giovedì 4 giugno 2015

Willermoz e le Istruzioni di Lione



Dalle Istruzioni di Lione noi riusciamo a ricostruire a grandi linee il pensiero di Jean-Baptiste Willermoz, in larga parte debitore del sistema di Martinez de Pasqually.  Una prodigiosa cosmogonia, quasi senza pari in Occidente, che è la premessa per un ritorno a quella condizione primigenia e originaria a cui è destinata da sempre la nostra dignità. Questa prima edizione italiana, introdotta e commentata in nota da Mauro Cascio e Federico Pignatelli, segue la pubblicazione, sempre per Tipheret, de «L’uomo-Dio. Trattato delle due nature» ed è dedicata dai curatori ad Ivan Mosca, uno dei più grandi Maître à penser del Novecento.

Tra qualche giorno in libreria «Il Poema di Ishtar» di Oswald Wirth



Dopo la biografia di Stanislas De Guaita, un’altra bella opera di Oswald Wirth in uscita per Tipheret. «Il Poema di Ishtar» è un tentativo di leggere esotericamente il noto mito babilonese. Il simbolismo, letto anche in chiave massonica, ci restituisce un’idea iniziaticamente forte. E forte è anche il ruolo che la Massoneria ha nella formazione di un adepto che voglia vivere in sé il segreto dell’universo. Wirth infatti è anche l’autore di uno dei testi introduttivi alla Massoneria più noti, recentemente riletti anche da Irene Mainguy: «La Massoneria resa comprensibile ai suoi adepti», tre volumi pubblicati dalla Atanòr.

«Il Poema di Ishtar» ha una nota conclusiva dell’assirologo Claudio Saporetti (già ordinario all’Università di Pisa) che ricostruisce gli studi intorno ad Ishtar fino ai giorni nostri, ridando attualità allo studio di Wirth. 

mercoledì 3 giugno 2015

L'altare della Speranza, Paolo di Tarso racconta il Mediterraneo della fede



Paolo di Tarso e il Mediterraneo, il segreto di un viaggio che è racconto di lotta e di fede. La Parola e l'agorà, fede e cultura che danzano nel nuovo libro di Pierfranco Bruni, «L'altare della speranza. Paolo di Tarso. I linguaggi e la parola nella fede del viaggio» (Edizioni Prospettive meridionali, prefazione di mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace e postfazione di Gerardo Picardo, copertina di Valentina Marelli). Pagine che hanno al centro della riflessione il tema della ricerca. Un viaggio per mare e tra porti, scrive Bruni, geografia dei luoghi e dell'anima, perché "proponendo i viaggi di Paolo si ha la possibilità di 'vivere' le vie del Mediterraneo non solo come luoghi depositati nella storia o come significativi pellegrinaggi dello spirito ma come vere testimonianze di una civiltà che non ha mai perso il suo fascino tra i luoghi del sentire, del sapere e dell'essere". Vangelo di strada e occhi che si alzano verso il mistero. Paolo è per Bruni "l'Apostolo del Mediterraneo, o meglio dei Mediterranei. Ha viaggiato i luoghi tra Oriente e Occidente nel nome della fede. È sulle rotte del Mediterraneo che le civiltà possono ancora parlarsi. Parlandosi ci si incontra. L'incontro è sempre un ritrovarsi tra le ore del tempo. L'antropologia del sempre è nello scavo delle esistenze".
La parola di Paolo è sempre annuncio di salvezza ma sa raccogliere anche le voci della strada  oltre le frontiere, per accogliere il Kerigma che si fa salvezza per le genti. Con il 'tredicesimo apostolo', la metafisica del tempo diventa la metafisica del viaggio, obbligo di accorciare le distanze  e allungare il campo della speranza, per tutti. Il relazionarsi ha un misterioso cammino, quello dell'uomo che abita la 'cerca'. L'inquietudine e la fede abitano lo stesso petto, "teologia della parola dell'esistere non solo dentro il tempo ma accanto al tempo e i suoi viaggi, tra le storie del Mediterraneo". Superano la profezia dell'attesa e si fanno capacità della provvidenza  a raccontare il mistero, "consapevole che l'amore non è solo destino dentro di noi ma grazia". Paolo, il viandante di senso, resta il tempo e la memoria: «Tra le genti che hanno abitato e abitano il labirinto, Paolo ci conduce oltre. Ascoltare è già porsi in discussione nel dubbio. Avvertire questi segni è parlare con le lingue del mondo in una lingua universale. Qui si vive la metafisica delle Parole che vivono di contaminazioni». Damasco e Malta restano nel cuore di Paolo e della cristianità. Damasco è la chiamata, Malta il segno di un cammino che deve proseguire oltre il mare.

La profezia di Paolo indica koinonia e agorà. Sull’Areopago Paolo parlava greco, cita le parole dei poeti greci (At 17,28). Le parole dell’Alètheia, il linguaggio storia che indica Cristo come soglia, anche per l’uomo pagano che ha come unica speranza la memoria della terra e della hora che tutto consuma. Cristo è subentrato alla Legge. La Gloria all’incapacità di comunicare la Vita. E ogni uomo, giudeo o pagano, può cogliere questa rivoluzione. «Paolo è shomèr, sentinella, che esorta a “essere unanimi nel parlare” (1 Cor 10) - scrive Picardo - ma è anche un invito a restare nell’ascolto del grido insondabile dell’ora nona. Stare nella traccia della Verità e avere nostalgia di essa. La teologia paolina non è soltanto un’interpretazione - vincente – del cristianesimo: è possibilità di dialogo tra mondi, terreno di un confronto che non conosce le mere tou chronou, le parti del tempo e si fonda su una certezza: “Se Cristo non è stato resuscitato, è vuoto il nostro annuncio, vuota la nostra fede” (1 Cor 15.14). Ecco perché il Cristo di Paolo non è una morale ma un Incontro».
Vivere da Hyioi emeras, figli del giorno, significa avere speranza, e credere alla possibilità di cambiare. Annota anora Picardo: «Nello spazio dell’ascolto della Parola-Storia transita l’ultimo Dio, sottratto alle nostre catture e sempre con il volto di un uomo che cerca oltre le pietre e le bende l’alterità radicale dell’Uno che si è dato ai molti, e insieme la prossimità di un Dio che sceglie di salire una Croce».
In molte sue lettere troviamo un verbo, epimelestai, prendersi cura, come in Tit 3,8. Perché l’esortazione all’amore vicendevole è la concretizzazione del Vangelo.  Su tutto, resta la forza di una fede che è tale solo quando è pensante.
Le ultime immagini del saggio sono Damasco e Malta, emblemi di conversione  e naufragio. Un viaggio spirituale, perché - scrive mons. Bertolone - «Si tratta di vivere Paolo non al di fuori di noi ma dentro le nostre incertezze, che cercano di diventare o magari trasformarsi in verità. Ritrovando, chissà, il senso genuino della fede che tra l'altro è un pellegrinare dentro di noi e nelle attese che ci navigano nel mistero, scommettendo sul tempo come vettore di noi, l'altro e l'Altro»..

Barabba e Gesù. Un’ipotesi



Sabato alle 9.45 un convegno al Marengo Museum di via Delavo, Spinetta Marengo, Alessandria: «Barabba e Gesù. Un’ipotesi» con Auro Capone che presenterà il suo libro e Massimo Barbetta. Un centurione romano in Palestina nell’anno 33 racconta ad un amico a Roma cosa sta succedendo in quella parte dell’Impero. Certo questo non è un libro per tutti, dice Auro Capone, ma mi basta che ciò che scrivo possa essere, per menti libere da dogmi ed imposizioni confessionali, di stimolo ad una riflessione e ad una ricerca interiore: forse la verità sta dentro di noi, ben nascosta e soffocata dal fatto che, nei secoli, il potere costituito ha confuso e a volte impedito, anche con la violenza, l’intimidazione ed il sopruso, che il pensiero di ognuno si sviluppasse nella ricerca e nella libertà. Auro Capone ci racconterà tutto questo. La nascita di Cristo, i vangeli gnostici e il volto di Gesù saranno invece oggetto del secondo intervento di Massimo Barbetta. Una mattinata da non perdere.
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lunedì 1 giugno 2015

Nei luoghi del Golem

di Valentina Marelli



La Sinagoga Vecchio-Nuova è il monumento più antico della Città Ebraica di Praga, nonché una delle più antiche sinagoghe conservatasi in tutta Europa. Per più di 700 anni è stata la sinagoga principale della comunità ebraica praghese, fulcro della vita religiosa e civile della città.

Costruita nell’ultimo terzo del XIII secolo dalle maestranze dell’officina imperiale che lavoravano al non distante monastero di Sant’Anna, la sinagoga testimonia il rilievo, già in quest’epoca, della comunità ebraica.



Originariamente era conosciuta con il nome di sinagoga Nuova o sinagoga Grande, poi con la comparsa nel XVI secolo degli altri edifici di culto ebraici entra in uso il titolo Vecchia-Nuova (Altneuschul). Questo titolo spiega una delle leggende legate a questo affascinante luogo la cui origine nella cultura ebraica praghese si perde nella notte dei tempi: si dice che le pietre che costituiscono le fondamenta della sinagoga sarebbero state portate dagli “angeli” dal distrutto tempio di Gerusalemme a condizione – in ebraico al-tenaj – che tornassero indietro nel momento della sua ricostruzione.  Teniamo presente che prima dell’arrivo dell’Inquisizione, Praga era una città molto legata all’Ordine del Tempio, e che il la comunità Templare era molto forte anche dopo la caduta dell’Ordine, comunemente , questo anche in Italia, i templari erano chiamati Angeli dalla popolazione analfabeta per via delle loro vesti bianche. È plausibile che i Templari abbiano portato a Praga pietre rinvenute in uno scavo nelle rovine del Tempio di Gerusalemme, anche se i miti e le leggende possono essere letti anche in chiave allegorica, e che quindi abbiano portato forse delle Conoscenze su cui edificare il Tempio.

La sinagoga Vecchio-Nuova godeva a Praga e presso le altre comunità ebraiche di eccezionale stima, diverse sono nei secoli le leggende e le storie tramandate che vi fanno riferimento. Come racconta un’altra leggenda sempre gli “angeli” più volte la salvarono dagli incendi così si è conservata intatta sino ai nostri giorni.

Secondo un’altra nella sua soffitta vi sono conservati i resti del Golem, creato a difesa della città ebraica dal misterioso e leggendario Rabbi Low.



Secondo la leggenda chi era a conoscenza della Kabbalah ed in particolare dei poteri legati ai nomi di Dio poteva fabbricare il Golem, un gigante di argilla forte ed ubbidiente che era dotato di una straordinaria forza e resistenza ed eseguiva alla lettera gli ordini del suo creatore. Era però tuttavia incapace di pensare, di parlare e di provare sentimenti perché era primo di un anima. Leggenda vuole che il Rabbino Jehuda Low diede vita al Golem scrivendo sulla sua fronte la parola Verità. Quando si accorse che la Città non era più in pericolo lo distrusse con un rituale che le cronache raccontano durò tutta una notte. Il blocco di argilla di cui era fatto il Golem venne coperto da vecchi mantelli per la preghiera e con resti di libri che, secondo le abitudini, erano soliti essere conservati nella soffitta della sinagoga.

Il Rabbino emanò il divieto assoluto a chiunque di andare nella soffitta e nessun oggetto sacro, libri compresi, sarebbe mai più stato conservato il quel luogo in cui pare nessuno abbia più messo piede da allora.

La sinagoga Vecchio-Nuova è il più antico esempio rimasto di sinagoga medioevale a due navate. Si tratta di un edificio a pianta rettangolare con un tetto a due spioventi ed un frontone gotico a gradoni. Cingono l’edificio, da tre lati, bassi vani che servono da atrio della sinagoga e da matroneo.

Tutta la sua architettura è simbolo: il piano della navata centrale è di qualche gradino più basso rispetto al terreno circostante in segno di umiltà. Dodici finestre ogivali corrispondono al numero delle dodici tribù di Israele. Per non parlare delle decorazioni dell’altare e delle chiavi di volta, che permettono di datare la costruzione al 1270.



Il centro della navata principale è occupato dal pulpito per la recitazione della Torah,  i rotoli della Torah sono conservati nell’arca santa nella parete orientale, in direzione di Gerusalemme.




Coprono l’arca santa una tenda (parochet) ed un drappeggio (kaporet) ornati con i simboli che ricordano il tempio di Gerusalemme. Davanti all’arca santa pende la lampada perpetua. Qui in questa sinagoga ed in pochissime altre oramai a tutt’oggi è conservata l’antica disposizione delle panche lungo il perimetro della sala.

Nell’annesso cimitero, che ha dato il titolo ad un famoso romanzo di Umberto Eco, tra gli infiniti altri, si stima che nel cimitero di Praga riposino circa 12.000 corpi tra cui c’è anche quello Rabbino Low e dei sui 33 discepoli, la cui tomba è meta di pellegrinaggio, venerazione e preghiera. I pellegrini sono soliti lasciarvi bigliettini con richieste da esaudire e monete come offerte.




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