Il segreto di ogni gruppo che funziona, il giusto condimento per ogni iniziativa culturale, filosofica, iniziatica, è la tavola, la convivialità, lo stare bene insieme. Perché anche questo è un momento di scambio, di osmosi. La condivisione dei saperi tra i sapori. Così l’appuntamento di Taranto è stato preceduto da una cena. Alla vigilia delle altezze dello Spirito, la buona tavola e il buon vino.
Le principali notizie della massoneria Italiana ed estera. Il simbolismo, la filosofia, gli Studi Tradizionali
lunedì 13 luglio 2015
venerdì 10 luglio 2015
La Cattedreale di Sainte-Etienne a Auxerre
di Valentina Marelli
Auxerre è una piccola, ma affascinante cittadina della Francia centrosettentrionale, capoluogo del dipartimento dell' Yonne, sorge su una collina lungo la riva sinistra del fiume Yonne, che ne dà il nome. La città, situata sull'antica strada romana che univa il bacino di Parigi alla Borgogna, fu spesso tappa dei sovrani franchi, soprattutto durante gli spostamenti militari; Pipino il Breve, per es., vi soggiornò sette volte tra il 754 e il 767. Avete già intuito che Auxerre è una delle tappe importanti dell’antico percorso per Santiago, l’antico percorso iniziatico della Conoscenza, non a caso ad esempio Fulcanelli nel suo libro «Il mistero delle Cattedrali» fa risalire il significato del termine Gotico ad Argotique ovvero “ Lingua criptica che viene recepita solo dagli iniziati”
A fare di Auxerre una cittadina particolare è il rapporto particolare che la lega ai Cavalieri del Tempio, sebbene situata al di fuori di quelle che vengono denominate le “Cattedrali della costellazione della Vergine” è cosa nota che i Templari erigevano luoghi di culto dedicati o alla Vergine o a Saint-Etienne appunto. La cattedrale di Saint-Etienne, a parte la cripta 'a sala', dell'inizio del sec. 11°, è interamente di stile gotico. Fu iniziata verso il 1215 da Guillaume de Seignelay, che fece demolire la chiesa romanica consacrata nel 1057, la cattedrale crebbe in modo irregolare nel corso di una costruzione protrattasi per più di trecento anni. Il coro fu edificato nel Duecento, il braccio sud del transetto e la navata sono del sec. 14°, mentre il braccio nord, cominciato all'inizio del sec. 15°, non fu terminato che alla fine dello stesso secolo, contemporaneamente alle volte. Nella facciata si distinguono nettamente due fasi: i tre portali e la loro decorazione scultorea appartengono ancora alla seconda metà del sec. 13° e agli inizi del successivo, mentre le parti alte non furono terminate che intorno al 1500; e al di là delle informazioni storico/architettoniche che si possono facilmente trovare è proprio sulla facciata che vogliamo soffermarci ancora per un attimo.
Prima di inoltrarci nel discorso un breve antefatto: quando finalmente decisi di fare il giro delle cattedrali della Francia, anzi per dovere di cronaca, di alcune Cattedrali della Francia, perché è una nazione che ne conta veramente troppe da esaurire in un solo viaggio; mi sono portata dietro il mio bagaglio di conoscenze ma anche altrettante domande. Che cosa era veramente il Cammino di Santiago? Potevano i costruttori delle grandi Cattedrali aver “nascosto” il segreto spezzettandolo lungo tutto il Cammino? Può ognuna di queste Cattedrali essere una tessera di un mosaico che solo gli Iniziati possono ricostruire? Ritorniamo ora alla facciata della cattedrale di Saint-Etienne di Auxerre ed al particolare che ha attirato la mia attenzione dandomi l’illusione di aver ricompensato in questo modo il mio viaggio. Come dicevamo la parte inferiore della facciata risale al 1200 circa, motivo per il quale mi sembrò molto stano trovare questo bassorilievo:
Sembra una perfetta rappresentazione del sistema Eliocentrico. Ma cosa ci fa un richiamo all’eliocentrismo in una cattedrale Gotica del 1200? L’eliocentrismo è quella teoria secondo la quale il Sole è al centro dell’universo e non la Terra come si pensava, per noi oggi è un concetto abbastanza scontato, ma nel 1500 circa Galileo Galilei viene condannato per eresia appunto per aver pubblicamente espresso questo concetto stravolgendo il pensiero del suo tempo. Mi sono tornate in mente le parole di Charpentier: «E la Cattedrale risponde che i Sapienti, ben prima di Galileo, sapevano che la terra è rotonda e nulla ignoravano dell’influsso del Cosmo sugli uomini. E parla con la forza della più straordinaria opera di promozione di un’umanità superiore, emblema delle infinite suggestioni dello stile gotico, con le sue Giuste proporzioni, Giuste dimensioni, Giuste armonie sonore e luminose».
Anche la Cripta non mi ha lasciato a bocca asciutta. La vasta cripta 'a sala' della cattedrale, costruita tra il 1023 e il 1035, è una vera e propria chiesa sotterranea con deambulatorio e una cappella absidale. Due file di cinque pilastri quadrati, con una semicolonna addossata su ogni faccia, dividono il corpo longitudinale in tre navate coperte da volte a crociera. La navata centrale comunica per mezzo di un passaggio con il deambulatorio e la cappella assiale; a sua volta, il passaggio è diviso in due da una colonna su cui poggia un capitello preromanico che proviene probabilmente dalla seconda cattedrale, carolingia, costruita nel sec. 9° dal vescovo Erifrido. La cappella assiale, costituita da una breve campata voltata a botte e da un'absidiola coperta da un semicatino, presenta un notevole affresco del sec. 11° raffigurante il Cristo su un cavallo bianco, accompagnato da quattro angeli, anch'essi su cavalli bianchi.
Molti fanno derivare questa immagine al racconto biblico dell’ingresso trionfale del Cristo a Gerusalemme, ma in realtà il Cristo a Gerusalemme ci entra in groppa ad un asino e non di un cavallo bianco. I Cavalieri cavalcano un cavallo; e qui di nuovo mi sono echeggiate nella mente le parole di Charpentier come se me le stesse lui stesso sussurrando all’orecchio: «La parola Cavaliere deriva da Carbaliere, foneticamente il 'Carbaliere' è colui che conosce gli arcani e il perché e il per come della pietra di Dio; è Cavaliere e monta la cabala. In francese ne è derivato lo chevalier, con un senso distinto da cavalier, cavallerizzo».
giovedì 9 luglio 2015
Sentieri goethiani. La Massoneria e la Conoscenza
di Stefano Eugenio Bona
Esiste una letteratura che integra e sorpassa interi stormi di saggistica di pur squisita fattura, parliamo della critica letteraria tesa nella continua ricerca dell’analogia. Nella biografia su Goethe, Pietro Citati traccia inevitabilmente anche alcuni punti, in cui il romanzo si connette col pensiero massonico e può esser riportato ad un orizzonte totalmente iniziatico. Le grandi monografie su Proust, Leopardi, Kafka, Tolstoj (senza dimenticare gli approfondimenti sul problema del 'Male Assoluto' in Dostoevskij) e appunto Goethe, donano ricchissimi spunti d'analisi e approfondimento su ciò che realmente attraversa l'autore e l'uomo, con una perizia dall'affresco vivificante e di sicuro fascino. Le trattazioni di Citati non sono una rassegna culturologica, ma puntano al disvelamento di ciò che in petto rivela poieticamente il mondo creativo dell'autore. Data l'immensa mole trattata, ossia il macro e micromondo Goethe in un intreccio continuo, ci occuperemo brevemente di qualche brandello utile ad una riflessione iniziatica, sollecitata dal lavoro di Citati tra le pieghe del Wilhelm Meisters Lehrjahre («Gli anni dell'Apprendistato» di Wilhelm Meister) e del «Faust».
Molto si è dibattutto sul Bildungsroman come messaggio financo massonico d'edificazione dell'individuo. Tra il peregrinare di una Storia sempre in bilico: si delinea una possibilità di società ideale, tra le righe, o è la necessità che guida i destini degli apprendisti-uomini nel sentiero della propria unicità, della propria esistenza individuale? Oltre la notoria appartenenza massonica di Goethe, ai fini di una penetrazione nei recessi dell'opera del sommo poeta e scrittore tedesco, è utile ricordare l'esistenza e la struttura della Società segreta della Torre. Essa compare nei Lehrjahre ed è una chiave di volta per comprendere il destino e lo svolgimento delle vicende del protagonista «Wilhelm Meister».
Questo non è in realtà un semplice Bildungsroman, ma un lascito impressionante di considerazioni sulla crescita e l'educazione in senso iniziatico. Goethe ha riposto con fiducia il comando dell'azione in questi confratelli, che mediante trame segrete dirigono la vita degli apprendisti. Citati nota argutamente come nella Torre non sia in vigore un singolo sistema educativo; la pedagogia dei messaggeri della Torre educa Wilhelm a non aver troppa confidenza nei segni del compimento del Fato, anche se sanno bene l'altezza a cui può giungere la sua natura. L'abate invece, che potrebbe essere lo stesso Goethe nello svolgimento del romanzo, ammonisce i messaggeri, poiché crede nel Fato e, come fosse un maestro compiuto, sa che ogni dogma può imprigionare il dispiegarsi lieve del nostro spirito. Spinge affinché Wilhelm trovi il compimento, non suggerisce, e resta nell'ombra attendendo il superamento delle prove della vita, poste in un percorso che solo il soggetto può superare.
Il Maestro è Goethe stesso, nell'indicare una via educativa fondata sulla benigna propensione ad accettare il destino e a compiersi nella fedeltà alla propria forma. Goethe si frange in tutti i processi iniziatici della Società, ma molti critici hanno deprecato con asprezza il concetto stesso di 'Torre': all'interno vigerebbe un processo illuminativo progressivo, mentre l'Ordine non si curerebbe del mondo, lasciando i non prescelti ai propri stenti. In questo leggiamo anche una critica alla Massoneria, da parte di chi la considera un centro di potere egoistico. Ebbene, la questione crediamo sia in questi termini: ovvero metafora sul contrasto tra un volenteroso processo educativo nell'accettazione del Tutto e l'amor fati dell'uomo rinnovato; poi certamente l'indifferenza a ciò che non è iniziabile, non è un modus vivendi 'iniziatico'. Al di là di questo giuoco di parole dalla Torre si confluisce all'esterno, e non si ristagna in inoperanti contemplazioni. Iniziazione è intervento nel Sé e poi nel Mondo. La Società della Torre non prepara in modo dissimile dalla vera Massoneria, il centro irradiante ha come azione esterna la propagazione della carità; anche se è pur vero che in Goethe la società segreta è percepita in modo più distante, come adagiata in una cima e non nel Mondo.
Nel «Faust» l'iniziazione si compie proprio a cospetto delle terribili e temibili Madri, nel Regno del Silenzio, nell'Origine prima della formazione di ogni forma e di ogni creatura, nell'informe. In una lettera ad Eckermann del 10 gennaio 1830 rivela la fonte e la modalità d'utilizzazione del soggetto: «Non le posso rivelare nulla di più, tranne che ho trovato in Plutarco, che nell’antichità greca erano menzionate le Madri come divinità. Questo è tutto quello che devo alla tradizione, il resto è la mia propria invenzione». Nelle viscere della Terra discende il protagonista: Faust impugna una chiave donata da Mefistofele, che permette l'accesso.
La chiave sentirà per te il luogo che tu cerchi,
Lasciati guidare da lei; ti condurrà presso le Madri.
Faust (rabbrividendo):
Le Madri! Ciò sempre mi percuote come una scarica!
Dopo l'impronunciabile nome delle Madri, egli può splendere alla Luce... Evidente il motivo del V.I.T.R.I.O.L. nella ricerca sotterranea auspicata da Mefistofele: non alla luce del giorno, non sulla superficie visibile della manifestazione bisogna cercare, ma nelle caverne, nei crepacci. I poeti greci accennano alla visione trasformante che l'iniziato ai Misteri riceveva, ovvero il contatto diretto con le tre Madri universali: Rhea, Demetra e Proserpina. Faust deve infatti passare ad un altro stato di coscienza, a quello che dietro al mondo sensibile percepisce il tessere e l’operare, il fluttuare e il divenire che mai riposa e da cui emana il mondo dell'apparenza. Le Madri sono i tre volti della forza che sta dietro a tutto ciò. Paracelso, Bohme, Basilio Valentino, l'Aurea catena Homeri e l'Opus mago-cabbalisticum et theosophicum di Georg von Welling: questi i riferimenti del Faust e tra le letture predilette da Goethe medesimo. Citati coglie un altro importantissimo e sommo nesso :
«La stessa discesa alle Madri è un metafora all'Opus magnum. Gli alchimisti chiamavano 'madre' quella prima materia, quella sostanza originaria, che avrebbero nobilitato fino ad estrarne la pietra filosofale: così come Faust, col soccorso della magia dei saggi, discende fino alle Madri per averne in cambio il 'tesoro' di Elena...».
Fermandoci a questi brevi cenni, che sono uno strettissimo spiraglio nel percorso esoterico e nel genio di Goethe, ci soffermeremo su un’immagine dipinta più che scritta, all’interno del «Viaggio in Italia». Quando lagrimando saluta Roma Eterna. Per l'ultima volta. Partì il 23 aprile del 1788 e per luì fu tutto un turbinio di melanconia, gli venne alla mente Ovidio, il grande esiliato che “aveva dovuto lasciare Roma in una notte di plenilunio” . Al punto da chiudere il resoconto dell’aprile 1788 con questi quattro distici:
Cum subit illius tristissima noctis imago,
Quae mihi supremum tempus in Urbe fuit;
Cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui;
Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.
Iamque quiescebant voces hominumque canumque;
Lunaque nocturnos alta regebat equos.
Hanc ego suspiciens, et ab hac Capitolia cernens,
Quae nostro frustra iuncta fuere Lari.
«Quando risorge in me la tristissima immagine di quella notte
che fu l’ultima ora a me concessa in Roma,
quando rivivo la notte in cui lasciai tante cose care,
qualche lacrima ancora mi scorre dagli occhi.
E già le voci degli uomini e dei cani tacevano:
e la luna alta nel cielo reggeva i cavalli notturni.
Io la guardavo lassù, e poi guardavo i templi capitolini,
che inutilmente furono vicini al nostro Lare».
Il classico che stringe a sé il luogo ove, per sue stesse parole, “rinacque una seconda volta”. Un saluto che è un abbraccio nel nulla del nichilismo forse, oppure un anello tra le tenebre. Ciò che si parla ancora vicendevolmente, nel mezzo della 'malattia romantica' e della spinta faustiana allo sfruttamento planetario. Goethe sfidò la natura a tornare sé stessa, in lui tornò Legge il riso originario, franco e classico. In lui il comandamento era questo fluire, auscultare ed inspirare i segni divini in elementi. Il ritorno era già comando e azione. Resta un dato di fatto: nel «Wilhelm Meister» (specialmente nell'ultimo) la totalità incombe sul singolo, mentre nel «Faust» il respiro panico non può che assorbire le individualità in un vortice, esso stesso liberatorio. Goethe per tutta la vita dispone nel «Faust» il fluire dei contrasti, mediante un gioco eracliteo tra gli estremi, ridotti a velame estetico del sovrasensibile, ipostatizzati nel fluire degli eventi. Lo strumento di composizione dei contrasti, per Magris è lo 'stile' stesso, così se la perfezione artistica fa congiungere il formale con l'abisso della ricerca, nel Faust si compie una coincidentia oppositorum. Per questo, eminentemente per questo è l'ultimo uomo universale apparso sulla faccia della Terra.
Dopo la lezione di Goethe, alcuni sentono l'urgenza di spezzare i tormenti dei romantici (i quali contrapponevano al «Wilhelm Meister» l'«Enrico Ofterdingen» di Novalis...), nel segno di quel che si permetteva d'auspicare Thomas Carlyle, ovvero: «Close thy Byron, Open thy Goethe».
mercoledì 8 luglio 2015
Luciano De Crescenzo: «Incuriosito dalla Massoneria»
«Non so voi, ma io sono sempre stato incuriosito della Massoneria, o meglio, da quelli che erano considerati i suoi princìpi, ovvero, l’amore fraterno, la carità e la verità». Parola di Luciano De Crescenzo, in questi giorni l’uscita del suo ultimo libro «Stammi felice», una lezione senza prendersi sul serio. De Crescenzo sta parlando del massone Gaetano Filangieri e del suo rapporto con un altro massone, Benjamin Franklin che scrisse a Filangieri dopo aver letto La scienza della legislazione. Un carteggio tra i due, e Franklin pensò bene di mandarvi anche una copia della Constitutions des treize Etats-Unis del’Amérique.
La creazione spiegata ai bambini
«La creazione spiegata ai bambini» è il volume di Michele Barresi pubblicato da Tipheret. Un bambino è già un uomo. Il suo corpo è in crescita, la sua anima è carica di tutta l'energia da trasformare in materia per la sua futura crescita fisica, il suo spirito è già in lui. Il bambino non lo sa, ma è il suo spirito che lo rende partecipe dell'unità e della conoscenza universale, che lo rende simile a Dio. Un istante prima della nascita l'angelo gli spegne con un soffio la fiammella e il bambino dimentica tutto: tutta la sua vita dovrà essere dedicata allo studio della Torah, a cercare di ricordarsi quello che aveva già imparato. Gli viene spenta la fiammella che portava sulla testa nel ventre della madre e questa viene sostituita dalla luce del mondo esterno. Nei meandri oscuri del ventre materno aveva una luce interna, questa si spegne e al suo posto viene la luce del sole, che abbaglia invece di illuminare. Per questo, continua la leggenda ebraica, il neonato piange al momento della nascita, poiché ha dimenticato tutto e dovrà dedicare tutta la sua vita a cercare di ricollegarsi faticosamente al sapere perduto. Il neonato piange poiché non sa più o, per meglio dire, non ricorda più ciò che già sapeva. Le maggiori tradizioni culturali e sociali costituiscono il patrimonio ed il fondamento della Tradizione Esoterica occidentale, il processo per pervenire alla Conoscenza è eminentemente un processo di ricollegamento a ciò che è già in noi, ossia alla Sapienza che ci proviene da Dio e che abbiamo rimosso. Si tratta, quindi, di una sapienza imparata, ma imparata non da un magico fiat filosofico o trascendentale o, ancora peggio, attraverso una catena dialettica di razionalizzazioni, bensì dalla ripresa di conoscenza di se stessi, attraverso il ricollegarsi a quello che si sapeva già, ma che era andato perduto..
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