martedì 30 giugno 2020

Mario Cevolotto e la Massoneria



Documenti relativi al 1925, scoperti dal Servizio Biblioteca nel Fondo Ferrari gettano nuova luce su Mario Cevolotto (1887 1953) avvocato, giornalista e politico, massone che risulta affiliato nel 1914 nella loggia Fraternitas di Roma e poi nel 1919 nella loggia Propaganda,  tra i padri della Costituente e membro della  Commissione dei 75 presieduta da Meuccio Ruini.

Amico del futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini e di Giorgio Amendola, Cevolotto fu tra i maggiori esponenti, insieme con Ivanoe Bonomi, Meuccio Ruini, Luigi Gasparotto ed Enrico Molè, del Partito Democratico del Lavoro (sorto nell’aprile 1943 e noto fino al 13 giugno 1944 come Democrazia del Lavoro, Dl), di ispirazione democratico-progressista. A lui fu affidata la segreteria politica di Democrazia del Lavoro e durante l’occupazione nazista rimase a Roma e giocò un ruolo attivo nella Giunta Militare del Comitato di Liberazione Nazionale.   Il 12 dicembre 1944 fu chiamato da Ivanoe Bonomi a far parte del suo secondo governo come titolare del ministero delle Poste e Telecomunicazioni. Conservò anche la segreteria del partito. Nel giugno 1945, Cevolotto fu chiamato da Ferruccio Parri a far parte del governo – noto anche come governo della Reistenza- in qualità di ministro dell’Aeronautica. Tenne questo dicastero anche nel successivo governo De Gasperi (dicembre 1945). Nel 1946 venne eletto nell’Assemblea costituente nel gruppo di Democrazia del lavoro, dove fu proprio lui a proporre con successo l’abolizione di ogni forma di censura governativa preventiva per le pubblicazioni. Dopo il 1948 Cevolotto si allontanò dalla vita politica attiva.

Come emerge dalle carte ritrovate dalla ricercatrice e archivista del Goi Elisabetta Cicciola nel fondo Ferrari, conservate presso il Grande Oriente d’Italia e di cui il Servizio Biblioteca diretto dal Gran Maestro Onorario Bernardino Fioravanti sta ultimando l’ordinamento, nel 1925 presiedeva, in seno al Rito Scozzese Antico ed Accettato,  l’Aeropago dei  Grandi Eletti Cavalieri Kadosh, che, a quanto si è scoperto, era  un vero e proprio “laboratorio” di studio e di elaborazione del pensiero, anche politico. La conferma in una  velina dell’Ordine del Giorno approvato il 30 maggio 1925, che esorta  “la Massoneria a prendere la parola contro l’attuale Governo in difesa del diritto di Associazione” e di un verbale manoscritto delle sedute, dal 7 marzo al 23 luglio 1925, con la firma autografa di Cevolotto,  che offre uno spaccato sulla vita politica italiana e soprattutto sulla legge n. 2029 del 26 novembre 1925, inserita nelle cosiddette leggi fascistissime che tra il 1925 e il 1926 iniziarono la trasformazione dell’ordinamento giuridico del Regno d’Italia e che culminarono nel 1939 con la sostituzione della Camera dei Deputati con la Camera dei fasci e delle corporazioni.

Fonte GOI (Erasmo n. 6 giugno 2020.

giovedì 25 giugno 2020

Massoneria e Cabala. La lettera Iod

di Luca Delli Santi



La Tet è l’energia potenziale della crescita, la forza che si sprigiona da un seme permettendo lo sviluppo ed il completamento, la Yod, la lettera che le succede in ordine alfabetico, è quel seme.  Si tratta del segno più piccolo dell’alfabeto ebraico ma è quello che esprime l’energia più potente.
La Yod è l’energia dello Tzimtzum, la restrizione nello spazio che il divino attuò per rendere possibile la creazione, al “centro“ di questo spazio vi fu un punto, il Nequdah, quel punto era la Yod, l’intero progetto del cosmo già definito prima che iniziasse l’espansione energetica, che promanando dal punto iniziale discende lungo un asse centrale, rappresentato dalla lettera Vav, diffondendosi in lunghezza e larghezza, le due dimensioni dello spazio rappresentate dalla lettera Dalet.
Yod, Vav e Dalet formano la parola yad, mano, la mano che “operò la creazione”, questa radice esprime forza e potenza. Si tratta della parola yadad, gettare o lanciare, attività possibili solo con l’utilizzo della mano, ma possono anche essere intese in senso figurato come l’atto di rivolgere attenzione verso l’altro, infatti dalla stessa radice si ricava la parola yadid, il benamato.
La mano è un simbolo fisico della manifestazione della potenza spirituale, si pensi al Cohen Gohen Gadol, che si rivolgeva al popolo di Israele nel noto gesto di con le mani aperte all’altezza del capo, con indice medio ed anulare e mignolo congiunti.
La dimensione ridotta di questa lettera la connette con gli enti non fisici che operano nel creato quali la luce ed il tempo, Yod rappresenta le categorie ed i concetti siti oltre il mondo dei fenomeni empirici, è la conoscenza metafisica, la vibrazione che più di ogni altra ci guida nella ricerca del senso.
La Yod è la prima lettera del Tetragramma, il nome divino ineffabile, si trova in questa posizione in quanto ente più vicino al principio, nella ripartizione dei quattro balzi della creazione la prima lettera del nome divino impronunciabile rappresenta Atziluth, il mondo dell’emanazione, un livello molto vicino alla divinità, le radici degli archetipi che prenderanno forma nei gradini successivi. Le sephirot nei quattro modi si intrecciano si uniscono, le emanazioni divine infatti non sono realtà statiche, bensì dinamiche ed in continuo movimento lungo i pilastri dell’Albero della Vita, tutto ciò genera, forme, espressioni, i pratzufim, ipostasi della dottrina cabalistica che identificano diversi stati dell’essere del divino, da quelli più elevati si diffonde la vibrazione di Yod, il piccolo impulso che attiva e sostiene il grande movimento cosmico.
La ghematria è dieci, il numero che rappresenta la completezza e la pluralità della creazione nella sua unità. Tutto l’Universo è rappresentato attraverso l’ordine denario raffigurato dalle 10 sephirot, nel dieci è contenuto il sette, ovvero il completamento della creazione, il quattro il numero della realtà manifesta, il tre simbolo della perfezione della mente divina.
I primi dieci numeri letti su un piano simbolico rappresentano tutto l’esistente, rammentandoci che tutto proviene da uno e tutto torna ad uno, scriveva Cornelio Agrippa ne “La Occulta Filosofia”: Questo numero è circolare, come l’unità, perché essendo completo torna all’unità”.

martedì 23 giugno 2020

Il simbolismo della scacchiera. Genesi e iconografia di un archetipo universale



Già Eraclito raccontava di un gioco incentrato sullo scontro tra pedine bianche e nere e le prime narrazioni, i miti, ci restituiscono interpretazioni legate al simbolismo dei due colori ma anche alla scacchiera, come le sue 64 caselle bianche e nere, numero dell’infinito. Si tratta di forze di opposto colore ma perfettamente equilibrate che si fronteggiano, come la luce fa con il buio, il bene fa con il male, la vita fa con la morte. Chi non ricorda la celebre scena del film di Bergman, Il settimo sigillo?
Alberto Barelli in un libro intenso e straordinario (Il simbolismo della scacchiera. Genesi e iconografia di un archetipo universale, Atanòr) ci restituisce questo patrimonio di suggestioni, uno spirito culturale che nel suo divenire nella storia si carica di civiltà che si sedimentano e si trasformano: dalla sapienzialità egizia all’I-Ching c’è un unico contenuto teoretico che viene espresso da tradizioni apparentemente distanti tra di loro. E non è tutto: perché se il ‘contenuto’ del gioco degli scacchi è qualcosa che ha a che fare con il cuore iniziatico dell’occidente, fino alla Massoneria, la ‘forma’ la troviamo nelle pitture ornamentali dei sepolcri, nei culti misterici, nell’architettura, nel design.
Laureato in Lettere e filosofia presso l’Università degli Studi di Perugia, Barelli ha collaborato per anni con il quotidiano La Nazione. Si occupa da sempre di simbolismo, un tema a cui ha dedicato tanti scritti e intorno al quale promuove incontri e conferenze.

lunedì 22 giugno 2020

Il mito gnostico

di Filippo Goti



È facile per il lettore esaltarsi nella meraviglia, o sprofondare nello sconforto, innanzi ai raffinati miti gnostici; le elaborate teogonie, le machiavelliche cosmogonie, gli oscuri nomi, gli Eoni infedeli, le suicide missioni salvifiche, sono gli ingredienti comuni ad ogni scuola e comunità gnostica, e realizzano, nel loro eterogeneo insieme, un intricato, quanto raffinato, ordito per mente e anima.  All'estraneo, al curioso, potrebbe sembrare che nessuna di queste fratellanze gnostiche cristiane avesse requie fino a quando non si differenziava rispetto alle altre per qualche peculiarità, per un nuovo estroso nome demoniaco, o per una nuova epopea. Vi è però differenza fra ciò che appare all'estraneo e la sostanza che coglie l'adepto, ed è proprio su questo binomio (apparenza –sostanza) che si fonda l'intera speculazione gnostica cristiana.
Prima di proseguire nella trattazione, è però necessario ricordare come la comunicazione gnostica non ha mai avuto come finalizzazione l'universalità umana, ma bensì la trasmissione di un insegnamento all'interno della ridotta delle singole comunità. Tale distinzione ragionevolmente ci porta a considerare che è l'uomo moderno, il non gnostico per eccellenza, che deve sforzarsi di comprendere ciò che i pneumatici riservavano ai loro simili, e non stupirsi per la presunta incomunicabilità di questi, che certamente non volevano e non potevano parlare per colui che giunto quasi duemila anni dopo.

Il mito racconta una storia sacra; riferisce un avvenimento che ha avuto luogo nel tempo primordiale, il tempo favoloso delle origini [...] È dunque sempre il racconto di una "creazione": si narra come qualcosa è stato prodotto, come ha cominciato a essere» (Mircea Eliade , Aspects du Mythe)

Qualcuno, leggendo uno dei testi di Nag Hammadi, potrà avere il dubbio che gli antichi gnostici fossero dei politeisti che antropomorfizzavano gli Eoni o gli Arconti, e che tutta la saga della caduta altro non fosse che una questione di un amore divino ai limiti dell’incesto: riducendo quindi lo gnosticismo ad una versione romanzesca, estremamente elaborata e sofisticata, di un rapporto amoroso tragicamente concluso, in un’ordalia bestiale ed infernale, fra una divinità femminile di ordine inferiore e il Padre del tutto.
Infine, come ultima estensione, si potrebbe essere successivamente tentati di fornire una spiegazione psicologica o di creare archetipi di interpretazione psicanalitica proprio attraverso lo gnosticismo, ipotesi questa che potrebbe trovare ulteriore alimento dalla constatazione che lo gnostico si ritiene straniero alla creazione, ed il suo continuo anelare ad un mondo superiore di eterno equilibrio potrebbe suggerire una qualche forma di rifiuto, alienazione o di dissociazione da leggersi proprio attraverso i miti proposti.

A mio avviso è questa una strada veramente impervia ed errata. In realtà ogni mito umano è, in lucida analisi, l’estremo e ardito tentativo della capacità dell'uomo di rappresentare il perché della propria esistenza, ricostruendo, su di un tessuto non logico ma immaginifico, quella catena di esistenza, rimembranza e sostanza di cui egli si sente, e vuole, essere anello.
È nella natura umana leggere il mondo circostante, dare ordine allo stesso, creare dei punti fermi di relazione e tracciare la propria posizione presente, passata e futura. Ovviamente tale rappresentazione comprende elementi reali, sensibili, interpretativi e speculativi. Tutto ciò si accentua e si amplifica in modo esponenziale, man mano che ci allontaniamo dalla semplice interpretazione e comprensione di quanto afferisce il quotidiano, il consueto e l’esperienziale. Fino a giungere alla decadenza di ogni sistema logico dialettico, nel tentativo di rappresentare uno stato dell’esistenza e dell’esistente sovrumano: l’uomo che si interroga attorno a quanto è altro rispetto all’uomo: il divino.
Ecco quindi il mito assumere la funzione di vettore, atto a deflorare i viziosi e angusti confini in cui è relegato il pensiero logico-razionale: vittima dei suoi stessi postulati e della incongrua e mutevole unità di misura che è l’uomo stesso. Il mito diviene una via alternativa, o meglio l’unica via, con cui colmare l’abisso irrazionale che si determina dal riflesso dell’Esistente nel Non Esistente e giungere infine alla Verità perennemente eguale a sé stessa in cui si riflette l’impermanenza umana.

Nello gnosticismo tale vertigine del pensiero, assume iperbolica originalità dalla peculiarità “ontologica” di questo composito movimento spirituale, iniziatico e filosofico. Sappiamo come la grande novità, incarnata dallo gnosticismo, sia la rottura di ogni legame con la manifestazione stessa, non riconoscendo ad essa la dignità di essere stata creata da parte della vera divinità, ma bensì da una potenza di ordine inferiore; tale intuizione porta l’uomo ad essere finalmente arbitro del proprio destino, in lotta perenne contro forze titaniche che altro non sono che forme particolari di quella manifestazione che, nella sua integralità, è avversa ed ostativa al desiderio gnostico di ascesa.
Lo gnostico credendo che la creazione sia ingannevole, non ha fede verso il dio che l'ha partorita. Esso intuisce in sé una particola elementare, che lo ricollega ad un piano superiore, precedente a questa manifestazione sensibile; in ciò possiamo trovare forti richiami sia al pensiero cabalistico delle origini, che del resto è stato fortemente influenzato dallo gnosticismo, sia ad una parte del pensiero platonico, che a taluni tradizioni orientali quali il taoismo.
Comprendiamo quindi che lo gnosticismo si collega da un lato in modo trasversale rispetto a movimenti religiosi-spirituali, e che dall'altro si pone in quella tradizione metafisica che tratta ciò che è reale ed irreale rispetto alla capacità dell'uomo di realizzarsi attraverso il risveglio interiore.
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sabato 20 giugno 2020

Buon Solstizio



Siamo tutti nomadi del pensiero, abituati a studiare a condividere. La nostra è una 'Bohemia spirituale', per come la avrebbe chiamata Miguel de Unamuno, “continuiamo a cercare senza la speranza di trovare”. «Assaporiamo l’acre incanto di errare all’avventura per i campi del pensiero, senza avere una dimora. Bussiamo alla porta di ogni sistema, di ogni scuola, e passiamo la notte in quella che si apre, e la mattina al salir del sole riprendiamo di nuovo la marcia, sotto il cielo, per riposarci in nuove dimore».
Sono le dimore in cui si fortifica il cuore. Tutta la Massoneria è così. Il Rito Scozzese, il Rito di York.
Il Rito di York soprattutto è fondato su questa 'ricerca', la Ricerca della Parola Perduta che nel Capitolo dell'Arco Reale trova il suo compimento, in maniera analoga ad un importante grado del Rito Scozzese.  Sono notti all’aria aperta, quelle in cui scopriamo di essere uniti e fratelli, cioè che questa ricerca è qualcosa di intimo, di prezioso, familiare. Il nostro non è uno studio, non siamo una scuola o un’università, la nostra è una passione che ci brucia. Ma sappiamo, con l'Arco Reale, che non è vuoto farfalleggiare, perché c'è una meta promessa. C'è una ricompensa. Un riposo. Nel Rito di York ci saranno poi altre esperienze, quelle della Massoneria criptica, in cui il tema della Parola viene meglio contestualizzato e quella della Massoneria Templare in cui la Parola, una volta posseduta saldamente, bisognerà difenderla.
I lavori massonici delle nostre officine e dei nostri capitoli si svolgono, idealmente, a cavallo fra i due San Giovanni, l’evangelista, che è celebrato a dicembre, ed il battista, che viene ricordato a giugno, due festività in prossimità degli eventi solstiziali.
Tutti i popoli antichi hanno sempre riconosciuto grande importanza alle stagioni, al susseguirsi dei solstizi e degli equinozi, l’osservazione di questi eventi scandiva il ritmo della natura con cui l’essere umano armonizzava il proprio.
Il Rito di York ha inteso in questi anni approfondire la tradizione cabalistica, assumendo che l’analisi e lo studio della sapienzialità legata all’antico testamento sia di aiuto per interpretare il nostro simbolismo e i nostri rituali.  Il Solstizio d’estate, evento del mese di Tammuz, scandisce l’ingresso del sole nella costellazione del segno del Cancro. Il Libro della Formazione connette il segno del cancro, il mese di Tammuz e la lettera Cheit, un glifo simbolo di forza vitale, la volontà non razionale presente nell’inconscio di crescere, la forza da cui sorge la potenza dell’immaginazione creativa.
Il nome del segno del Cancro in ebraico è Sartan. La parola Sartan, ci conferisce il ruolo di principi della Tet, verso cui la Shin è veicolo, la luce nascosta, quella più antica che illuminava il mondo prima che i due “luminari” fossero creati. Tet è la lettera con cui inizia la parola Tov, buono e secondo il Libro della Formazione,  forma il segno del Leone, la costellazione connessa con la maggiore espansione della luce solare, una fase di grande potenza ed energia.
Il solstizio d’estate deve connettere i liberi muratori, ed in particolare noi del Rito di York e del Rito Scozzese che abbiamo ricevuto i gradi capitolari, con la potenza simbolica dell’astro che ci rammenta che il Creatore si manifesta rendendo possibile la vita con i cicli armoniosi della natura, ma l’oggetto della nostra ricerca è la Tet, la luce primigenia, quella strada del ritorno che, se percorsa, riporta l’essere umano nella sua condizione di interessenza con il divino.

(emmecì, ellediesse)