giorno la processione si dirigeva verso il mare. Ogni aspirante all’iniziazione, accompagnato da un tutore, portava con sé un porcellino che lavava nelle onde e sacrificava al ritorno ad Atene. Il giorno successivo, alla presenza dei rappresentanti del popolo ateniese e delle altre città, l’arconte basileus e la sua sposa eseguivano il grande sacrificio. Il quinto giorno segnava il momento culminante delle cerimonie pubbliche. Un’enorme processione partiva all’alba da Atene. I neofiti, i loro tutori e numerosi Ateniesi accompagnavano le sacerdotesse che riportavano ad Eleusi gli hiera. Verso la fine del pomeriggio la processione attraversava un ponte sul Kephisios e là uomini mascherati lanciavano insulti contro i cittadini più importanti. Al calare della sera, con torce accese, i pellegrini entravano nel cortile esterno del santuario. Una parte della notte era dedicata alle danze e ai canti in onore delle dee. Il giorno successivo gli aspiranti all’iniziazione digiunavano ed offrivano sacrifici; circa i riti segreti (le teletes) possiamo, però, soltanto avanzare alcune ipotesi. Le cerimonie che si svolgevano all’esterno e all’interno del telesterion si riferivano probabilmente al mito delle due dee. Si sa che gli iniziandi, con le torce in mano, imitavano Demetra vagante con fiaccole alla ricerca di Persefone. (Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Vol. I, Bur, Milano 20133, pp.321-322).

In un frammento di Porfirio troviamo una interessante descrizione: Nei misteri di Eleusi lo ierofante si veste a immagine del demiurgo, il daduco a immagine del sole e il sacerdote dell’altare a immagine della luna. L’araldo sacro a immagine di Ermes.

I misteri di Eleusi erano depositari di un messaggio segreto o una prospettiva escatologica?

Coniugata con Atene, ma a questa esterna, in ragione anche della ξενία mitologica degli Eumolpidi, Eleusi rappresentava per Atene l’<<alterità>> dove si annullavano le differenze tra cittadini e nello stesso tempo tra gli uomini e gli dèi e dove la città periodicamente si rifondava. Essa era lo spazio <<altro>> e simbolicamente esterno dove si rinnovava la vicenda mitica che aveva portato ad addomesticare la morte rendendola uno strumento di rifondazione periodica della presenza, un modo per conferire senso all’<<essere-nel-mondo>> dell’uomo – non dunque un messaggio segreto come vorrebbe Burkert: <<A noi pare che debba esserci stato un particolare messaggio eleusino, un segreto ma preciso annuncio del superamento della morte>>. Nella prospettiva etnocentrica ateniese il culto eleusino, con il suo messaggio escatologico implicato dall’addomesticamento della morte, assumeva i connotati di un privilegio di cui godeva Atene, dalla quale però era generosamente diffuso tra tutti gli uomini. Ma proprio perché conferiscono senso alla morte i misteri si rivelano una grande metafora della vita, là dove evocano nel mito le nozze e nel rito la gravidanza e il parto, all’interno dell’ottica di un sistema che considera la famiglia elementare il perno attorno a cui ruotano la cultura e la vita associata. (Paolo Scarpi, op. cit. pp.9-10).

Eliade ci ricorda che gli iniziati ai Misteri di Eleusi non formavano una “Chiesa” né un’associazione segreta comparabile ai Misteri dell’età ellenistica (Mircea Eliade, op. cit. p.326). Ma conclude con una riflessione che è importante per viaggio nella storia delle società segrete ed iniziatiche che affrontiamo in queste pagine: In fin dei conti, i Misteri di Eleusi – oltre alla loro parte centrale nella storia della religiosità greca -, hanno dato indirettamente un contributo significativo alla storia della cultura europea: in particolare le interpretazioni del segreto iniziatico. Il prestigio unico di tale segreto finì per fare di Eleusi un simbolo della religiosità pagana. L’incendio del santuario e la soppressione dei Misteri segnano la fine “ufficiale” del paganesimo. Cosa che, d’altronde, non implica la scomparsa del paganesimo, ma il suo occultamento. Il “segreto” di Eleusi continua ad assillare l’immaginazione dei ricercatori. (Mircea Eliade, op. cit. p.328).

Alcune società segrete o scuole iniziatiche in qualche modo sono ancora oggi portatrici di segreti e forse in una qualche maniera anche del segreto di Eleusi. È necessario però, come sempre, separare il grano dal loglio. Per farlo bisogna affrontare la storia delle idee e del genere umano senza pregiudizi, armarsi di una molteplicità di strumenti ed avere pazienza, dedizione e ferrea volontà.

FONTE

lunedì 30 marzo 2020

Esiste un inferno? Esiste un paradiso? E se esistono, da dove si entra? Confronto tra Buddismo zen e Massoneria

di Angelo Vincenzo Saia



Mi sono chiesto in questa riflessione lasciando aperto il discorso a tutti voi, cos’è la riflessione e se a volte la confondiamo con la meditazione e ancora il dubbio che tante volte evochiamo, come massoni viene dal raziocinio o dal cuore? Arrivare al centro di noi stessi ci arriviamo con la riflessione o con la meditazione? E ancora come il raziocinio convulso ci tiene lontani dalla nostra Anima, dimenticandosi così della nostra parte spirituale.
Ecco che in tutte queste mie domande, riflessioni e piccole esperienze di meditazione, è stato fatale nella lettura l’incontro con Hakuin Ekaku ( 1685/86–1768/69) una delle figure più importanti del buddismo zen giapponese, rigoroso riformatore del rinzai, che ricondusse verso una pratica più attenta della meditazione e del koan; una riforma tuttora attuale e a cui si riallacciano anche molte scuole zen d'oggigiorno. Raggiunse l'illuminazione all'età di 41 anni circa mentre leggeva il Sutra del loto, un testo che in gioventù aveva disprezzato e di cui aveva pensato – e detto- che non era nulla più che una raccolta di racconti sulle cause ed effetti. Dedicò il resto della sua vita all'insegnamento, e lasciò ottanta discepoli dietro di sé. Si spense nella città natale di Nara, che grazie a lui si era trasformata in un fiorente centro di studi, all'età di 83 anni.
Zen e Massoneria s’intrecciano più di quanto possa apparire a prima vista. Due Vie una sola Vetta. Metodi diversi per uno stesso scopo: conoscere se stessi.
All’interno di queste Vie c’è una figura fondamentale per entrambe: il Maestro. Nell’immaginario collettivo (occidentale) il Maestro Zen è quell’ometto che se ne sta buono a meditare sotto un Loto, che è sempre pacato e dispensa gocce di saggezza ogni volta che parla. Niente di più sbagliato: il Maestro Zen, in genere, è un tipetto sufficientemente “fumino”, che gira con un bastone che utilizza per svegliare gli Allievi, non dispensa nessuna goccia di saggezza, dice la sua solo ed esclusivamente se gli viene richiesto e soprattutto non gli importa niente dell’Allievo.
È l’Allievo che cerca e sceglie il Maestro, il Maestro, di contro, decide se accettare o meno di essere “visibile” all’Allievo. Quando dico: non gli importa niente dell’Allievo, intendo che non insegnerà nulla, indicherà soltanto, sarà l’Allievo che dovrà apprendere dal Maestro. Il Maestro dona la sua esperienza attraverso il proprio “essere”, e l’Allievo potrà imparare facendo esperienza a sua volta.
Lo Zen è vita, la Massoneria è vita. Il Maestro in Massoneria indica all’Apprendista il metodo simbologico di apprendimento, lo indica… non lo insegna, non lo spiega. Lo affianca nel percorso iniziatico intrapreso… lo affianca, non sta né davanti e né dietro. Operazione difficile per i malati di grembiulite o cinturite (per le Arti Marziali). Il Maestro ormai ha raggiunto la consapevolezza dell’essere, traccia le sue Tavole, osserva in silenzio ciò che l’Apprendista fa, avverte ogni cambiamento di vibrazione per poi sparire su livelli sottili irraggiungibili da chi ancora sta appeso alla Materia. Lo stesso fa il Maestro Zen, rastrella le foglie in giardino, dà da mangiare alle Carpe Koi per poi trasformarsi in scimmia in modo che chi si specchia in Lui veda esattamente la propria immagine.
Il Maestro e l’Allievo, o l’Apprendista, in fondo, fanno le stesse cose, sono sulla stessa Via, solo che uno ancora deve raggiungere la consapevolezza di chi è, mentre l’altro “è”. Diverse volte mi è capitato di ascoltare maestri (massoni) dire: io so di non sapere, sarò sempre un Apprendista! Eh… giusto, sarai sempre un Apprendista. Nell’apparente umiltà di questa frase può celarsi tutta la grandezza dell’ego e della presunzione. Il Maestro non è presuntuoso, il Maestro “è” e basta. Ha già superato la fase del Sapere, il sapere che intende il finto umile fa parte del mondo dell’avere, e tutto ciò che fa parte di questo mondo non attrae più chi “è”. Il Maestro non ha saggezza, “è” la saggezza; non ha conoscenze, “è” la conoscenza… il Maestro Massone non ha bisogno di dimostrare nulla perché è consapevolezza allo stato puro, tanto che nella frase che Platone fa dire a Socrate: so di non sapere, c’è tutta la consapevolezza dell’essere. Socrate ha chiuso il cerchio (toh… simbolo dello Zen, un cerchio che si sta chiudendo), ha trasceso la conoscenza, sa di non sapere perché non ne ha bisogno: lui è il sapere. La stessa frase ripetuta a pappagallo non supportata dalla consapevolezza risulta stucchevole e puzza d’illusoria umiltà. Quindi non confondiamo la consapevolezza del Maestro con l’arroganza dell’ignorante.
Un Maestro non farà mai nulla per farvi ombra, anzi, cercherà sempre di tirare fuori il meglio da voi stessi, a volte facendovi scoprire doti che nemmeno immaginavate di possedere. Il finto umile invece cercherà in ogni modo di dimostrarvi che, dietro sorrisi e sguardi bassi, lui, in fondo è meglio di voi perché ha fatto il tal percorso, conosce quel tale autore, sa a memoria tutti i libri del Wirth e il Guénon lo leggeva all’asilo. Leggere non significa capire. Avere una mente nozionistica significa avere una mente piena… ma sono le menti vuote che si elevano, quelle piene restano attaccate ai metalli e, come ben si sa, pesano parecchio. Oltretutto in una mente piena zeppa non c’è posto per null’altro. Perciò apprendete tante nozioni e dimenticatevele, incidete la Tavola di cera e poi cancellatela, in modo che potrete inciderne una nuova.
Lo stesso fa il Maestro Zen con il Mandala… passa le giornate a disegnalo con la sabbia colorata e una volta finito lo distrugge, in questo modo avrà la possibilità di rifarne un altro senza restare attaccato a ciò che ha fatto.
Oggi in Massoneria c’è troppa mente… poco cuore questo direbbe un Maestro Zen, e magari lo direbbe tirando bastonate a destra e a manca. Finita la sfuriata si metterebbe una ciabatta in testa e uscirebbe dal Tempio, perché le Carpe Koi hanno fame.
Ecco allora Hakuin e il Koan, metodo meditativo zen, che, come quello massonico, è volto ad azzerare nell’uomo il punto di vista profano e a risvegliarlo, invece, alla propria essenza spirituale, portando la vita e la morte sullo stesso piano, dove la morale naturale è indicatrice dell’essere.

Dice il maestro Hakuin :

“Un giorno un samurai andò dal maestro spirituale Hakuin e chiese:
“Esiste un inferno? Esiste un paradiso? 
Se esistono da dove si entra?”
Era un semplice guerriero. 
I guerrieri conoscono solo due cose: la vita e la morte. Il samurai non era venuto per imparare una dottrina, voleva sapere dov’erano le porte, per evitare l’inferno ed entrare in paradiso.
Hakuin chiese: “Chi sei tu?”
Il guerriero rispose: “Sono un samurai”
In Giappone essere un samurai è motivo di grande orgoglio. Significa essere un guerriero perfetto. Uno che non esiterebbe un attimo a dare la vita.
“Sono un grande guerriero, anche l’imperatore mi rispetta”
Hakuin rise e disse: “Tu, un samurai? Sembri un mendicante!”
L’uomo si sentì ferito nell’orgoglio. Sfoderò la spada, con l’intenzione di uccidere Hakuin. 
Il maestro rise: “Questa è la porta dell’inferno – disse – con questa spada, con questa collera, con questo ego, si apre quella porta”.
Il samurai rinfoderò la spada… 
e Hakuin disse: “Qui si apre la porta del paradiso”.
L’inferno e il paradiso sono dentro di te. Entrambe le porte sono in te.
Quando ti comporti in modo inconsapevole, si apre la porta dell’inferno; quando sei attento e consapevole, si apre la porta del paradiso.
La mente è sia paradiso che l’inferno, perché la mente ha la capacità di diventare sia l’uno che l’altro.
Ma la gente continua a pensare che tutto esista in un luogo imprecisato all’esterno…

Il Guerriero Samurai seguiva un codice di condotta militare: il Bushido, parola composta dai due Kanji (ideogrammi) Bushi  (guerriero) e Do via, morale, condotta. Il bushido, cioè il modo di vivere da guerriero, improntato su principi di onore, rispetto, fedeltà, autocontrollo (ecco il suo comportamento nel racconto) imperturbabilità, motivo di successo dell’élite dei Samurai.
All’inizio le regole non scritte erano tramandate con l’esempio e per via orale, poi alcuni maestri tra i quali Yamamoto Tsunemoto (1659 – 1719), autore dell’Hagakure, e Miyamoto Musashi (1584 – 1645) autore de “Il libro dei cinque anelli”, ne codificarono alcuni aspetti che ci hanno permesso di comprendere l’essenza del codice dei Samurai.

Nello stesso periodo del codice bushido, i Templari difendevano Gerusalemme e le affinità tra Samurai e cavalieri Templari sono molte. Templari e Samurai, oltre ad essere dei guerrieri, erano anche uomini di fede dediti alla preghiera ed alla meditazione.
Certamente entrambi coltivavano la vita interiore ed avevano una visione spirituale della vita. Da uomini d’arme quali erano avevano un continuo confronto con la morte, per questo praticavano le virtù, al fine di far trovare la loro anima pronta nel momento del trapasso che poteva avvenire in battaglia o fuori di essa. Ecco cari compagni la mia personale riflessione, ricca di cuore e spero si arricchisca con la vostra.

giovedì 20 febbraio 2020

Cabala e Massoneria. Netzach, l'eternità, la vittoria

di Luca Delli Santi



Nel percorso iniziatico l’intelletto è il veicolo, lo strumento fondamentale che ci è dato nella ricerca del senso, tuttavia per raggiungere la Conoscenza è indispensabile che esso venga posto in equilibrio con il sentimento e la sfera dell’emotività e delle emozioni. Questo equilibrio è il rapporto Hod - Netzach. Netzach, che nel Tempio corrisponde alla colonna Jakin, è Chesed, la Grazia, l’amore divino incondizionato, precipitata in una dimensione attiva, “poiché forte come la morte è l’amore” Cantico 8:6 essa rappresenta la Vittoria, intesa come vittoria sulla morte, Netzach è la sephira che contiene il concetto di eternità dell’anima al di là di ogni caducità spaziotemporale.
Il significato letterale della parola Jakin, stabilità, ci offre un altro spunto di riflessione: non importa quanto impervio sia il cammino, quanti ostacoli attendano durante la ricerca, in questa sephira è contenuta l’ispirazione, il punto di riferimento, “alzerò gli occhi ai monti da dove verrà il mio aiuto"   Salmo 121:1 Hod era l’irrequietezza, la spinta a mettersi in viaggio, Netzach è la certezza di essere in cammino nella direzione giusta.
La poesia, le arti, la sensibilità sono espressioni che provengono da questa sephira, per questo nella cabala medioevale le si attribuiva come pianeta Venere, anche nel suo aspetto di amore sensuale, sensi che in ogni caso ispiravano il contatto con la dimensione sacra attraverso la relazione con l’amato o l’amata, contatto che si consuma nella camera nuziale, Yesod.

Le scuole di cabala contemporanee associano, invece, Netzach a Saturno in ebraico Shabtai che ha ghematria 713, come shuvat ( Ritorno, conversione ) in questo caso il ritorno è l’espressione del potenziale umano eterno che deve superare i limiti della condizione materiale per tornare alla situazione primigenia del Gan Eden, quando era “faccia a faccia” con l’immensità divina.
Saturno in greco è Cronos, Netzach è la settima sephira in ordine discendente nell’Albero della Vita, il sette è il numero che caratterizza la manifestazione e simbolicamente rappresenta la dimensione del tempo fisico che sperimentiamo nelle nostre incarnazioni. Il sette, Cronos sono situazioni transitorie, al di là delle quali ci attente l’eternità, Netzach.
Il Patriarca associato a questa sephira è Mosè: l’anima di Mosè ha la radice in Da’at, la conoscenza, ma in Netzach si esprimono i suoi attributi, certamente quello della vittoria. Mosè fu vittorioso nei confronti del faraone e riuscì a portare il suo popolo fuori dall’Egitto, il che deve essere letto in chiave simbolica come la liberazione da qualsiasi cattività, prima di tutto il materialismo e l’eccessivo attaccamento agli aspetti vacui ed effimeri dell’esistenza, i metalli nel linguaggio massonico. Fu, inoltre, un “legislatore” nel senso che fu scelto per ricevere la Torah, questo ci mostra un ulteriore aspetto della sephira, che sì esprime bellezza, arte, ecc….ma possiede anche attributi connessi al darsi delle regole, regole e norme che non derivano però da autodisciplina, attributo del lato sinistro, ma dalla piena adesione e comprensione della necessità di quei comportamenti, ai quali si aderisce con consapevolezza e piacere.
I cabalisti cristiani associano questa sephira ai Frutti della Spirito Santo: amore, gioia, pace, pazienza,
benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo. Lettera ai Galati 5:22
Tra Hod e Netzach è sito il dono della profezia, in cabala non viene considerato come la capacità di vedere il futuro, ma come la prerogativa di porsi oltre il tempo lineare, l’animo si colloca in un eterno presente in cui tutti gli avvenimenti nel corso della storia sono visibili ed intellegibili.
Infine una considerazione sull’ordine angelico di questa sephira, gli Elohim, le Potestà; essi sono nella tradizione gli ispiratori del sapere filosofico, le intelligenze deputate al governo della storia umana, si tratta della ipostasi che fungono da rappresentazione delle più elevate aspirazioni dell’essere umano a dare un senso al Tutto, a comprendere, ad avere la sua Eternità, la definitiva Vittoria sulla morte e sui limiti del mondo della materia.

giovedì 13 febbraio 2020

Massoneria e Cabala. La lettera aleph

di Luca Delli Santi


«Scesi di nascosto, rotolai per la scala vietata, caddi. Quando aprii gli occhi, vidi l’Aleph.
L’Aleph? Ripetei.
Sì, il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi…»




Jorge Luis Borges descrive così l’Aleph nel suo racconto breve che ha per titolo questa lettera e dà il nome alla sua raccolta del 1952, descrizione quanto mai pertinente del concetto sottostante la lettera Aleph, connessa con l’Uno, con il Principio. Nel Sefer Ha Zohar è scritto: «In Principio vi è Aleph l’inizio e la fine di tutte le cose, tramite il quale tutto è stato fatto e che è sempre detta uno, anche se il divino contiene molte forme rimane unico. È la lettera su cui riposano sia le entità superiori che quelle inferiori».
L’Aleph ci ricorda che la molteplicità della cose, il mondo duale provengono da unica fonte tutto è connesso: mondi spirituali, mondi materiali, entità superiori, entità inferiori, tutto è prodotto dalla medesima unità e ad essa torna. L’unità alla quale ci invita a riflettere l’Aleph è naturalmente anche quella fra umano e divino, è il partzufim di Adam Qadmon, l’Uomo Universale, lo stato dell’essere intermedio fra il manifesto e l’inconoscibile. Un percorso di scoperta della natura divina che è Amore, la parola Ahavah inizia con questa lettera come Ehad unico, Dio è unico ed è amore.
Non di meno ci rammenta anche l’interrelazione fra esseri umani, in ebraico me si dice “ani”, te “atha”, parole che iniziando con la Aleph ci indicano che io e l’altro siamo accumunati dallo stesso principio originario, è questo il senso dei due elementi del trinomio massico Fraternità ed Uguaglianza, siamo fratelli ed uguali in quanto siamo connessi al Principio.
È affascinante come la lettera che rappresenta il tutto sia afona, non ha infatti un proprio suono, si pronuncia sempre associata ad una vocale, assume, quindi, il suono della vocale cui è associata.
La forma della Aleph è composta dall’integrazione di tre lettere: due Yod ed una Vav posta in diagonale che le attraversa. La Yod posta nella parte alta rappresenta le acque superiori, ricordiamo che simbolicamente la Torah è acqua, quando in cabala si indicano le “acque superiori" si fa riferimento alla conoscenze più elevate, ai mondi spirituali, la Yod bassa in questo caso è la manifestazione, la Vav simbolicamente è il firmamento inteso come confine fra la manifestazione e i mondi dello Spirito, come si rammenterà nella visione di Ezechiele il firmamento si apre per consentire al profeta la visone del Trono di Gloria.
La Ghematria della Aleph è 1 il numero che esprime i concetti che abbiamo esposto in precedenza, l’unità, il principio, uno è anche l’individuo. Ogni essere umano è un individuo con caratteristiche fisiche, intellettuali e spirituali uniche, così ciascun individuo è chiamato a vivere il paradosso della Aleph, l’essere unico ed irripetibile ma in unità con tutti gli esseri umani ed insieme ad essi con il tutto; come nella descrizione di Borges è il luogo dove tutti i luoghi si trovano senza confondersi, ma non solo è il luogo in cui tutti gli individui sono un individuo senza confondersi.

giovedì 23 gennaio 2020

Massoneria e Cabala. La lettera Tav, il sigillo del santo

di Luca Delli Santi



La Tav o Taw è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, il suo valore ghematrico è 400 rappresenta il segno lasciato da un sigillo. E’ formata dalla lettera Dalet e dalla lettera Nun, forma la parola Dan giudizio, giudicare: la vibrazione della Tav è quindi a stretto contatto con le Potenze della restrizione, del caos, gli aspetti più reconditi del Creato. E’ la lettera dell’Olam ha Tohu, il mondo del caos, il mondo delle forze primordiali.
Nella concezione cabalistica lo sviluppo del cosmo si articola in tre fasi: il Mondo del Confusione dove le energie e le potenze creatrici si dibattono nel disordine e nella disarmonia, il Mondo della Rettificazione, quello in cui viviamo noi: la Rettificazione è infatti una potenzialità, un obiettivo che può essere perseguito e raggiunto in quanto le Potenze della Severità e del Giudizio possono essere poste in equilibrio. L’ultima fase è il Mondo dell’Avvenire, quello in cui si compie il telos messianico: l’Essere Umano, il Creato ed il Creatore sono riunificati.
La Tav è il sigillo che l’Eterno pose sulla fronte di Caino, si intuisce quindi come il Giudizio sia parte integrante del percorso verso la Rettificazione, Caino deve essere punito per il suo orribile crimine ma parte di lui, un gradino della sua anima, è rimasta immune dalla corruzione e nella sua stirpe sarà infusa una scienza preziosa, Tubal-Cain, “l’artefice di ogni sorta di strumenti di bronzo e di ferro” Genesi 4:22. La superba abilità di questo personaggio a lavorare con il fuoco i metalli è intesa come un riferimento alle conoscenze alchemiche.
L’ambivalenza della Tav è narrata nel mito del Golem, la Tav è l’ultima lettera sia della parola ebraica Emet ( Verità ), sia della parola Met ( Morte ), come è noto attraverso la pronuncia della parola Emet il Golem  prende vita, pronunciando la parola Met il Golem ritorna una statua inanimata di argilla.
La preparazione descritta nei testi di cabala per l’animazione del Golem è estremamente complessa, si tratta di digiuni, esercizi fisici fondati sulla respirazione, complesse permutazioni dei nomi divini, è il lavoro dell’iniziato di ogni tradizione. L’operazione consiste nel creare un veicolo che consenta di superare i limiti della percezione ordinaria, oltre i vincoli della materia proiettati verso le dimensioni spirituali, una pratica analoga a quella delle scuole buddiste del Veicolo del Diamante.
“ Il Sigillo del Santo “ presente nella parole verità e morte ci rammenta la dimensione dell’eternità, la caducità è trasformazione non fine, è il ricongiungimento con l’Emanante da cui il Tutto proviene.
In ambito cristiano la Tav è rappresentata con il simbolo del Tau, richiama l’ Alpha e l’Omega ( Apocalisse 13:1) il Principio e la Fine, la molteplicità e l’Uno, tutto è interconnesso.
Nell’ambito della Massoneria Azzurra richiama la Squadra a doppio angolo retto, rappresenta il potere della trasmissione iniziatica, chi lo esercita deve, o dovrebbe, ben conoscere la potenza simbolica della Tav ed i legami fra “mondi” che essa ci indica.
Il simbolo del Capitolo dell’Arco Reale con la sua tripla Tau ci rammenta la potenza simbolica del numero e dell’elemento trinitario, attraverso i simboli e i rituali del Capitolo l’iniziato acquisisce strumenti sapienziali, è chiamato a vivere in prima persona ed a rappresentare insegnamenti cabalistici, parole, segni sono le chiavi che aprono gli scrigni di un potenziale insegnamento operativo, fino a giungere alla conoscenza della Parola.
Gli Ordini Cavallereschi cristiani hanno sempre riconosciuto la potenza simbolica del Tau, i Templari l’adottarono come loro simbolo in quanto compimento del Creato e punto di partenza per l’iniziato del cammino da intraprendere per tronare al Principio.
Questo il deposito iniziatico del Rito di York, attraverso i gradi delle tre camere conseguiamo la consapevolezza di quale sia la mancanza, l’assenza che grava in ogni esistenza umana, la necessità di colmare la distanza fra il logos umano e quello cosmico, l’autentico “Tesoro “ bramato dai Cavalieri del Tempio.

lunedì 2 dicembre 2019

Il Tempio di Re Salomone. Successo a Siracusa per l'iniziativa del Rito di York

Domenico Bilotta con Giancarlo Germanà

Un lavoro enorme, quello di Giuseppe Sindona e del Capitolo di Siracusa del Rito di York tutto per l'organizzazione di un momento formativo che lascerà traccia. Un viaggio all'interno del simbolismo cabalistico del Rito curato da Mauro Cascio, Giancarlo Germanà e Federico Pignatelli, dopo i saluti del Sommo Sacerdote Domenico Bilotta e del GM f.f. Alessandro Pusceddu si è analizzato un tesoro sapienziale che rischia spesso di venire trascurato. Il problema degli studi iniziatici è proprio questo: o li si misconosce, e prevale nella Massoneria un accento mondanizzante e laicizzante, oppure li si banalizza, con i più improbabili Fanta-esoterismi. Il metodo e il rigore del Rito di York mira proprio a questo: a guidare passo passo nel perfezionamento interiore il Maestro desideroso di mettere meglio a fuoco la propria conquista simbolica. Anche il Rito di York, infatti, con le sue tre camere, è un viaggio all'interno del Tempio, cioè un viaggio interno alle conquiste di coscienza dell'uomo. Le conclusioni sono state affidate ad Antonino Recca, che ha portato i saluti del collegio, al past Tiziano Busca e al Gran Commendatore Massimo Agostini.

Mauro Cascio (con Tiziano Busca)

Federico Pignatelli

Alessandro Pusceddu

Massimo Agostini

lunedì 1 luglio 2019

La storia di Badikan, una leggenda armena

di Michele Leone



Badikan è entrato nella mia vita l’altra sera mentre davanti al fuoco bevevo thè e rosolio alle rose in compagnia di maestri e amici armeni, slavi e russi. Nell’ora che precede l’aurora, dopo un sorso di thè Bagrat si schiarì la voce e ci raccontò questa antica leggenda.

Badikan, era il più giovane dei quaranta figli di un re senza nome. Raggiunto la maggiore età, al pari dei fratelli, il re lo fece partire per una terra lontana affinché potesse dimostrare il suo valore e trovare una moglie.

Badikan venne armato dal re suo padre di una spada, un arco e frecce; ricevette soldi e servi e un magnifico cavallo, infine diede a Badikan la sua benedizione e lo spedì incontro al suo destino.

Raccontare tutti i dettagli del viaggio di Badikan richiederebbe molte altre notti attorno al fuoco, viaggiò in lungo ed in largo non solo per il mondo conosciuto. Ha attraversato il regno delle tenebre e il regno della luce.

I combattimenti di Badikan, sono scolpiti nella memoria dei vecchi come quando ha combattuto con Agog-Magog e con il demone Aznavor. Badikan ha sconfitto molte bestie sia del mondo naturale sia di quello sovrannaturale. Nel corso delle avventure Banikan vide morire i suoi servi e svuotarsi le sue bisacce d’oro.

Nel mezzo del suo peregrinare raggiunse un enorme palazzo eretto prima della comparsa dell’uomo, il palazzo era così grande che Badikan ci avrebbe messo una settimana per poter fare il giro delle sue mura.

Mentre si interrogava su chi potesse essere il signore di una tale meraviglia il sole parve scomparire dal cielo, a cancellarlo temporaneamente era stata la figura di un gigante vestito da un’armatura d’acciaio, elmo, calzari di bronzo, un arco e una faretra contenente frecce di ferro battuto. Arrivato alle porte del palazzo il gigante si fermò e annusando l’aria sentì l’odore di carne umana.

Affatto intimorito, Badikan venne fuori dal riparo ove si trovava e si presentò al gigante che a sua volta si presentò come Khan Boghu. Badikan gli disse che aveva sentito parlare di lui e che era nella sua terra per affrontarlo in duello. Khan Boghu scoppiò in una fragorosa risata e disse a Badikan che se era davvero un valoroso guerriero avrebbero potuto diventare amici. Anche Badikan rise e fu d’accordo con il gigante.

Il mattino seguente il gigante confessò a Badikan di essere innamorato della figlia di un re del Regno d’Oriente, la più bella fanciulla del mondo. Khan Boghu propose a Badikan di rapire la fanciulla e portarla al suo palazzo, per questo servigio lo avrebbe abbondantemente ricompensato. Badikan accettò con entusiasmo la possibilità di una nuova avventura e armato ed equipaggiato di ogni bene necessario da Khan Boghu partì.

Giunto nel Regno d’Oriente Badikan si ingegnò per avvicinare la bella principessa e dopo un po’ si fece assumere come giardiniere nel palazzo reale. Nel giardino del palazzo riuscì a scorgere per la prima volta la fanciulla, che era davvero bellissima; anche lei scorse Badikan e subito le fu chiaro che doveva essere molto più di un semplice giardiniere. Sguardo dopo Sguardo i cuori dei due ragazzi s’infiammarono d’amore. Il palazzo e la città erano fortificati oltremisura e migliaia erano le guardie, rapire la fanciulla sarebbe stata una impresa complessa. Durante una passeggiata nel giardino, fingendo di fermarsi ad odorare un fiore, la principessa disse a Badikan che a breve sarebbe partita per un viaggio e in quella occasione si sarebbe fatta rapire da lui.

Pochi giorni dopo quella fugace conversazione, in cui la fanciulla aveva potuto sfiorare solo la mano del suo amato, la principessa partì accompagnata da quaranta ancelle. Badikan attendeva il giusto momento, l’occasione propizia si presentò quando il gruppo dovette attraversare un fiume in fila indiana. Badikan comparve come dal nulla, alla guisa di un uccello rapace piombò sulla fanciulla e compì il ratto. Corse, sino a sfiancare la sua cavalcatura sulle montagne cercando un rifugio sicuro dove far accomodare la principessa prima di tornare a modificare le tracce del loro percorso per sviare gli armigeri che avrebbe mandato il re una volta avuta la notizia.

Gli occhi della principessa brillavano dalla felicità di poter finalmente stare con il suo amato, la felicità divenne disperazione quando Badikan le raccontò del motivo del suo rapimento di Khan Boghu.

L’astuzia e la capacità di uscire da situazioni all’apparenza troppo ingarbugliate è una caratteristica delle donne.

La principessa arrivata al palazzo di Khan Boghu disse al gigante che non avrebbe potuto sposarsi con lui perché aveva fatto un voto e promesso ai suoi genitori che non si sarebbe sposata per sette anni. Khan Boghu acconsentì ad una casta convivenza.

L’amore univa Badikan e la principessa e non passava giorno che i due cercassero di scoprire come mai Khan Boghu fosse inscalfibile da tutte le armi.

La principessa era affabile, gentile e amorevole con Khan Boghu, questo atteggiamento diede sicurezza al gigante e in poco tempo le sue difese crollarono iniziando a fidarsi sempre più della fanciulla.

Una sera, Khan Boghu si gongolava per i complimenti della principessa, quella notte cadde l’ultima difesa del gigante. Le disse che non poteva essere ucciso perché non aveva con sé la sua anima, il suo spirito vitale. V’erano sette anime nascoste in sette passeri che non potevano essere catturati perché erano nascosti in una scatola di madre perla con una chiusura speciale. La scatola di madreperla era in una volpe che non poteva essere catturata perché a sua volta era dentro un bue invincibile. In pratica Khan Boghu sarebbe stato per sempre imbattibile.

Il mattino seguente Khan Boghu andò a caccia e la principessa svelò a Badikan come avrebbe potuto trovare l’anima del gigante e conseguentemente ucciderlo.

Quando Khan Boghu fu di ritorno dalla caccia Badikan gli disse che era molto annoiato di quella vita e che aveva desiderio di affrontare qualche avventura e viaggiare, e gli chiese il permesso di partire, garantendo di tornare non appena avesse soddisfatto questo suo desiderio. Ricevuto il permesso da parte di Khan Boghu, Badikan salutò la principessa e partì con il suo magnifico destriero.

La prima destinazione fu la casa di alcuni stregoni, gli dissero che avrebbe potuto affrontare e superare la prova del bue con sette barili di vino forte.

Badikan si procura le botti di vino e per molti giorni viaggia alla ricerca del bue. Una volta trovato l’enorme bue aprì le sette botti del vino forte ed aspettò che le bevesse tutte. L’ubriacatura stordì il bue e Badikan ne approfittò per tagliarli la testa. Khan Boghu era a caccia e mentre la testa del bue incespicò e cadde, in quell’istante ebbe l’epifania del tradimento della principessa e della morte del bue. Khan Boghu si rialzò in fretta, pur barcollando, e provò a tornare al suo palazzo il più velocemente possibile provando per la prima volta un dolore sconosciuto.

La principessa vedendo arrivare Khan Boghu corse sul tetto del palazzo intenzionata a lasciarsi cadere di sotto se fosse stato necessario per sfuggire al gigante.

Nel frattempo Badikan aveva squartato il bue e presa la volpe per la coda le tagliò la testa. Mentre la testa della volpe rotolava sull’erba il naso di Khan Boghu iniziava a sanguinare copiosamente. Badikan aprì il ventre della volpe e ne estrasse la scatola di madreperla forzando sino a rompere la serratura. Appena rotta la serratura, Khan Boghu iniziò a tossire espellendo sangue dai polmoni. Badikan iniziò a far uscire i sette passeri dalla scatola di madreperla. Mentre strangolava i primi due Khan Boghu cadeva in ginocchio; strangolando la seconda coppia le braccia e le gambe del gigante divennero insensibili; mentre strangolava la terza coppia di passeri il cuore e il fegato di Khan Boghu scoppiavano. Schiacciò l’ultimo passero tra le sue mani e Khan Boghu scomparì in una nuvola di nero fumo.

Compiuta questa ordalia Badikan si affrettò a tornare dalla sua principessa e qualche giorno dopo si sposarono. Per tutta la vita governarono assieme il regno di Khan dominio di Boghu.

FONTE

venerdì 21 giugno 2019

San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista, Solstizio d'Estate

di Marcello Mura


La libera Muratoria è un peculiare sistema di moralità velata da allegorie e illustrato da simboli.

È un Ordine Iniziatico Tradizionale; vediamo cosa significa.

Un Ordine: “insieme di persone che, per condizione sociale, dignità, grado gerarchico,  professione, comunanza di vita simili, forma una categoria, un corpo a sé”.

Iniziatico: “relativo all’iniziazione religiosa o all’esoterismo: ciò che è riservato, enigmatico, ermetico, incomprensibile ai più, misterioso”.

Tradizionale: “quanto di sacramentale viene comunicato  nel tempo, da una generazione a quelle successive, dal maestro al discepolo che diventa a sua volta maestro e trasmette al suo discepolo. È Trasmissione di memorie, notizie, testimonianze, usi, riti e liturgie. Può essere trasmesso in forma orale o scritta”.

Questo Ordine è una scuola che fornisce un metodo, più che degli insegnamenti in senso stretto, e trae la sua origine, le sue allusioni, le sue allegorie, i suoi simboli da antichi contesti sacri dell’iniziazione di mestiere, nell’ambito della Tradizione cristiana e ancor prima ebraica.

In questo senso uno dei simboli su cui porre attenzione, oggi in particolare, attiene al numero due, che allude alla lettera “B”, la Beth (ב‎) per l’ebraismo, con tutto ciò che ne deriva: da una parte la contrapposizione e dall’altra la restaurazione e l’unione degli opposti.

Facciamo prima una piccola distinzione, peraltro sottile, e ci viene in aiuto la “Treccani”. Il Dualismo è la presenza di due principî fondamentali concordanti a un fine o contrastanti, distinti o opposti. La Dualità è la condizione e coesistenza di due elementi o principî. Anima e di corpo, bianco e nero, bene e male, luce e tenebra, giorno e notte, il passato e il futuro, Alfa e Omega, Maschio e Femmina, San Giovanni d’Estate e San Giovanni d’Inverno. Tradizione scritta e tradizione orale.

Tutto origina dal Due, si pensi al Bereshit della Genesi; anche l'uomo materiale nasce da due genitori.

Le Tradizioni sono pertanto due, parallele, tangenti, coerenti: Tradizione scritta e tradizione orale.

Questo allude al fatto che l’insegnamento Tradizionale avviene sempre in forma duale, non attraverso la contrapposizione, ma mediante il dialogo e il confronto, per la ricerca di una pluralità di pareri, di intenti, di sensi. Cerchiamo nuovi quesiti e non risposte univoche.

Nel nostro Ordine esiste una forma cristallizzata scritta e circolare, immutabile, che è rappresentata dalla Tradizione scritta (il Rituale per noi, la Torah in ambito religioso), ed una forma aperta - per contro - in continuo divenire (la discussione in Loggia, la ricerca personale, lo studio, il Talmud e i Catechismi in ambito religioso).
Questo simbolo è davanti ai nostri occhi: è il pavimento a scacchi o a mosaico.

Questo significa che affiancata alla Forza della Pietra granitica e immutabile, sta la Bellezza della ricerca e dello libero sviluppo intellettuale, scevro ovviamente di retorica: è un sistema aperto ove ognuno può interpretare e intuire tanti valori con estrema libertà, purché essi siano fondati sui Landmarks, coerenti ed adeguati al contesto.
Noi crediamo che una pluralità di vedute possa consentire di porre nuovi quesiti, nuove riflessioni e quindi nuove soluzioni.
Al di là delle differenze e delle contrapposizioni, il Sistema rimane coerente, organico, armonico.

Ci viene ancora in aiuto la Tradizione Rabbinica, da cui la Libera Muratoria ha attinto alcune fenomenologie, peraltro estesamente espresse poco sopra. Un discepolo chiese al maestro di insegnargli l’intera Torah nel tempo lui potesse riuscire a rimanere su un piede solo. Il maestro rispose stizzito: “non fare agli altri ciò che non vuoi che sia fatto a te. Vai e studia”. Questo potrebbe significare che il Maestro non posso togliere le castagne dal fuoco al Discepolo (o all’Apprendista). Ma anche che non puoi prescindere dai due piedi su cui puoi stare fermamente eretto: la Torah Scritta e la Torah Orale. Per noi in qualche modo il Rituale da un lato e la ricerca individuale dall’altro. La libera Muratoria ti può fornire un metodo, ma il Lavoro è il Tuo.

Ma vediamo il Duale: i due San Giovanni.

Alcuni dei valori più enfatizzati nella nostra epoca sono la laicità e l’uguaglianza, valori fondamentali per una civiltà moderna, che voglia evitare qualsiasi ingerenza teocratica o clericale sulla vita di tutti i giorni. Si vedano come esempio contrari alcuni stati teocratici, integralisti e retrogradi dell’Asia. Questi valori non devono comportare un’ipocrita omologazione degli individui ed un’inaridimento della morale.

Nelle società Tradizionali, le attività umane erano invece impregnate del senso del Sacro, ed i mestieri erano perciò scelti da ciascuno secondo le proprie inclinazioni fisiche, ma anche intellettuali e spirituali: erano contesti ove sviluppare verità di ordine superiore, trascendenti, derivando esse da principi di ordine metafisico.

Si svilupparono pertanto le Iniziazioni di Mestiere mediante le quali gli artigiani potevano accedere a domini sacri.

Le Antiche Corporazioni di Mestiere erano nel contempo delle confraternite, ovvero delle “Gilde”, in cui i valori consociativi di mestiere si correlavano immancabilmente con valori sacri e religiosi, ed erano caratterizzati inoltre da uno spirito di mutua assistenza. Tutt’oggi molte corporazioni di mestiere, in particolare oltre Manica, aprono la giornata di lavoro con invocazioni sacre: i Librai, i Mercanti, i Tessitori, i Pellicciai, i Pescatori, i Muratori.

Anticamente, i Collegia Fabrorum latini erano consacrati a Giano, lo stesso Giano Bifronte, di cui S. Giovanni d’Estate e S. Giovanni d’Inverno sono un adattamento cristiano, da cui deriva la dicitura di “LM di S. Giovanni”. Yeochanan ha un valore gematrico pari a "Reincarnazione di Elia": entrambi sono profeti, e sta scritto anche nel Vangelo (Matteo 17:10-13): Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?».  Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l'hanno riconosciuto; anzi, l'hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire per opera loro». Allora i discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista.

L’Evangelista annuncia l’Apocalisse Il Battista è l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, e annunciò il Nuovo e il cambiamento. Sta scritto che discendesse da famiglia sacerdotale.

A rigor di logica il parallelismo tra Giano e Giovanni è valido sul piano concettuale, e allegorico, e l’allitterazione è suggestiva, mentre l’etimologia è diversa. Giano deriva da janua, ovvero “porta”, Giovanni invece dall’ebraico Yehōchānān, e significa “Dio è propizio” ma anche “Dio ha avuto misericordia”.

Quando il Candidato, appena iniziato ed ammesso alla Libera Muratoria viene posto nel punto a Nord Est della Loggia, a rappresentare simbolicamente la Prima Pietra che viene posata all’atto della fondazione dell’Edificio, appare come un giusto e retto muratore, esortato a esercitare sempre la Carità, caratteristica distintiva del cuore di un Muratore, così come sua sorella, la Misericordia, che benedice colui che dà, così come colui che riceve.

Quindi tutte le suggestioni, cerimonie ed allegorie ci esortano ad essere uomini migliori, per dare un contributo tangibile e sacro al nostro prossimo.

Possano la Virtù, l'Onore e la Misericordia continuare a distinguere i Liberi e Accettati Muratori.

Ancora una volta: il valore duale del nostro Ordine: speculativo e spirituale, operativo e tangibile.

Buon solstizio d'estate

di Cesare Marco Delorenzi




Il solstizio d'estate, rappresentando l'inizio dell'omonima stagione, è sempre stato nella storia occasione di feste, come i Litha nel neopaganesimo o la natività cristiana di Giovanni Battista, cosiddetta "Notte di San Giovanni" o "Notte di mezza estate".

Il Solstizio (dal latino solstitium, composto da sol-, "Sole" e -sistere, "fermarsi") è, in astronomia, il momento in cui il sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l’eclittica il punto di declinazione massima (o minima per il solstizio invernale).

Il fenomeno è dovuto all’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica; il valore di declinazione raggiunta coincide con l'angolo d'inclinazione terrestre e varia con un periodo di 41000 anni tra 22° 6' e 24° 30'. Attualmente l'angolo è di 23° 27' ed è in diminuzione.

Nel corso di un anno il solstizio ricorre due volte: il Sole raggiunge il valore massimo di declinazione positiva nel mese di giugno (segnando l'inizio dell'estate boreale ovvero nel nostro emisfero, w dell’inverno australe) e negativa in dicembre (marcando altresì l'inizio dell'inverno boreale e dell'estate australe).

Il solstizio ritarda ogni anno di circa 6 ore rispetto all'anno precedente (più precisamente: 5h 48min 46sec) e si riallinea forzosamente ogni quattro anni in corrispondenza dell’anno bisestile, introdotto proprio per evitare la progressiva divergenza delle stagioni con il calendario.

Al mezzogiorno locale del giorno del solstizio d’estate il Sole raggiunge la massima altezza sull’orizzonte. Come nota possiamo dire che nel tardo impero romano riferendosi al solstizio d'inverno, si parlava di Sol Invictus (Sole invitto) per celebrare il giorno in cui il Sole smetteva di calare sull'orizzonte.
Tracce di culti solari s'incontrano in tutto il mondo, dalla Polinesia all’Africa alle Americhe e giungono fino ai nostri giorni: per gli eschimesi il sole è la vita mentre la Luna è la morte, in Indonesia il sole s'identifica con un uccello e con il potere del volo, tra le popolazioni africane primitive la pioggia è il seme fecondatore del dio Amma, il sole, creatore della Terra.

Per gli Inca, la cui massima fioritura si ha intorno al XV secolo, la divinità Inti è il sole, sovrano della terra, figlio di Viracocha, il creatore, e padre della sua personificazione umana, l'imperatore. Attorno a Cuzco, capitale dell'impero, sorgono i Mojones, torri usate come "mire" per stabilire i giorni degli equinozi e dei solstizi. A Macchu Picchu, famoso luogo sacro degli Inca, si può ancora vedere il Torreon, una pietra semicircolare incisa per osservazioni astronomiche, e l'"Intihuatana", un orologio solare ricavato nella roccia.

Per i Maya il sole è il supremo regolatore delle attività umane, sulla base di un calendario nel quale confluiscono credenze religiose e osservazioni astronomiche per quell'epoca notevolmente precise.

Tra gli Indiani d’America il sole è simbolo della potenza e della provvidenza divine. Presso gli Aztechi veniva assimilato a un giovane guerriero che muore ogni sera e ogni mattina risorge, sconfiggendo la luna e le stelle; per nutrirlo il popolo azteco gli offriva in sacrificio vittime umane. Leggende analoghe, anche se fortunatamente meno feroci, si trovano ancora tra le popolazioni primitive nostre contemporanee. Gli stessi Inuit (eschimesi) ritenevano fino a poco tempo fa che il sole, durante la notte, rotolasse sotto l'orizzonte verso nord e di qui diffondesse la pallida luce delle aurore boreali: convinzione ingenua, ma non del tutto errata, visto che è stato studiato come le aurore polari siano proprio causate da sciami di particelle nucleari proiettate nello spazio ad altissima energia dalle regioni di attività solare. Tutto il culto degli antichi Egizi è dominato dal sole, chiamato Horus o Kheper al mattino quando si leva, Ra quando è nel fulgore del mezzogiorno e Atum quando tramonta. La città del Sole, Eliopoli, era il luogo sacro all'astro del giorno, il tempio di Abu Simbeli, fatto edificare da Ramses II°, XII° secolo a.c., era dedicato al culto del Sole.

Secondo la cosmologia egizia il Nilo era il tratto meridionale di un grande fiume che circondava la Terra e che, verso nord, scorreva nella valle di Dait, che raffigurava la notte; su esso viaggiava un'imbarcazione che trasportava il Sole (raffigurato come un disco di fuoco e impersonato nella figura del dio Ra) che nasceva ogni mattino, aveva il culmine a mezzogiorno e al tramonto viaggiava su un'altra imbarcazione che lo riportava a Est. Si devono agli Egizi alcune delle prime precise osservazioni astronomiche solari, in base alle quali i sacerdoti del Faraone prevedevano le piene del Nilo e programmavano i lavori agricoli. Le Piramidi sono disposte secondo orientamenti astronomici, stellari e solari. Gli Obelischi erano essenzialmente degli gnomoni, che con la loro ombra scandivano le ore e le stagioni. Gli orologi solari erano ben noti e ne esistevano diversi tipi, alcuni dei quali portatili, a forma di T o di L, chiamati merket: il faraone Thutmosis III, vissuto dal 1501 al 1448 a.C., viaggiava sempre con la sua piccola meridiana, come noi con il nostro orologio da polso. La prima comparsa di Sirio, la stella più luminosa del cielo, all'alba, in estate, era per gli Egizi il punto di riferimento fondamentale del calendario. Il loro anno era di 365 esatti, ma sapevano già che in realtà la sua durata è maggiore di circa sei ore, per cui avevano calcolato che nel corso di 1460 anni la data delle inondazioni del Nilo faceva una completa rotazione del calendario.

Tutti i rituali del solstizio erano pensati per decretare il momento di passaggio metaforico dalla fase embrionale del Bruco a quella completa di Farfalla, simbolo dell’Anima/Psiche, che si dischiude nella luce dell’estate. La Regina, che è la Luna, è vestita di regalità quando è al suo massimo splendore, ed è corteggiata dal Sole, al massimo della sua forza, che la invita ad unirsi in un matrimonio mistico e solenne.

giovedì 2 maggio 2019

Massoneria, Architettura, Cabala. Un incontro a Roma


Il Re Salomone con la Regina di Saba

“Qabbalah e Architettura. Focus sulle proporzioni del Tempio di Salomone e della Cappella Sistina” è il titolo del convegno pubblico che sarà ospitato a Casa Nathan domenica 5 maggio, ore 15,00, organizzato dall’Ordine DeMolay Italia in collaborazione con le Logge DeMolay 1305 e Har Tzion Monte Sion 705 di Roma, e con il patrocinio del Collegio del Lazio. Relatori, Elena Lea Bartolini De Angeli, docente di Giudaismo ed Ermeneutica ebraica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale (ISSR/MI) e l’Università degli Studi di Milano Bicocca, Serena Borghesani, storica dell’arte e presidente del gruppo Alumni Donne DeMolay Italia e Roberto Quaranta, Loggia Har Tzion Monte Sion. Modera la giornalista Clara Salpietro Damiano e conclude Carlo Ricotti, presidente del Collegio dei Maestri Venerabili del Lazio.

Fonte: GOI

martedì 26 marzo 2019

Cabala e Scienza



Vorrei parlare di Cabala con un taglio diverso dai soliti, cercando di far incontrare il mito con la fisica, e dando una serie di informazioni e di spunti di riflessione. Per poter fare questo viaggio dobbiamo avere chiari alcuni concetti e partire da alcune premesse che sono indispensabili per conciliare e fare quel piccolo tratto per unire mito e scienza.

Mito: narrazione sacra che racconta le modalità con cui il mondo e le creature viventi hanno raggiunto la forma presente
Ologramma: è la prova che si può rappresentare in uno spazio piano di una lastra anche l’informazione della profondità (che è un modo compatto di rappresentare la realtà senza perdere informazioni). Anche se si rompe la lastra, ciascun frammento continua a rappresentare buona parte dell’informazione originaria (il tutto è in ogni parte).
Tubulina: è una materia particolare che compone i neuroni. La tubulina ha comportamenti quantistici. Durante la meditazione riceviamo segnali dal 'vuoto' che interferiscono con il nostro pensiero (quindi siamo antenne). Ovvero l’inverso... quando pensiamo la tubulina trasferisce questi segnali nel vuoto. Cosa riceviamo? Cosa trasmettiamo?
Frattale: un frattale è un oggetto che si ripete nella sua forma allo stesso modo su scale diverse, e dunque ingrandendo o rimpicciolendo una qualunque sua parte si ottiene una figura simile all'originale
Teorema di Fourier: qualunque segnale ripetitivo (visivo, uditivo, tattile ecc) per quanto complesso, può essere scomposto e rappresentato in somme di componenti semplici da quelle più importanti a quelle via via meno importanti. Bastano solo 3 componenti per ricostruire il 75% del segnale.
Simbolo: non dovrei certo spiegare a voi cosa è un simbolo, ma anche qui provo a farlo storicamente, partendo da cosa serve, come si trasforma in un linguaggio e come la lingua diventa la conoscenza non solo attraverso i contenuti ma anche attraverso i suoni che la lingua produce. Una idea raccoglie in sé esperienze simili, una esperienza che contiene elementi simili è definibile come simbolo. Quindi il simbolo è una particolare esperienza che sintetizza inconsciamente una idea di realtà. Se quelle esperienze sono comuni a tutti gli uomini, il simbolo diventa universale e quindi un archetipo. L’archetipo parla quindi alla parte inconscia ed evoca simboli ed idee simili nella mente degli uomini generando reazioni inconsce. Viene usato per esempio nei messaggi subliminali. Facciamo un esempio di come la 'società', a mio modesto parere, tenti di sopprimere la nostra ricerca spirituale e la nostra coscienza attraverso i messaggi subliminali e gli archetipi. Es- Triangolo verso l’alto è usato come simbolo di pericolo (segnaletica stradale) mentre simbolicamente rappresenta crescita spirituale il ricongiungimento verso dio! Il cerchio rappresenta l’unità con se stessi ed è usato come divieto Messaggi disseminati ovunque Quindi il simbolo è una idea della realtà. Esperienze simili a tutti gli uomini diventano simboli universali e questi simboli universali Jung li chiamava archetipi.

Figura 1


Iniziamo il nostro viaggio con quanto riportato in Figura 1. Alcuni matematici hanno tentato di graficizzare un modello di spiegazione dell’universo. È stato preso l’universo ed è stato trattato come una superficie con questo nuovo modello; ora noi sappiamo che questa superficie è legata alla informazione. Tridimensionalizzando la superficie dell’universo compare un frattale ed entrando più in dettaglio e mettendolo in una sola dimensione il risultato è appunto la Figura 1, che sembra un linguaggio, cioè una serie di informazioni frattaliche, dove dentro ci sono le istruzioni del nostro universo.

Questi pattern, registrati a diversi livelli di scala, rappresentano superfici spaziotemporali in una dimensione, che hanno le caratteristiche di sembrare veri e propri alfabeti, alcuni pattern ricordano anche la struttura di lingue semitiche od orientali, ma in realtà rappresentano le istruzioni legate alle superfici che le contengono. Inoltre si può notare come il rapporto As/At può sostanzialmente essere qualsiasi numero poiché l'intero pattern ha una struttura olografica ma anche frattalica, dove sostanzialmente il valore della fase (il contenuto all'interno delle parentesi) oscilla solo tra i valori di zero e 360 in modo ripetitivo, proprio come la struttura di un frattale.
Quindi un linguaggio, l’universo è fatto con un linguaggio, cioè contiene informazioni. Ma come si lega questo alla cabala e al mito? La cabala, tra le altre cose ci spiega che esistono parole di potenza e come utilizzarle per modificare la realtà. Ma come?
Torniamo per un attimo al simbolo e agli archetipi. L’archetipo sintetizza idee. Archetipi si stabilizzano nel tempo e diventano ideogrammi (erano 4000 inizialmente quelli egizi); gli ideogrammi vengono associati a suoni che evocano il rumore dell’oggetto rappresentato (onomatopeici). Componendo ideogrammi si sintetizzano contenuti complessi e si trasferiscono idee. Così è nata una lingua, ideogrammi più suoni trasferiscono una informazione che diventa una lingua. Poi alcuni ideogrammi vengono rappresentati come combinazione di altri e quindi diminuiscono gli ideogrammi. La creazione di ideogrammi complessi, cioè rappresentati da combinazioni e sequenze di altri ideogrammi semplici, è un processo olografico che porta a sintetizzare le proprietà principali (teorema di Fourier). Gli ideogrammi più importanti finiscono per costituire le lettere degli alfabeti.
Gli alfabeti semitici (fenicio, aramaico, ebraico ecc) sono composti da simboli che rappresentano le proprietà della realtà componendo le quali si trasferiscono le idee.
Alfabeti sono un insieme di archetipi che si sono concretizzati estraendo i concetti base che sono associati a suoni. (es shin = scoppiettio del fuoco, aleph = soffio di vita mem = mamma, il ventre materno). Se uso archetipi e li mischio posso trasmettere idee. Quindi rappresentano una vibrazione elementare (non solo vibrazione sonora ma una vibrazione che trasmette una informazione).
Nelle lingue occidentali le lettere hanno perso il collegamento con le idee.

Graffiti -> 4000 ideogrammi -> 200 egizi -> 22 ebraici

La parola, nelle lingue olografiche come quelle semitiche, è una combinazione di proprietà essenziali ottenuta con suoni che evocano archetipi. Il suo effetto inconscio è evocare gli archetipi e la parola diviene creativa. Comporre parole vuol dire comporre olograficamente proprietà della realtà e quindi creare realtà nuove nella mente di chi ascolta. Se l’universo è olografico ed il linguaggio è un modello mentale dell’universo, Figura 2, la ripetizione di parole creative provoca effetti sonori che si ripercuotono fisicamente nel mondo (la famosa formula magica). Molti riti vengono fatti anche in presenza di acqua perché l’acqua è l’elemento che rappresenta simbolicamente l’inconscio ma anche un elemento che contiene e può trasferire informazione.

Figura 2

La parola è fondamentale perché la parola è un insieme di archetipi sonori olografici che scatenano una serie di effetti nella mente di chi ascolta ma anche del mondo intorno a noi. Capire l’etimologia di una parola era possibile vedendo di quali lettere era composta. Il valore numerico della parola aveva una etimologia e quindi dei contenuti simili ad altre parole che avevano il numero uguale. Per questo nella bibbia sono riportati gli stessi errori perché modificare una lettera voleva dire modificarne non solo il significato. Con la meditazione concentrandosi sul simbolo si può risalire a tutte le esperienze ed i significati del simbolo stesso. Quindi il simbolo richiama sinteticamente più realtà. Proiettando immagini mentali nel vuoto riusciamo a trasferire idee. Le immagini quindi sono simboli e se i simboli/archetipi vengono vocalizzati ecco che abbiamo la cabala! Quindi se lo facciamo verso qualcuno si chiama subliminale, se lo facciamo verso il vuoto/etere diventa una operazione magica, se lo facciamo con la parola e gli archetipi ebraici diventa cabala operativa!
Parliamo di come il suono può davvero modificare la realtà attraverso lo studio di alcuni esperimenti. Non so quanti di voi conoscono la cimatica. Il termine deriva dal greco e significa studio riguardante le onde (kyma). Da Wikipedia: «Il musicista e fisico tedesco Chladni osservò, nel XVIII secolo, che i modi di vibrazione di una membrana, o di una lastra, possono essere visualizzati cospargendo la superficie vibrante con polvere sottile. La polvere, infatti, si sposta per effetto della vibrazione e si accumula progressivamente nei punti della superficie in cui la vibrazione è nulla. Nel caso di una vibrazione stazionaria, questi punti formano un reticolo di linee, dette linee nodali del modo di vibrazione. I modi normali di vibrazione, e il reticolo di linee nodali associato a ciascuno di questi, sono completamente determinati (per una superficie con caratteristiche meccaniche omogenee) dalla forma geometrica della superficie e dal modo in cui la superficie è vincolata. Sollecitando in modi diversi la vibrazione della superficie si eccitano modi normali differenti, e quindi si osservano di volta in volta solo alcuni degli infiniti reticoli nodali propri del corpo vibrante. Esperimenti di questo tipo, eseguiti in precedenza da Galileo Galilei verso il 1630 e da Robert Hooke nel 1680, furono successivamente perfezionati da Chladni. Nel 1967 il medico svizzero Hans Jenny, seguace delle dottrine antroposofiche di Rudolf Steiner, ha pubblicato il primo di due volumi intitolati Kymatic, nel quale - traendo ispirazione dalle esperienze di Chladni - ha sostenuto l'esistenza di un sottile potere attraverso il quale il suono struttura la materia».

Figura 3

Quindi la capacità delle parole di potenza è una combinazione di proprietà essenziali ottenuta con suoni che evocano archetipi. Il suo inconscio evoca archetipi, simboli e quindi idee associate. Comporre parole vuol dire comporre olograficamente proprietà della realtà e quindi creare realtà nuove nella mente di chi ascolta o nel caso di operazioni magiche nell’etere. Come si opera? Visualizzando mentalmente il simbolo come immagine completa sia associata al suono che alle immagini collegate, questo proietta nel vuoto/etere quello che si vuole ottenere. La ripetizione somma olograficamente gli effetti e le parole creative creano nel vuoto/etere una proiezione attraverso la tubulina del cervello. Non si deve parlare, si deve vivere, meditare, perché parlando si perdono le sfaccettature del vero significato archetipale e quindi non si entra in risonanza inconscia con il senso olografico del simbolo.
Vediamo cos’altro dice il mito ... il mito dice che una persona che fa operazioni di cabala operativa deve usare la sua immaginazione ... ma da dove viene il termine Immaginare? Da: “in me mago agere” –  lascio agire il mago che è in me ...
Quindi come si modifica la realtà? Non certo solo pensando perché altrimenti ci sarebbero stragi con tutta la cattiveria anche solo pensata o detta durante la guida ad esempio... Come si trasmette?
Se comunichiamo, riusciamo a trasmettere nel vuoto una serie di informazioni e quindi a generare delle modifiche nello spazio delle probabilità e quindi a modificare la probabilità che alcuni eventi accadano e quindi a farli accadere. La ripetizione aumenta l’effetto, per questo spesso è necessario fare diverse volte un rito per ottenere gli effetti sperati. La magia passiva è la ricezione di informazioni, per esempio attraverso il sogno, quindi ci deve essere un basso funzionamento del cervello. I maghi invece che vogliono fare magia attiva, si concentrano, proiettano l’idea nel vuoto con l’idea che l’operazione magica sia già avvenuta, immaginano una nuova realtà. Ma la domanda che può sorgere è perché non tutti possono creare effetti magici? Diciamo che se tutti noi potessimo creare effetti magici istantanei, probabilmente dell’umanità ne resterebbero ben poco. Detto questo per fortuna non è così semplice realizzare riti e modificare la realtà. La prima condizione è che la mente del magus, e il magus stesso rispettino certe caratteristiche; il mago deve saper condizionare la propria mente, avere una grande forza di volontà, una grande disciplina e un grande controllo mentale, deve evitare boicottamenti inconsci, deve conoscere i propri limiti e deve essere il più possibile connesso con l’etere e quindi risuonare/vibrare in modo tale che la tubulina possa trasmettere le informazioni in modo da generare gli effetti desiderati. Per questo ci sono giorni più favorevoli, in cui si creano connessioni più forti, in cui le vibrazioni della natura, del luogo dove si svolge il rituale aumentano l’efficacia di quanto desiderato.

Figura 4. La Molecola della laminina, la proteina collante di tutte le cellule del corpo, ha questa forma


Insomma anche fare il mago non è un mestiere per nulla semplice. Il magus deve fare prima di tutto un lavoro su se stesso, noi sappiamo bene cosa vuol dire “nosce te ipsum”. Perché ognuno di noi ha dei boicottaggi inconsci e solo conoscendo se stessi sappiamo e possiamo superarli.
Un altro argomento interessante da affrontare è capire cosa il mito dice per esempio. per l’apertura del “terzo occhio”, che non è da attribuire solo alla pineale, bensì alla somma di tre ghiandole (forze): pineale, pituitaria e carotidea. Tutte e tre messe assieme si uniscono per dare l’apertura di quella porta che viene identificata come terzo occhio; in fisica si potrebbe dire che è necessario avere le misure del campo elettrico, gravitazionale e magnetico per poter percepire l’universo come è veramente fatto.
Se questo è vero, si rende necessario che le tre ghiandole lavorino allo stesso modo, in un funzionamento che è si chimico, ma anche coscienziale.
3 ghiandole ... parola (carotidea) immagine e suono (pituitaria e pineale) si entra in risonanza con l’idea archetipale e si può vedere la realtà. La tradizione dice che Dio creò il mondo con la scrittura (la forma) con il numero (matematica - ghematria) e il linguaggio (parola). La propagazione dell’informazione è istantanea e avviene attraverso onde (sonore) di energia informata (la parola); ma indovinate quante lettere madri ci sono nella lingua ebraica? Proprio 3 ... e alcuni ricercatori le associano a 3 forze ... vediamo quali: aleph (magnetismo), mem (gravità), shin (elettricità ha 3 poli).
Facciamo un ulteriore connessione tra mito e tradizione ebraica. Prendiamo un altro esempio di collegamento tra le lettere ebraiche e la biologia ... In biologia ci sono 21 amminoacidi ed un DNA che contiene le istruzioni per tutto il pool degli amminoacidi. Nel mito esistono 22 lettere dell'alfabeto ebraico dove l'aleph è la rappresentazione del Tutto. Le lettere dell'alfabeto ebraico sono già state storicamente messe in correlazione mitologica con gli amminoacidi da differenti ricercatori. Le lettere dell'alfabeto ebraico hanno un corrispettivo nei tarocchi che proprio alla cabala si ispirano, dove le ventuno lame principali si completano con la lama del Matto, che rappresenta l'archetipo degli archetipi, e così via. Così i cromosomi che sono fatti di DNA dovrebbero portare dentro di loro, questa informazione e sostanzialmente essere 22. Invece esiste la 23 esima coppia che può essere XX o XY e che determina il sesso nell'uomo. La biologia sa che ai primordi della vita su questo pianeta l'essere umano che viveva qui era fondamentalmente asessuato. Non esisteva dunque il 23 esimo cromosoma. Il mito contiene, dentro di sé le indicazioni per comprendere come questo cromosoma si sia formato. Come diceva Tesla per capire l’universo bisogna parlare in termini di vibrazioni!
Ecco siamo arrivati alla conclusione di questo breve ma intenso viaggio che ci ha fatto andare in parallelo tra mito, cabala e scienza (fisica o biologia). Personalmente ho raccolto alcuni spunti, che ho trovato in questi anni di ricerche e ho tentato di renderli organici, ho sempre il desiderio di poter vedere finalmente la scienza ufficiale che conferma il mito. Ultimamente ho con piacere notato che molti scienziati si stanno sempre più avvicinando a queste conclusioni, anche se vengono immediatamente bistrattati dall’apparato ufficiale non appena fanno accenno a confermare con ricerche davvero coraggiose alcune teorie. È affascinante come il mito contenga informazioni che siamo via via in grado di giustificare scientificamente, ed è da pelle d’oca immaginare come migliaia di anni fa, il mito contenesse queste informazioni alcune delle quali sono state verificate solo a distanza di migliaia di anni.

Alcune note bibliografiche
- Ricerche di Liberati e Maccione del SISSA di Trieste
- Sabato Scala - La fisica di Dio
- Seth Lloyd - MIT (Boston) - Il programma dell’universo - Corrado Malanga - La geometria sacra in Evideon
- Hans Jenny - Kymatic
- Mario Pincherle - Archetipi, la chiave dell’universo.



Figura 5. Un recente studio su Cabala, Scienza e Massoneria


lunedì 11 marzo 2019

I Templari. Custodi della Terra Santa. Guardiani del Tempio

di Marcello Mura



Mi chiedo come mai commemoriamo Jacques De Molay e come mai gli Ordini Cavallereschi risultino così stimolanti ed ambiti per i massoni.

Chi era Jacques De Molay? Un Cavaliere ma soprattutto un iniziato, un religioso, un mistico. Sul piano umano era un guerriero, su quello sovra-umano riassumeva in sé un carattere tripartito o trivalente. Ricordiamocelo, ci torneremo dopo.

Ma cosa c'entra la Cavalleria con la Massoneria? Nelle nostre riflessioni ci viene incontro la storia, a volte mitizzata: nella fuga di quel drammatico venerdì 13 che segnò la rovina dell'Ordine del Tempio, i Cavalieri Templari che scamparono al massacro, vennero in qualche modo “smistati” tra altri Ordini Cavallereschi, soprattutto in Germania ed in Portogallo, mentre altri si rifugiarono in Scozia, seguendo Pierre D'Aumont, Precettore d'Alvernia, e furono accolti dal Re Robert Bruce e dalle Gilde dei Liberi Muratori.

La storia racconta anche che nel periodo in cui nacque la moderna muratoria speculativa, molti borghesi, ormai gruppo trainante della società, vollero ammantarsi di una veste nobile e cavalleresca, quasi a voler emulare quella nobiltà che ormai non aveva più il dominio, ma che rimaneva ancora superiore alla borghesia, come rango. Nacquero così complicati sistemi massonico-cavallereschi d'Alti Gradi, che consentivano ai borghesi di colmare in qualche modo l'inferiorità che essi avvertivano nei confronti dei nobili.

E i Templari chi erano? Un ordine religioso ma anche militare. Avevano il compito di proteggere i pellegrini che si dirigevano in Palestina, ma anche di Proteggere la Terra Santa. Erano i Custodi della Terra Santa, al Servizio di Dio.

Per parlare della Terra Santa dobbiamo riflettere ancora una volta sul Centro. Il Centro Supremo ed i Centri Secondari. Cosa è il Centro? Un punto all'interno del Cerchio dal quale ogni punto della circonferenza è equidistante. Questo Simbolo grafico è un Archetipo. In tutte le religioni e le culture rappresenta il Dio, magari come Simbolo Solare, e l'uomo. Dio è il Centro Supremo da cui si irradiano i Centri Secondari, che sono (gerarchicamente discendendo): la Terra Santa, il Tempio, il Sancta Sanctorum (ove avviene la Shekinah e si palesa Dio), il cuore dell'uomo. Questi Centri Secondari tendono a ricongiungersi al Centro Primordiale e Supremo. È questo il fine ultimo dell'Iniziazione e della Religione, ognuna nel proprio dominio.

Torniamo ai nostri cavalieri con un'immagine. Pensiamo alla Croce Patente dei Templari: una Croce che pare inscritta in un Cerchio. I suoi bracci si incontrano in un Centro o si irradiano da Esso. Il Centro Supremo irraggia la Creazione, con movimento centrifugo ed il Creato tende a ricongiungersi con esso con movimento centripeto. Un continuo emanare e ricongiungere, ritmico, vitale perché ricorda la respirazione e la circolazione, entrambe legate al cuore. Simbolizzato massimamente dal Sacro Cuore di Cristo.

La Terra Santa, con tutto ciò che ne consegue e che sopra abbiamo accennato, non poteva che essere pertanto custodita dai detentori di un'Iniziazione particolare e superiore: l'Iniziazione Cavalleresca. I Templari la custodivano dai profani e dagli insidiosi, ma nel contempo fungevano da tramite tra chi era all'interno dell'ideale cinta muraria della Terra Santa, e chi era al di fuori, fossero essi profani o Iniziati ad altri e diversi misteri. La continuità, dunque, tra la Tradizione Primordiale e quelle Secondarie. Questo ruolo di tramite era assolutamente unico ed era il privilegio del “Dono delle Lingue” cioè essi avevano la capacità di parlare ad ognuno il linguaggio intimo suo proprio, in quanto depositari di un Sapere Superiore Centrale, Unitario e Primordiale, declinabile ed esprimibile secondo le diverse specificità culturali, sociali, spirituali dei vari interlocutori.

Cosa successe la notte di quell'infausto venerdì 13? I Templari vennero sgominati e massacrati in un batter d'occhio. Era possibile che il più eccellente esercito esistente, il più potente e ricco apparato statale sovranazionale venisse cancellato in pochi istanti? E se quello di Jacques (che era un devoto cristiano ed un fedele suddito del Pontefice) fosse stato un consapevole sacrificio, emulo di colui che fu il più insigne emblema di quella dottrina dei Centri che poc'anzi abbiamo tracciato? Gesù il Cristo, Dio, Uomo, Maestro dell'Arte (del Legno), iniziato nei Tre grandi Crismi dell'Iniziazione: quella Regale perché discendente di Davide, quella Sacerdotale perché Maestro e Rabbino, quella Profetica. Il Cristo che si pose come unione tra il Centro del Supremo, cioè l'Altissimo, ed il Centro dell'uomo, ovvero il suo cuore spirituale, mediante il Suo Centro (il Sacro Cuore), nel Centro del Mondo (Gerusalemme).

Egli scelse la morte per la salvezza dell'uomo. Jacques De Molay era un iniziato, profondamente religioso, e sapeva che la realizzazione di un iniziato non poteva che completarsi col ricongiungimento col Centro, e cioè con l'emulazione di Cristo.

Al di là della vanagloria di certi nostri “avi”, che furono desiderosi di ammantarsi di effimere cariche cavalleresche, ciò che più ci deve stimolare deve essere l'emulazione del Gran Maestro, che fu emulo del Cristo, in una operatività massonica che sia veramente e finalmente un perfezionarsi – in una dimensione iniziatica, non spinta da fugaci stimoli psicologici, emotivi, sentimentali - donarsi al prossimo, nell'ottica della massima suprema: fai agli altri ciò che desideri che venga fatto a te.

giovedì 28 febbraio 2019

Le origini del carnevale

di Massimo Agostini



Il Carnevale ha un’origine antica che si perde nei culti Pagani.  In epoca Romana vigeva il rito del “Carro Navale”, ovvero il “Navigium Isidis” dell'antica religione egizia (1).  Non è quindi un caso che nella città di Fano, la Fanum Fortunae, antico porto romano sull’Adriatico, dedicato al culto della Dea Fortuna (Iside fortuna o pelagia o del mare), si celebri il più antico carnevale d’Italia.

Il Carnevale rappresenterebbe quindi la trasposizione moderna di un antico rituale dedicato ad ISIDE, una cerimonia chiamata in epoca romana: Il Navigium Isidis (la nave di Iside) e consisteva in un rito in maschera molto festoso dedicato alla vicenda della dea Iside ed il suo sposo Osiride per celebrare il sacro accoppiamento fautore del rifiorire della natura dal gelido inverno.
La festa si teneva nella prima luna piena dopo l'equinozio di primavera, e prevedeva un festoso corteo in maschera in cui un'imbarcazione di legno veniva ornata di omaggi floreali. "In tutto l’Impero Romano venivano celebrate feste religiose dedicate alla Dea con cerimonie che rispettavano gli antichi calendari previsti nel culto di Iside, comprese quelle del sacro accoppiamento, propiziatrici della fertilità.
Una di queste cerimonie, chiamata “I lupercali”, veniva celebrata nel mese di febbraio (2).  Le cerimonie si concludevano con l’accoppiamento e sposalizio sacro, affinché dopo nove mesi, in prossimità del nuovo Solstizio d’Inverno (dicembre), le donne che avevano partecipato al rito potessero partorire il nuovo Horus" (3).

Il Carnevale come festa popolare dal carattere pagano, trovò l’opposizione della Chiesa già nel periodo delle origini del Cristianesimo. La festa, che allora aveva ancora il nome di navigium Isidis (v. oltre), aveva conosciuto l’opposizione delle prime autorità cristiane(...)
Continuò comunque nella tradizione popolare.
A seguito dei divieti imposti dal Papa la celebrazione del Navigium Isidis venne sostituita infine con la Pasqua cattolica, quale rito di rinascita, attraverso la celebrazione della resurrezione di Gesù.
Per il popolo, profondamente legato all'antico rituale del Navigium Isidis, venne comunque consentito di celebrare nel mese di febrraio il Carnevale (carrus navalis, la processione delle maschere)



(1) Etimologia del termine Carnevale. Un’etimologia adeguata di Carnevale e “carrus navalis”, etimologia già proposta dal poeta e scrittore tedesco Karl Joseph Simrock nel 1855; accolta, sempre nell’Ottocento, dal filologo e storico delle religioni Herman Usener, e in un primo tempo accettata anche dal Diez (...) e da ultimo da Gustav Körting (1907), autore del primo dizionario delle lingue romanze che partiva dal latino. La spiegazione di Simrock – i festeggiamenti annuali, con navi montate su ruote, per l’inizio della stagione della navigazione – era sostanzialmente corretta, ma purtroppo insufficientemente documentata.  Gli fu infatti obiettato (da Rosenfeld [1969]: cfr. Di Cocco [2007: 19 ss]) che non c’erano attestazioni di carrus navalis nella documentazione del tardo latino o di quello medievale.  Ciò che è esatto, ma solo perché il carro navale che ha dato origine al nome del Carnevale non si chiamava carrus navalis bensì, come abbiamo già accennato navigium Isidis. "L’etimologia corrente di carnevale sembra derivare dal basso latino carne(m) levare, da cui l’antico pisano carnelevare, l’antico veneziano carlevar etc. e, attraverso una forma con assimilazione, *carnelevale e successiva sincope, deriverebbe l’italiano carnevale, diffuso poi in molti paesi (cfr. Tagliavini [1963: 209- 223])....  tra le proposte alternative vi è anche quella "carrus navalis" ovvero il Navigium Isidis.  http://www.continuitas.org/texts/alinei_carnevale.pdf

(2) A proposito dei Lupercali:
https://massimoagostini.blogspot.com/2016/02/san-valentino-e-i-la-festa-pagana-dei.html?m=1

(3) M. Agostini, Nel Nome della Dea. Sulle tracce dell’Antica Religione, Tipheret editore.


mercoledì 13 febbraio 2019

Pitagora e la Scienza dei numeri




Era un giorno fortunato, «un giorno dorato», come dicevano gli antichi, quello in cui Pitagora riceveva il novizio nella sua dimora e lo ammetteva  solennemente al rango di allievo. Prima di tutto, si entrava in rapporto continuativo e diretto con il maestro, si penetrava nel cortile interno della sua abitazione riservata ai fedeli. Di qui il termine di esoterici (allievi dell'interno), contrapposto a quello di essoterici (dell'esterno). La vera iniziazione cominciava allora.

La rivelazione consisteva in un'esposizione completa e ragionata della dottrina occulta, dai principi contenuti nella scienza misteriosa dei numeri alle estreme conseguenze dell'evoluzione universale, ai destini e ai fini supremi della divina Psiche, dell'anima umana. Questa scienza dei numeri era  nota sotto diversi nomi nei templi d'Egitto e d'Asia. Essa costituiva la chiave dell’intera dottrina, e perciò era accuratamente nascosta al volgo. Le cifre, le lettere, le figure geometriche, o le rappresentazioni umane che servivano da segni a questa algebra del mondo occulto erano comprese solo dall'iniziato. Questi ne rivelava il senso agli adepti solo dopo averne ricevuto il giuramento del silenzio. Pitagora formulò questa scienza in libro scritto di suo pugno e intitolato Hiéros Logos, la parola sacra. Questo testo non ci è pervenuto, ma gli scritti posteriori dei pitagorici Filolao, Archita e Ierocle, i dialoghi di Platone, i trattati di Aristotele, di Porfirio e di Giamblico ce ne fanno conoscere i principi, rimasti incomprensibili ai filosofi moderni, perché non hanno saputo comprendere il significato e la portata, accessibili solo attraverso la comparazione con tutte le dottrine esoteriche dell'Oriente.

Pitagora chiamava i suoi allievi matematici, perché il suo insegnamento superiore cominciava con la dottrina dei numeri. Ma quella matematica sacra, o scienza dei princìpi, era insieme più trascendente e più viva della matematica profana, la sola nota ai nostri dotti e ai nostri filosofi. Il numero non vi era considerato come una quantità astratta, ma come la virtù intrinseca e attiva di un Uno supremo, di Dio fonte dell'armonia universale. La scienza dei numeri era la scienza delle forze vive, delle facoltà divine in azione nel mondo e nell'uomo, nel macrocosmo e nel microcosmo... Penetrandoli, distinguendoli e spiegandone il gioco, Pitagora costruiva niente di meno che una teogonia, o una teologia razionale. Una vera e propria teologia dovrebbe fornire i principi di tutte le scienze: sarà scienza di Dio solo se dimostrerà l'unità e la concatenazione delle scienze della natura. Merita tale nome solo se costituisce l'organo e la sintesi di tutte le altre scienze. Proprio questo era il ruolo occupato nei templi egizi dalla scienza del Verbo sacro, formulata e precisata da Pitagora con il nome di scienza dei numeri. Essa aveva l'aspirazione a fornire la chiave dell'essere, della scienza e della vita. L'adepto, guidato dal maestro, doveva cominciare dal contemplarne i princìpi nella sua stessa intelligenza, prima di seguirne le molteplici applicazioni nell'immensità concentrica delle sfere dell'evoluzione.


Estratto del testo “I Grandi Iniziati” di Schurè, ed. Laterza